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Cremona e le installazioni per l'energia: una mostra sull'ENI ricorda anche il blitz di Mattei per il metanodotto che attraversò il Po, molto bello ma che oggi non c'è più

Quando si andava sul Torrazzo o a Bordolano in bus, l'incendio dei pozzi

di Sandro Rizzi


E' bastata questa fotografia per riportarmi alla Cremona dei primi anni '50, quando da Cortemaggiore arrivò il metano. Qui siamo a Milano, nella Sala Buzzati della Fondazione Corriere della Sera: fino al 19 luglio, nel quadro della rassegna "Milanesiana", si può rivivere passo per passo la storia dell'Eni e del cane a sei zampe. E' la storia dell'ente nazionale idrocarburi, creato durante il fascismo, che nel dopoguerra Enrico Mattei avrebbe dovuto liquidare e invece trasformò in uno degli strumenti della ricostruzione italiana.
Nella prima vetrina, accanto a tagli di nastri con De Gasperi e Mattei, incontriamo il gasdotto che attraversava il Po a Cremona, appena a monte del ponte ferroviario. Subito si pensa alla foto di copertina di un libro di Ezio Quiresi: un uomo che percorre l'elegante aerea struttura avvolta nella nebbia candida. Un'immagine che rispolvera altre immagini, queste però stampate nella mia memoria di ragazzino. Rivedo la caldaia in ghisa dei caloriferi, dipinta d'argento: bisognava sempre caricarla con il carbone portato su dalla cantina e un po' di legna piccola per attizzare il fuoco. Un giorno annunciarono che grazie al metano sarebbe bastato un fiammifero. Certo il bruciatore inserito nella stessa caldaia era un po' costoso, ma il risparmio in seguito sarebbe stato netto. Risparmio di fatica, di consumi, maggiore pulizia, più caldo in casa, minore inquinamento aggiungeremmo oggi. Un primo salto tecnologico nel settore dell'energia.
Ma il metano di Cortemaggiore, nel Piacentino, nei miei ricordi, è legato anche all'incendio, nel dicembre 1950, del "pozzo 21". Una enorme torcia, alta una cinquantina di metri, era visibile da decine di chilometri. Sulla via Emilia, allora non c'era l'Autosole, il traffico si bloccava perché gli automobilisti si fermavano a guardare lo spettacolo. Un cronista piacentino dell'epoca annota che a Cremona dovettero limitare gli accessi al Torrazzo perché tutti volevano vedere da lassù la colonna di fuoco. Anche stando a terra però, guardando verso il Po, di notte si ammirava il cielo rosso, come all'epoca dei bombardamenti. Fu chiamato dagli Usa Mister Miron Kenley, il pompiere dei pozzi, che però non riuscì nell'impresa.

Soltanto ai primi di febbraio del 1951 i tecnici dell'Agip, costruendo un nuovo pozzo inclinato accanto a quello in eruzione, seppero deviare in profondità l'afflusso del combustile. La fiamma si spense: erano passati 67 giorni. Un altro incendio, fu visibile da Cremona, quello di un pozzo di Bordolano nella primavera del '52: per un mese, tanto durò l'incendio, da Brescia un'agenzia di viaggi organizzava ogni sera un'escursione in autobus per osservare da meno di 300 metri il grande rogo.
Naturalmente la storia dell'Eni non si limita alle fiamme dei pozzi rimaste negli occhi di un ragazzino cremonese. In Sala Buzzati si racconta anche in dettaglio come è nato, nel 1952, il celebre marchio, ora si dice logo, del cane a sei zampe che sputa una fiamma rossa. Vinse il concorso, scrupolosamente preparato da Mattei in persona, il disegnatore milanese Giuseppe Guzzi. Fu poi Ettore Scola a scrivere lo slogan "Il cane a sei zampe fedele amico dell'uomo a quattro ruote". Cominciava il miracolo italiano, con i suoi talenti. Della parola talento, si è quindi discusso, nella stessa sala, con Geminello Alvi, Elio Franzini, Alberto Meomartini e Aldo Grasso: per constatare che oggi, in Italia, c'è una pletora di "stalentati "che si credono persone di talento. Un mondo standardizzato dove tutti possono diventare tutto. Con conseguenze deleterie per i veri talenti (che per fortuna ci sono ancora).

GLI INCENDI AI POZZI RICHIAMANO ANCHE UNA REALTA' PRESSOCHE' SCONOSCIUTA

"Il futuro ci riserva un megastoccaggio di un miliardo 200milioni di gas metano e 3.000 tonnellate di metanolo (immessi e tolti una volta l’anno così per i 25 anni di durata della concessione!), sotto sedici Comuni fra le province di Cremona e Brescia senza che nessuno dei 55.000 abitanti abbia mai visto il progetto e sappia cosa fare in caso di rischio di incidente rilevante. Ma nessuno si preoccupi per il dopo. Dalle parti del Vajont c’è ancora gente che dopo oltre 40 anni deve essere ancora risarcita. Nei nostri paesi della bella e verde Val Padana, l’Eni e la Stogit, quelli che devono metterci il metano sotto i nostri piedi, non hanno ancora versato nessuna fideiussione per le nostre vite e per i nostri beni immobili. Anche se per loro ogni persona vale 50 Euro e ogni Kmq della nostra terra vale “ben” 20.700 Euro: questo è il valore che hanno concordato “una tantum” .(Ezio Corradi, vai alla sua lettera)

GLI STOCCAGGI SONO SICURI

Caro direttore, avendo letto (soprattutto apprezzato) il "pezzo" sull'Eni ed i pozzi di Bordolano, consentimi di raggiungerti con questa mia breve "nota". Innanzi tutto elargisci complimenti dovuti al Rizzi di nome Sandro per la disinvoltura, l'amarcord e la bravura nel rievocare un "pezzo" indimenticabile di storia nella galassia celeste del mondo dei combustibili naturali: il metano, o gas naturale qualsivoglia.
Io c'ero, allora in età di cinque anni, con mio padre ad assistere, pur da molto lontano, alla visione di quel rogo (Bordolano). Io c'ero pure ad apprezzare (dopo qualche anno) quei fantastici metandotti scavati la notte, posati di mattino presto ed attivati il giorno successivo (opera prima sublime di un certo Mattei Enrico). Io c'ero, soprattutto io gestivo tutti quegli impianti, per diversi anni, in qualità di direttore responsabile, sotto la attenta e puntigliosa sorveglianza di un disciplinare (in quanto a sicurezza) che oggi è tra i "meglio" al mondo.(...) Oggi io ci sono (speriamo bene!) ma non condivido affatto (anche se giustifico e condivido l'allarmismo non qualunquista dell'Ezio Corradi su altri fronti) allorquando afferma "Quelli che devono metterci il metano sotto i piedi". Posso a ragion veduta affermare che esiste tutta una serie di AZIONI che l'Ente erogatore del metano pone in essere per la salvaguardia e la sicurezza degli abitanti delle zone coinvolte dagli stoccaggi. Di certo codeste "centrali di stoccaggio" o "di raccolta" non sono mai ubicate a ridosso dei centri abitati. Tutto questo, caro direttore.... PER LA PRECISIONE.

Giorgio Carnevali


I criteri per la costruzione delle nuove centrali nucleari

Saranno le imprese ad indicare i siti. Ahi ahi, in una intervista il presidente della francese eDR che ne costruirà quattro ha da tempo indicato Caorso come una localizzazione appropriata! Il nostro centrodestra approva ancora?

Semaforo verde dal Consiglio dei Ministri alla costruzione di nuove centrali nucleari nel nostro Paese. E' stato approvato questo mercoledì mattina il decreto legislativo che comprende i criteri per la scelta dei luoghi in cui si avrà la realizzazione e l’esercizio degli impianti di produzione di energia elettrica nucleare, la fabbricazione del combustibile nucleare, e pure i sistemi di stoccaggio dei rifiuti radioattivi. Previsti anche incentivi economici ai territori che ospiteranno le centrali e campagne informative al pubblico.Con la prossima nascita dell'Agenzia per la sicurezza nucleare e la predisposizione della strategia nucleare, saranno le imprese interessate a indicare i siti. Il che apre a un'eventualità già anticipata da tempo da una intervista al presidente di eDF che ha l'accordo con l'Enel per costruirne quattro e che ha indicato Caorso come un sito particolarmente adatto (l'intervista a Pierre Gadonneix è tutta da rileggere).. Da segnalare che al recente incontro con Enel- eDF indetto a Roma erano presenti vari imprenditori, tra i quali anche il cremonese Giovanni Arvedi.

Secondo il ministro dello sviluppo economico, Claudio Scajola, si apre il percorso porterà alla costruzione della prima centrale nel 2013. Il provvedimento aveva già avuto il parere positivo delle commissioni parlamentari competenti e del Consiglio di Stato. Dopo il no delle Regioni, invece, non c’è stato il tempo per il passaggio in Conferenza Unificata Stato-Regioni, previsto dopo il via libera del Consiglio dei ministri. Il conflitto tra istituzioni aperto dal mancato passaggio in Conferenza Unificata porta le Regioni ad attaccare a testa bassa, mentre pendono alcuni ricorsi "incrociati" alla Consulta: 11 Regioni hanno impugnato il ddl Sviluppo, mentre il Governo ha portato davanti alla Corte Costituzionale le leggi regionali di Puglia, Campania e Basilicata che escludono la possibilità di centrali sul loro territorio.

Nell'insieme un quadro di criteri ancora molto confuso nei fatti. L'unico impegno certo è di affidare la identificazione dei siti alle imprese. Per questa ragione noi, sulla base di dichiarazioni ufficiali, continuiamo a sostenere che Caorso resta in pole. E' vero che il Governo afferma di voler tener conto dei pareri locali, dunque contro Caorso ci sono i pareri negativi di Errani (Regione Emilia) e di Callori (sindaco del borgo piacentino):.Ma quanto volte abbiamo constato che i paletti verso il basso vengono frantumati quando entrano in gioco gli interessi del grande capitale internazionale? Il gioco allora è sempre in mano a eDR gemellata con Enel. Vedremo quanto insisterà, eventualmente, sulla ipotesi Carso. Questa è l'incognita. Peraltro smentita da una abbastanza recente. nuova dichiarazione alla stampa internazionale di Gadonneix rilasciata a Flamville che non pare preoccuparsi molto di Regione Emilia e tanto meno di Callori.

In ogni caso, si apre un'altra ipotesi che non dovrebbe rallegrare Cremona. La Lombardia non ha detto no ed il Po è uno degli elementi qualificanti della localizzazione. Potrebbe allora capitare che verificandosi condizioni adatte come per Caorso ed in più muovendosi capitale cremonese, la centrale scavalchi il fiume e la si ritrovi dalle parte dei "mangia fagioli". Anche questa non è una ipotesi trascurabile.

Da segnalare intanto posizione del quotidiano locale che affrontando una questione così importante, ha collocato l'argomento a pagina 42, nelle cronache di paese. La Libera non vuole turbare il centro destra. Anche questo è un fatto molto, molto preoccupante. Nella mappa siti adatti per la localizzazione di centrali nucleari

Ulteriori conferme ed intanto il governo penalizza le energie alternative

Guido Possa, consigliere atomico di Berlusconi, sostiene che bisogna puntare sul nucleare a Caorso, "operazione convenientissima"

Si susseguono le segnalazioni che Caorso potrebbe tornare al nucleare dopo la liquidazione di "Arturo", il vecchio reattore. Chi sostiene sul quotidiano Sole 24 ore di questo giovedì a pagina 23 che questa operazione è convenientissima è nientemeno che il senatore Guido Possa, ingegnere atomico e consigliere di Berlusconi. E' la prima volta che una persona tanto vicina ai vertici del paese si esprime così chiaramente. I nostri lettori sanno bene da tempo, si legga in questa pagina, che la medesima idea è espressa da eDF, partner dell'ENEL per la realizzazione di quattro centrali, incaricata di proporre i siti. Su Caorso tutto sembra coincidere.



L'impianto fotovoltaico installato dall'AEM

Due iniziative del ministro dello sviluppo economico contro solare e fotovoltaico

Si stanno mettendo a punto una serie di strategie per agevolare la reintroduzione del nucleare in Italia (ed oltre tutto con centrali di terza generazione, che nel giro di qualche anno saranno considerate obsolete. Obama propugnando il ritorno del nucleare negli USA chiede centrali di quarta generazione). E si stano assumendo decisioni che toccano anche il nostro territorio il quale sta facendo importanti scelte nel campo delle energie alternative.
Ne riferisce sull’ “Espreso” Paola Pilati la quale scrive tra l’altro: “ … il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola sta mettendo a punto le mosse che lo dovrebbero far diventare il dominus dell'energia nazionale, nonché il regista del grande ritorno al nucleare. E, per iniziare, ha messo nel mirino e energie alternative. Come? Il primo fronte è quello di ridiscutere tutto il meccanismo degli incentivi su cui si è retto il boom nel settore. La trattativa è in corso, ma già il ministero ha calato il suo asso:una sforbiciata del 20 per cento sulle tariffe riconosciute all'energia fotovoltaica. Non è poco, e naturalmente il settore dei produttori è in subbuglio.

Il prezzo (e quindi il rendimento dell'impianto) è la chiave di volta su cui si regge l'investimento, e anche l'architrave su cui le banche decidono l'affidabilità del progetto e il relativo finanziamento. E le banche mettono l'80 per cento circa dei quattrini necessari. Qualsiasi modifica cambia tutto.
Secondo i calcoli di una ricerca svolta dall'istituto per la competitività per conto di Asso Energie Future, la maggiore associazione di industriali del fotovoltaico, oggi gli incentivi ai kilowattora prodotti con il sole si traducono, in bolletta, in una spesa di 1,80 euro al mese per famiglia; quella che le famiglie sopportano invece per finanziare i petrolieri che producono energia con i residui delle raffinerie (e tutti quelli che rientrano sotto l'ombrello del Cip 6) è di 4 euro. “Perché questo incentivo non si mette mai in discussione?», si chiede maliziosamente Massimo Sapienza, amministratore delegato di Helio capital e costruttore di impianti-E per tirare acqua al proprio mulino i produttori mettono in fila altri dati: se è vero che in totale alle famiglia il sostegno ai fotovoltaico costa 34 miliardi l'anno, consegue

che 130 miliardi di investimenti ne producono 110 di stimolo all'economia e 50 di introiti per il fisco.

Ma questa non è l'unica pistola carica che ha in mano Scajola. Il ministro si è mosso anche aprendo un contenzioso sui poteri in materia elettrica con la Regione Puglia, rea di aver attivato le procedure che a livello nazionale sono le più snelle per agevolare la costruzione di centrali solari.
Un contenzioso che oggi pende di fronte ai giudici della Corte Costituzionale, che si devono pronunciare a breve.

La legge attuale prevede che per un impianto fino a 20 kilowatt l'autorizzazione sia semplificata (una semplice dia"), e debba arrivare entro 30 giorni; per impianti più grandi, i giorni salgono a 180, e la procedura prevede una 'autorizzazione unica" che riunisca in un solo parere tutti gli organismi implicati (dall'Ambiente ai Beni culturali),

In realtà quei termini sono ovunque molto dilatati: per rispondere le Regioni ci mettono in media 3-4 anni. Cosa ha fatto allora il governatore pugliese Niki Vendola?

Ha alzato il limite dei 20 kw,

permettendo di costruire fino a un Mw con la semplice autorizzazione comunale.Questo ha dato il via alla presentazione di 15 mila domande, molte delle quali provenienti da proprietari di fondi, che con l'impianto fotovoltaico integrano l'attività agricola.
Come ha fatto presente l'avvocato della Regione di fronte alla Corte, l'iniziativa interpretava lo spirito della legge, che è quello di facilitare la crescita dell'energia alternativa. Ma Scajola non è di questo avviso, e ha deciso di impuntarsi. Qualcuno interpreta la faccenda in chiave politica: togliere cioè un asso nella manica di Vendola in campagna elettorale. Ma dietro l'iniziativa del ministro si può leggere anche un obiettivo di più ampia gittata. E cioè recuperare terreno e poteri al governo centrale in materia energetica in vista di una battaglia ben più campale. Quella per stabilire chi ha l'ultima parola su come e dove andranno costruite le future centrali nucleari”.

Anche a Caorso, contro lil ritorno si sono espressi Errani (Regione Emilia) e Callori (sindaco). La battaglia si fa sempre più dura per evitare il ritorno del nucleare a due passi da Cremona.

L'intervista rilasciata tempo fa da Pierre Gadonneix, presidente di EDR partner dell'Enel: Caorso tra i siti adatti

di Antonio Leoni


Molto si agita intorno ai propositi di ritorno al nucleare del Governo Berlusconi.
La chiave per saperne di più è Pierre Gadonneix (nella foto a destra) che svolge un ruolo fondamentale quale presidente della eDF, la società francese che ha costituito pochi mesi fa una joint venture al 50 per cento con ENEL allo scopo di progettare la fattibilità delle quattro centrali che si presuppone saranno costruite in Italia.

Ed ecco la sorpresa (non del tutto per la verità). Torna in ballo Caorso.

Andiamo in ordine, perchè il quadro in cui si colloca la ipotesi ... cremonese - piacentina è complesso.

Il 51 per cento sarà detenuto da Enel e eDF, il resto sarà aperto alla collaborazione di altri investitori. Dove saranno situate e come si sa poco perché il governo Berlusconi procede sotto misura nei toni. Ma qualche indiscrezione comincia a trapelare.
Proprio il governo ha proposto la joint venture di eDF con Enel, già nel 2007 Prodi aveva confermato l’accordo al culmine di trattative che sono iniziate 5 anni fa: Il tutto è stato rilanciato dalla intesa franco - italiana di circa un mese fa quando sono stati precisati gli estremi della collaborazione.
L’Italia dopo il referendum che aveva negato il nucleare si è proiettata verso il gas ed il carbone: oggi a fronte dei problemi di approvigionamento e di emissione di CO2, si sostiene che va riconsiderata la opzione del nucleare.
Con grandi problemi. Occorre un formidabile aggiornamento delle nostre competenze.Ecco allora in diretta il presidente di eDF.

Afferma Pierre Gadonneix : “L’Italia aveva realizzato un’enorme conoscenza nello sfruttamento della energia nucleare, ma purtroppo dopo il referendum ha perso non del tutto, ma in modo significativo questo vantaggio ed è costretta a ricorrere a chi può aggiornarla. Molti ingegneri italiani ad altissimo livello sono a Flamanville, nel nord francese, dove si sta costruendo una centrale nucleare: qui Enel detiene il 12,5 per cento”.
Aggiunge Gadonneix: “ La costruzione della prima centrale italia sarà interamente a guida eDF. Nelle seguenti la competenza sarà interamente trasferita a Enel che comunque sta già procedendo nella scelta dei siti”.
Con quali criteri?
I siti di Montalto di Castro, Trino e Caorso corrispondono ad alcune richieste essenziali: le zone prescelte devono godere di un facile accesso idrico, siano mare o fiumi. Ecco quindi che la scelta di luoghi come quelli indicati è perfettamente compatibile, le località erano state scelte con estrema cura. Le nuove centrali potrebbero essere collocate accanto a quelle vecchie. Si avrebbero notevoli vantaggi di procedure e nella loro realizzazione: Le vecchie centrali in ogni caso andrebbero completamente smantellate.
Ma le scelte sono già state compiute?
Conclude il presidente di eDF Pierre Gadonneix: “ Non ci sono indicazioni definitive del governo, anche perché prioritariamente vanno create leggi e regolamentazioni ad hoc, il nucleare è in ogni caso una strada che si percorre in lungo periodo”.

Di fronte a queste prospettive il centro sinistra ha espresso un flebile no, poco operativo, in campagna elettorale, pur essendosi manifestata l'intenzione di indire un referendum provinciale al quale ha aderito l'allora sindaco Giancarlo Corada, il centro destra ha taciuto nel modo più assoluto. Poi, eletto, ha approvato.

A proposito del sito che dovrebbe ospitare anche la centrale nucleare di prossima costruzione un clamoroso intervento di Gianni Lannes, giornalista di inchiesta già sotto scorta e a suo tempo collaboratore di Gianni Minoli alla Rai in una serie di clamorosi servizi

"Sono entrato senza alcun controllo nella centrale di Caorso, vi documento quale impresa smaltisce i rifiuti "

«Basta con i giri di valzer. Chiedo al Governo in carica di dare risposte urgenti e veritiere sulle sorti dei rifiuti radioattivi che invadono l’Italia e che continuano a sparire senza che se ne conosca la destinazione. Chiedo che si metta fine alla farsa sulle navi dei veleni che il Governo ha voluto definire un caso chiuso. Il caso è apertissimo, anzi è spalancato. Io ho le prove e le pubblicherò in un dossier che sarà presentato dopo le elezioni regionali presso la sede della Stampa estera in Italia a Roma ed a Strasburgo, perché ai 62 milioni di tonnellate di rifiuti tossici che produce l’Italia si aggiungono quelle dei Paesi europei e non solo, e che hanno abbandonato nelle oltre 180 navi dei veleni nel Mediterraneo sulle quali stava indagando Natale De Grazia». Così Gianni Lannes, il giornalista investigativo pugliese di testate nazionali e firma storica di importanti inchieste per la Rai con Gianni Minoli, già sotto scorta per le minacce ricevute a seguito delle sue indagini.
Gianni Lannes afferma quanto segue, assumendosene ovviamente tutta la responsabilità.
" Ho scattato delle foto, riprendevano dei camion con un carico di container e sono state scattate da me nella centrale termonucleare di Caorso. Avevo chiesto alla Sogin Spa, la società incaricata per lo smantellamento della centrale di poter effettuare una visita per documentare lo stato dei lavori. Non ho avuta alcuna risposta ed allora sono andato in totale autonomia. Sono entrato nella centrale facilmente, senza essere oggetto di alcun controllo. Potevo essere un kamikaze, avrei potuto mettere dell’esplosivo intorno al reattore, ma mi sono limitato a fare foto e prendere appunti".
Lì Gianni lanes sostiene di poter documentare che per la centrale, grazie ad un contratto di appalto per lo smaltimento dei rifiuti radioattivi passerebbe anche una famiglia citata nel primo rapporto della Dia del 2002 dove si riferiscono i nomi delle famiglie attraverso cui si ramifica la ‘ndrangheta in Lombardia e Liguria".

Naturalmente tutto andrà verificato e confermato dalle autorità competenti. Noi ci limitiamo a segnalare il caso, di indubbio rilievo.
Riferisce Gianni Lannes: "Una recente inchiesta del quotidiano britannico The Independent rivela che “I nuovi reattori sono pericolosi”. The Independent – sulla base di documenti interni all’industria atomica – dimostra che, sebbene i nuovi European Pressurised Reactors (EPR) siano meno esposti al rischio di guasti, nel caso si verificasse un incidente la fuoriuscita di radiazioni sarebbe molto maggiore e potrebbe fare anche il doppio delle vittime. Addirittura un rapporto redatto dalla società francese Edf rivela che l’emissione di isotopi radioattivi di bromo, rubidio, iodio e cesio sarebbe quattro volte maggiore. A rendere i nuovi Epr più pericolosi è il fatto che sono stati progettati per bruciare il combustibile nucleare ad una velocità doppia rispetto a quelli attuali".

Tornando allo smaltimento dei rifiuti, cioè al pregresso sul quale si innesteranno le nuove centrali, Gianni Lannes dichiara: "È molto strano che in Calabria non si facciano indagini epidemiologiche sul campo, che non si facciano ricerche per appurare, non se il mare è inquinato o meno, ma qual è il grado di contaminazione. È un problema che riguarda i politici ed i cittadini e riguarda l’Europa perché i rifiuti sono europei e di grandi multinazionali. Come mai su 52 aree contaminate pesantemente dall’inquinamento industriale non si fa nessuna bonifica e sono stati addirittura cancellati i finanziamenti previsti?".
Gianni Lannes ha subìto tre attentati e minacce di morte per via delle sue inchieste e conclude: "Non ci sono solo io in queste condizioni. I giornalisti d'inchiesta devono essere tutelati dallo Stato, dall’Ordine dei Giornalisti e questo non accade. L’opinione pubblica dov’è? Ma non ho nessuna paura. Sono qua da venticinque anni in prima linea. Non ho paura della mafia che non è cosa avulsa dallo Stato. Io non temo la criminalità organizzata che viene usata spesso come manovalanza. Io temo solo i signori che vestono in doppiopetto e girano magari anche con la scorta".

(fonti: Articolo21.info, quotidiano on line, e "Terra Nostra").

Cremona si faccia sentire, e con voce alta: non solo il pericolo Caorso, saremo anche travolti dai costi altissimi dell’elettricità

“Una energia poco verde e sempre più cara” afferma Greenpeace che emette anche una bolletta nucleare del 2020, confortando il tutto con i dati paurosi di alcune esperienze in corso


La spinta nuclearistica sta riemergendo in Italia, sta crescendo il tentativo dell’industria energetica di sfruttare la crisi climatica per promuovere l’energia nucleare a bassa emissione di CO2. Ed ecco la provocazione di Greenpeace che nei pressi di diversi uffici postali ha distribuito un fac simile della bolletta tipo per il consumo bimestrale di una famiglia tipo dopo il 2.020 quando entreranno in linea gli impianti nuovi.
La offensiva diGreenpeace è legata al fatto che entro il 15 febbraio dovrebbe essere emanato il decreto sui criteri di localizzazione dei siti che tocca cremonesi e piacentini molto da vicino, posto che Caorso è tra quelli considerati in pole position, assieme a Trino Vercellese, Borgo Sabotino vicino a Latina, e Garigliano. Afferma il neo presidente di Greenpeace Ivan Novelli: “ Quale sindaco, quale autorità regionale si assumerà la responsabilità di dire sì al ritorno del nucleare quando l’energia può essere prodotta in molti altri modi, anche tacendo sui rischi non ben calcolabili e sull’eredità lasciata per centinaia di anni da questi impianti?”.
Dopo qualche assenso informale il Veneto ha già dichiarato che non c’è spazio, la Puglia ne ha precluso per legge regionale la installazione nel suo territorio, i sindaci del Lazio sono sul piede di guerra, e ben 11 regioni hanno impegnato davanti alla corte costituzionale la legge che riapre la strada al nucleare.
I rischi e i costi, elementi essenziali da valutare.
Dichiara Geenpeace: “l nucleare è una pura follia economica, a meno che qualcuno non ti regali la centrale, e lo Stato si faccia carico di gestire le scorie radioattive per secoli.
Oltre ai costi per la realizzazione degli impianti bisogna anche tener conto degli accantonamenti per lo smantellamento dei reattori, della copertura assicurativa in caso di incidenti gravi, dei costi per il riprocessamento delle scorie, per la bonifica dei siti contaminati e per la realizzazione del futuro deposito geologico di stoccaggio.
In Gran Bretagna i soli costi per la gestione delle scorie hanno prodotto un buco nei conti pubblici di 90 miliardi di euro. In Italia il costo dello smantellamento delle vecchie centrali nucleari in funzione prima del 1987 è valutato in circa 4 miliardi di euro, ma si tratta molto probabilmente di una sottostima del costo finale. per lo Stato e i contribuenti.
La società francese che costruisce l’impianto in Finlandia afferma che sapremo quanto l’impianto è costato solo quando sarà finito.
Il direttore generale di Greenpeace ricorda che l’Epr è stato approvato con un budget di 3,2 miliardi di euro. A metà costruzione è già arrivato a 5,5 miliardi. Nel derivano costi per l’elettricità altissimi. Secondo i calcoli di Greenpeace, un chilowattora da nucleare costerebbe 14 centesimi di euro, a fronti di costi attuali di 6- 7 centesimi di euro.
Incalcolabili i costi di gestione delle scorie: in Gran Bretagna la bonifica dei siti ha prodotto un buco nei conti pubblici di 83 miliardi di sterline. In Italia lo smantellamento delle vecchie centrali costerà non meno di 4 miliardi di euro. Le vecchie centrali non sono riutilizzabili per i nuovi impianti. I cittadini tedeschi hanno destinato fino al oggi all’energia atomica almeno 165 miliardi di euro. Come se avessero pagato dieci volte la costruzione delle 17 centrali attuali.
Afferma Steve Tomai, professore di politica energetica all’Università di Greenwich. : “ Se l’Enel dovesse finanziare i quattro impianti nucleari oggi al costo previsto per gli impianti francesi (4 miliardi e mezzo) sarebbe richiesto un investimento di 18 miliadi di euro. Ma secondo le previsioni di E. ON, l’utility tedesca, un impianto in Gran Bretagna è stimato in 5-6 miliardi di euro. Il costo per l’Italia sarebbe di circa 25 miliardi di euro.

Entro il 2020 le fonti rinnovabili insieme a misure di efficienza energetica sono in grado di produrre quasi 150 miliardi di kilowattora, circa tre volte l'obiettivo del governo sul nucleare, creando almeno 200 mila nuovi posti di lavoro "verdi"
La strada verso l'indipendenza energetica dell'Italia passa obbligatoriamente attraverso lo sviluppo delle rinnovabili, senza costi aggiuntivi per il Paese, senza scorie pericolose da gestire per i prossimi 100 mila anni e senza rischi per la popolazione.
La scorsa estate il prof. Gianni Mattioli, dell'università romana La Sapienza, invitato dal corrispondente comitato cremonese per il risparmio energetico e le energie rinnovabili si è misurato con parecchi amministratori del territorio sul tema "Un Po libero dal nucleare: un patto tra i territori". Patto assolutamente necessario dal momento che il ritorno al nucleare piove sulla testa delle amministrazioni locali e delle Regioni che tutt'al più saranno chiamate ad assumere le scelte quando le decisioni saranno state già prese. Il 15 febbraio è vicino, è il momento di farsi sentire con la voce più alta possibile.

Occupiamoci di un altro problema molto serio: una prospettiva di gestione del territorio sta suscitando enormi perplessità

Mostri idrologici con la riduzione da 22 a 8 dei Consorzi di Bonifica

Un riordino del quale non si intuiscono le ragioni, ci sono immobili che pagano il contributo di bonifica ed altri no, magari trovandosi sui due lati della stessa strada o di qua e di là del fosso! La cosa più sbalorditiva è che tra le grida di opposizione, di riflusso ma furibonde, poco o nulla si dice del fatto che si sìa disegnato un Comprensorio di bonifica e irrigazione (quindi di stretta pertinenza con le vicende delle acque) che scavalca ben tre grandi fiumi

di Stefano G. Loffi, direttore Consorzio Irigazioni Cremonesi


C’è chi parla di riordino, di riorganizzazione, di soppressione per accorpamento … dei Consorzi di bonifica; io preferisco usare il términe ‘riforma’, che mi pare più appropriato, anche se, in Italia, sembra quasi … portare jella!
Nel concetto di ‘riforma’ si comprende tutta la gamma delle possibilità, che però presuppongono comunque dei cambiamenti sostanziali, vere novità, auténtici miglioramenti di ciò che non va; così si intende alla voce ‘riforma’ in qualsìasi vocabolario della Lingua Italiana.
La Regione Lombardìa, invece, sembra orientata a scelte di poca sostanza, per questo, forse, utilizza il términe ‘riordino’, del quale propone un’interpretazione invero semplicistica, direi deludente: ‘riordino’ = ‘riduzione del numero’, da ventidue ad otto … un numero che non trova intuìbili ragioni se non in reminiscenze da ‘Tavola Rotonda’!
Di chi è l’ìdea? Chi ne è l’artéfice? Domande che possono trovare risposte di segno opposto, nel caso in cui vi sìano proteste o applausi.
Ma qui la mossa regionale appare veramente censuràbile: il numero otto esce, dritto dritto, da uno studio del prof. Claudio Gandolfi, accadémico milanese di chiarissima fama, all’uopo incaricato dalla stessa Regione. Chi mai lo può contestare? Il giochino di nascondersi dietro la Scienza regge soltanto per coloro che, interessati o coinvolti, non hanno sentìto il dovere di leggere il lavoro del cattedràtico, il quale, essendo persona serissima, non ha mancato di precisare che la suddivisione in otto Comprensori è una delle tante possibili e sostenibili.
Debbo una precisazione: ai Consorzi di bonifica è affidata una porzione di pianura lombarda, detta Comprensorio di bonifica e irrigazione, definìta da una legge regionale del 1984.
Attualmente i comprensori sono ventidue, ma i Consorzi di bonifica diciannove, perché due comprensori sono stati accorpati ed in altri due il Consorzio di bonifica non è mai nato.
Altra precisazione doverosa: su ciascuno di questi ventidue comprensori, la legge regionale prevedeva che sorgesse, ove non già esistente, un nuovo Consorzio di bonifica, che assorbisse, sopprimendoli, i mille e mille Consorzi di irrigazione o di altra natura, tutti déditi ad irrigare i campi. Fu un’imposizione pesante e certamente incostituzionale, ma accolta dalla maggioranza degli agricoltori, solleticàti dai millantati effetti collaterali: “Con l’avvento dei Consorzi di bonifica, ci penserà la Regione a finanziare òpere ed interventi e l’acqua per l’irrigazione costerà poco o nulla! ”.
Un messaggio assai allettante, anche se un po’ …bovino: altri tempi… altra gente… altra repubblica?
Che tale approccio fosse incostituzionale non lo dico io, bensì la Corte che sta a Roma, dirimpetto al Quirinale, quando decise sull’opposizione, strenua e coraggiosa, di un piccolo Consorzio di irrigazione bresciano, che non ne voleva proprio sapere d’essere soppresso.
Furono in tanti a sopravvivere, forse salvàti da quel privato Consorzio recalcitrante che reagì, spaventando chi di coraggio ne aveva ben poco, e tutto si fermò, in attesa dell’ultimo grado di giudizio di cui ho appena detto.
Tutto si fermò, anzi: in alcune aree neppure si iniziò, in particolare in due di questi ventidue Comprensori, nel Cremasco e nell’Ovest bresciano, dove ‘il popolo’ di Consorzio di bonifica proprio non ne voleva nemmeno sentir parlare!
La legge regionale 59/84 incespicò in altri accidenti; quello più clamoroso si vive tutt’oggi, laddove ci sono immobili che pagano il contributo di bonifica ed altri no, magari trovandosi sui due lati della stessa strada o di qua e di là del fosso!
Un’ultima notazione: nel 2003 uscì legge regionale n. 7, della quale mi vanto d’avere scritte alcune parti, grazie all’aiuto di un paio di consiglieri regionali, illuminàti ed attenti alla propria terra.
Si aprì uno spiraglio di luce nuova, nel disporre che, nei Comprensori ove non era mai sorto il Consorzio di bonifica, se ne potesse fondare uno di Miglioramento Fondiario di 2° grado, cosa che accadde quasi sùbito in quei due Comprensori ‘òrfani’: nell’Ovest bresciano e nel Cremasco.
Ora, in questo 2010, la Regione vuol portare il numero dei Comprensori da ventidue ad otto, con a capo altrettanti Consorzi di bonifica, ritenendo così d’aver ottemperato all’òrdine nazionale di procedere al … riordino.
Perché otto? “Lo ha stabilìto lo studio del prof. Gandolfi! ”. “Beh, in tal caso …”. Questo fu, in estrema sìntesi, l’ésito dell’incontro avvenuto in novembre, presso la Direzione Generale Agricoltura, della Regione, con i Presidenti ed i Direttori dei tre Consorzi di bonifica cremonesi: Naviglio-Vacchelli, Dugàli, Navarolo.
Io non c’ero, non c’entrandoci per competenza (il ‘mio’ è un Consorzio di Irrigazione), ma c’era l’Adda-Serio, il cremasco M. F. di 2° grado di cui ho appena detto, che uscì dal corale consenso per annunciare una decisa opposizione, non appena constatò che alla ‘Tavola Rotonda’ gli sarebbe stata destinata la sedia condivisa con i Bergamaschi.
Immàgino la soddisfazione dei dirigenti e funzionari regionali nel constatare il favore espresso, seduta stante, dai tre Consorzi di bonifica cremonesi: la ‘mossa Gandolfi’ s’era rivelata vincente, almeno in questa ampia parte della pianura: un problema in meno!
Per i cremaschi, la lotta poteva sembrare un scaramuccia: “Un accordo si troverà! ”; “Dipende – ho pensato – c’è cremasco e … cremasco! ”. L’assenso dei cremonesi mi lasciò basìto: “Contenti loro! ”, che altro pensare? Immàgino la stupìta delusione di quegli stessi dirigenti e funzionari regionali, quando sarà giunta a loro l’eco delle terribili ed altre grida di rivolta che si son levate al diffondersi delle prime indiscrezioni sulla ‘proposta Gandolfi’: “Il nostro Consorzio non si tocca! ”, “Noi con quelli non ci vogliamo andare! ”; “Questo è mio e guai a chi lo tocca! ” .
Non so dire come mai le cose sìano andate in questo modo e perché continuìno sulla stessa lìnea: constato un allentamento della tensione e della passione non appena ci si è resi conto che una tale manovra, in piena ‘zona Cesarini’ avrebbe nuociuto agli umori elettorali.

“Non preoccupatevi la decisione è rimandata a fine anno! ”. Quando si mettono di mezzo le ferie estive … tutto si stémpera … in questa Italia! Resta un fatto comunque incomprensibile, non solo per un tecnico del settore: il passaggio da ventidue ad otto partizioni della grande pianura lombarda crea dei mostri idrologici.

Nonostante il mutismo della cartina, penso si intuisca cosa si proponga per il territorio cremonese: a parte l’unione del Cremasco con il Bergamasco (!), dalla città del più grande Torrazzo sino a quella di Publio Virgilio Marone … sarà tutto un … Consorzione (fa anche rima!)! La cosa più sbalorditiva è che tra le grida di opposizione, di riflusso ma furibonde, poco o nulla si dice del fatto che si sìa disegnato un Comprensorio di bonifica e irrigazione (quindi di stretta pertinenza con le vicende delle acque) che scavalca ben tre grandi fiumi: Oglio, Mincio e addirittura il Po.
Non è finìta: ho letto di qualcuno che, ribellandosi all’ìdea di ‘andare con quello’ ma contento di ‘andare con quell’altro’, avrebbe detto che porre sotto un ùnico ente il governo delle acque di bonifica e irrigazione che scorrono ‘qua e di là del … Po’ è una cosa … condivisibile!

Se proprio i criteri idrografici sono un optional al quale si può rinunciare senza alcun timore, perché mai non fare la stessa scelta operata per gli ATO (che si òccupano dell’ ‘altra metà dell’acqua’)? Un Comprensorio coincidente con ciascuna provincia! Almeno ci sarà perfetta corrispondenza con gli enti locali, più omogeneità d’intese, di programmi, di dimensioni e di … dialetti, nelle cose d’acqua ancora utilissimi per capirsi al volo!

L’eco di questa maretta è comunque giunta sino a Milano, dove già cìrcolano voci che portano maggior tranquillità per la nostra estate 2010 (parlo per coloro che si òccupano e preòccupano per queste cose): “Non saranno otto, ma dieci, forse undici... tutto si aggiusterà! ” … e tutti vissero felici e contenti Non è la prima volta che mi scappa questa conclusione, ma sempre nel senso della più scorata amarezza! S’è lanciata una proposta super referenziata, confidando nel silenzio da timore reverenziale, ma prontamente si è disposti a parziali retromarce perché, lo dice anche l’illustre progettista, “… altre suddivisioni sono possibili …”. È un modo di procedere sul quale ci sarebbe molto, troppo da dire …. Diceva il grande Bàrtali: “L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare! ”. Comunque sìa, pare ormai un punto fermo: la riforma dei Consorzi di bonifica verterà sulla semplice ridistribuzione dei territori, nulla più. Qualche Consorzio di bonifica sparirà ed altri cresceranno: dei problemi veri e risolvibili, vecchi di decenni, subìti da tanti, nulla vi è all’orizzonte se non le elezioni regionali, in questi giorni all’orizzonte di tutto e di tutti … ma che potrebbero portare delle sorprese, proprio in questa materia; non è ancora detta l’ultima parola!





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di Mer, 14 lug 2010