Il caro armato ci costerà nel 2010 23.500 milioni di euroIl numero dei comandanti - 600 generali e ammiragli, 2.660 colonnelli e decine di migliaia di altri ufficiali- supera quello dei comandati.
L’Italia, com’è tradizione, gioca in difesa: nel 2010 le spese militari lasceranno sul terreno dei conti pubblici oltre 23.500 milioni di euro. Il nostro Paese, oggi all’8° posto al mondo per spese militari, ha più di 30 missioni internazionali in corso e nei prossimi anni ha in programma di acquistare, per citare solo uno dei progetti sui cosiddetti “sistemi d’arma”, 131 caccia per 13 miliardi di euro. Sono alcuni dei dati che sciorina “IL CARO ARMATO. Spese, affari e sprechi delle Forze Armate italiane” (Massimo Paolicelli e Francesco Vignarca, 132 pagine, 13 euro - Altreconomia Edizioni), una puntigliosa ricognizione sulle spese militari del nostro Paese. Somme non sempre facili da tirare perché comprendono il bilancio della Difesa, i fondi per le missioni internazionali e quelli assegnati dal ministero dello Sviluppo economico. La struttura delle Forze Armate è cambiata: il “Nuovo Modello di Difesa” ha spostato la linea del fronte dai confini geografici a quelli dei nostri interessi economici, ovunque siano ritenuti a rischio. La leva obbligatoria è stata sospesa. Ma scopriamo che, nonostante le “riforme”, l’esercito professionale conta oggi 190mila uomini, tra i quali il numero dei comandanti - 600 generali e ammiragli, 2.660 colonnelli e decine di migliaia di altri ufficiali- supera quello dei comandati. Tra le righe scopriamo che gli arsenali sono pieni nonostante la crisi: nei prossimi anni è previsto l’acquisto di faraonici “sistemi d’arma” dalla portaerei Cavour (1.390 milioni di euro), alle fregate FREMM (5.680 milioni) al cacciabombardiere Joint Srike Fighter (13 miliardi di euro): il “mercato” delle armi, con i Governi come principali committenti, è fiorente ma tutt’altro che “libero”, come indica la contiguità dei decisori: politici, vertici delle Forze Armate, industria bellica. Il libro affronta alcune delle scelte più controverse in tema di Forze Armate e relativi “costi”: le missioni internazionali, la presenza dei militari in città, le servitù militari, il destino degli immobili della Difesa, l’abbandono del servizio civile; per arrivare agli “scandali” veri e propri, tra cui sprechi e inefficienze clamorose, e la triste vicenda dell’uranio impoverito. In appendice il punto sulle spese militari in Europa e nel mondo. “Il caro armato”, in conclusione, con la forza dei numeri, passa come un cingolato sulla “casta” militare e i suoi privilegi e indica con chiarezza quale sia la strada per riforme e cambiamenti puntuali e strutturali, in un’ottica di efficienza e soprattutto di pace.
“IL CARO ARMATO. Spese, affari e sprechi delle Forze Armate italiane”: da novembre 2009 in vendita in libreria, nelle botteghe del commercio equo e solidale e sul sito di Altreconomia: www.altreconomia.it/libri
Una rivelazione tremenda: l'orrore di BagharamSeicento persone sono rinchiuse in celle comuni come animali nello zoo, senza poter incontrare familiari né avvocati
di Lionella Napoleoni
Guantanamo, un limbo legale dove sono finite 245 persone.La prigione è solo la punta dell'iceberg delle violazioni dei diritti umani commesse da George W. Bush e purtroppo reiterate. Nella base di Baghram, in Afghanistan, c'è l'altra Guantanamo, non un limbo ma un girone dell'inferno. Seicento persone sono rinchiuse in celle comuni come animali nello zoo, senza poter incontrare familiari né avvocati. Tecnicamente sono prigionieri di guerra, ma nessuno in quest'angolo maledetto di sabbia e roccia sa cosa siano le Convenzioni di Ginevra. Qui fino a poco tempo fa la tortura era di casa. Nel 2002 due prigionieri afgani sono morti per i colpi subiti: i soldati statunitensi li avevano appesi al soffitto e massacrati con spranghe di ferro e mazze da baseball. Era di casa anche la pratica di inviare i prigionieri nei paesi arabi per essere interrogati sotto tortura. La prigione, infatti, è nata come centro di smistamento dei detenuti e solo nel 2004 è diventata la destinazione dei "terroristi nemici di Bush". Baghram ha così sostituito Guantanamo, che aveva scatenato troppe polemiche. Speriamo che la chiusura di Guantanamo sia il primo passo verso la fine di tutti gli abusi, e non l'ennesima trovata giornalistica.
DOCUMENTIInternational video - music: • Lament of IraqDove porta l'euro forte: le conseguenze e le speculazioni mondiali, anche nel settore agricolo.
Freston de Rothschild
Vai a leggere Offriamo molti strumenti per capire la vicenda Calipari che raccontiamo per esteso (con la ripresa dei documenti ufficiali e del finto sdegno italiano) Intanto gli inglesi se ne vanno in giro a provocare attentati?. Per leggere il tutto, con un contributo di Maurizio Blondet, cliccare qui
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La lezione iranianadi Marco Tarchi Fonte: Diorama Letterario Come era da attendersi, le vicende iraniane continuano, a sei mesi dalla contestata rielezione di Mahmoud Ahmadinejad alla presidenza del paese, ad occupare la scena informativa internazionale. E ad offrire lezioni interessanti a chi cerca, seguendo i due maggiori paradigmi interpretativi, più complementari che alternativi, che ne sono stati forniti da analisti di primo piano la “fine della storia” di Francis Fukuyama e lo “scontro delle civiltà” di Samuel Huntington di cogliere e decifrare i giochi strategici per il dominio del pianeta posti in atto dopo la fine dell’era bipolare, misurando anche gli scostamenti dai (e gli adeguamenti dei) loro canoni che le convulsioni degli eventi impongono,. A Teheran e dintorni si gioca da anni una delle partite più rilevanti in questo contesto, divenuta ancora più cruciale da quando la scorribanda militare di Stati Uniti ed alleati ha destabilizzato gli equilibri nella regione circostante, annientando il potere di contenimento e interdizione dell’Iraq. Porre un freno alle capacità di influenza dell’Iran sul mondo islamico è un tema all’ordine del giorno delle cancellerie delle grandi potenze da trent’anni, cioè da quando l’ascesa al potere di Khomeini strappò la Persia dal contesto occidentale in cui si era di fatto inserita, e gli atti finalizzati a tale scopo sono stati numerosi: dall’appoggio logistico e militare fornito dagli Usa al regime di Saddam Hussein quando era in guerra con il paese guidato dagli ayatollah al rovesciamento di posizioni successivo all’invasione irachena del Kuwait e al primo conflitto del Golfo che ne conseguì, dall’intervento sovietico in Afghanistan all’assistenza statunitense alle armate mujaheddin che lo contrastavano, dal favore mostrato da Washington verso la conquista del potere talebana a Kabul sino all’apertura del contenzioso nucleare, esteso alle organizzazioni internazionali e all’Unione europea.
Ogni mossa effettuata su questo scenario politico-militare si è accompagnata ad un’azione intensa su un terreno ancora più efficace per raggiungere lo scopo, quello della costruzione di un’immagine negativa del bersaglio da colpire capace di far larga presa sull’immaginario collettivo e di fare da base alla “pressione dell’opinione pubblica” che, sollecitata o inventata dai governi e dai circuiti comunicativi compiacenti verso le loro intenzioni, avrebbe prodotto le giustificazioni adeguate a qualunque iniziativa “reattiva” verso il paese che George W. Bush inserì eloquentemente, nelle ore successive agli attacchi dell’11 settembre 2001, nel famigerato Asse del Male. Intendiamoci: che la Repubblica islamica dell’Iran ci abbia messo del suo, e non poco, per accreditare al di fuori delle proprie frontiere un’immagine non proprio idilliaca di sé, non c’è dubbio. Gli episodi sanguinosi che segnarono l’insurrezione contro lo Scià e i suoi sviluppi, i toni intransigenti dei discorsi di Khomeini e la celebre presa di ostaggi nell’ambasciata nordamericana costituirono la base di una rappresentazione che, con gli anni, non ha fatto che incupirsi. Ma è altrettanto certo che sul fronte occidentale si è fatto di tutto per andare ben oltre i dati di fatto, trasformando quell’immagine in una sinistra caricatura. Anche nel periodo di presidenza di Khatami, oggi raffigurato come un pacioso e rimpianto riformista, benché i rapporti diretti con Usa ed Europa avessero preso una piega meno ostile, nei paesi occidentali l’unica immagine dell’Iran accreditata e divulgata con ogni mezzo dalle inchieste giornalistiche ai film e ai romanzi accuratamente selezionati e propagandati come uniche espressioni culturali del grande paese, passando per i convegni, le conferenze e le manifestazioni di protesta era quella del paese dove tutte le libertà civili erano oppresse, le donne erano costrette contro la loro volontà a coprirsi con il lugubre chador e nessuna opposizione politica era ammessa. In questo profilo monolitico non è mai comparsa nessuna crepa: le tensioni tra esponenti delle istituzioni, i contrasti tra deputati in parlamento, la presenza di giornali dissidenti, i dibattiti culturali sono sempre stati tenuti in non cale, fintanto che un provvedimento repressivo di ispirazione politica non ha, di volta in volta, consentito di riprendere la giaculatoria polemica. In altre parole: da quando l’Iran è passato dall’orbita statunitense a cui Reza Pahlevi lo aveva ancorato ad un campo avverso, quello dell’indipendenza nazionale, il suo destino di “paese canaglia” è stato segnato. Non ci si è mai sognati di applicargli i distinguo culturali che tante volte hanno autorizzato l’intellighenzia a passare sotto silenzio il disprezzo dei diritti politici degli oppositori in una congerie di casi distribuiti sui cinque continenti. Non si è mai indagata l’“altra faccia” del paese per capire come mai, al momento del crollo, il regime imperiale fosse stato difeso solo dalla famigerata polizia politica e da una ristretta parte delle forze armate, e attaccato o abbandonato dalla stragrande maggioranza della popolazione, che negli anni a seguire avrebbe esaltato il khomeinismo e le sue scelte, persino le più gravide di conseguenze dolorose come il dispendiosissimo scontro bellico con l’Iraq. Tutte le tornate elettorali sono state in partenza bollate come farse o mascherature di una presunta totale assenza di democrazia. Ogni atto politico dei governi di Teheran è stato liquidato con il ricorso al lessico degli insulti: fanatismo, oppressione, follia, dispotismo, e il paese è stato raffigurato come un’immensa prigione a cielo aperto, nella quale l’intera popolazione ansiosa di spezzare il giogo della tirannide è tenuta faticosamente a bada dalla violenza di pasdaran e basiji assetati di sangue. Tanta rozzezza non è stata controproducente, non ha instillato dubbi, non ha sollecitato verifiche e tantomeno correzioni. Ancora una volta, il vantato pluralismo occidentale è stato sepolto dai bisogni della propaganda e sui giornali come sugli schermi televisivi nessuna voce discorde ha avuto diritto di farsi sentire. Al punto che l’incomprensione degli eventi è diventata una regola e ha fatto smarrire il senso della realtà. Lo ha ricordato, per la prima volta, Farian Sabahi, massima esperta di vicende iraniane in Italia in una sorprendente intervista rilasciata alla versione telematica di “Panorama” lo scorso 30 dicembre. L’autrice di Storia dell’Iran 1890-2008 (Bruno Mondadori) ha affermato senza troppi giri di parole che i presunti brogli “non sono sufficienti a spiegare la dimensione della vittoria di Ahmadinejad”, che ha costruito le basi del suo successo su cose che “per la gente comune contano di più, nelle urne, del dibattito sui diritti civili caro ai riformisti […]: ha dato in questi anni l’assistenza sanitaria gratuita a 22 milioni di iraniani, ha aumentato lo stipendio del 30% agli insegnanti, ha garantito il pagamento delle bollette agli iraniani più poveri, ha aumentato le pensioni del 50% permettendo agli anziani di arrivare a fine mese”; “ha vinto perché è entrato in sintonia con l’Iran profondo, quello di cui i giornalisti occidentali non si occupano mai”. Constatazioni dalle quali la studiosa ha tratto un ragionamento che meriterebbe di giungere al grande pubblico intossicato dalla retorica sensazionalista degli inviati di quotidiani e rete televisive dei paesi sedicenti democratici: “i riformisti dell’ex premier Mousavi hanno perso perché, al di là delle loro roccaforti giovanili ed universitarie di Teheran, al di là della loro capacità di mobilitazione su Twitter e tra i ceti più dinamici della capitale, non sono riusciti a sfondare tra l’elettorato poco scolarizzato delle campagne”. Sono parole pesanti, alle quali Sabahi ha affiancato una palese critica alle distorsioni informative dei media europei e nordamericani, quando ha sostenuto che “Mousavi è stato sopravvalutato in Occidente […] non sappiamo che cosa avrebbe fatto se fosse stato eletto. Sappiamo solo che era l’ex braccio destro di Khamenei, non proprio un innovatore, e che è di origine azera, una minoranza etnica. Inoltre sua moglie si presentava con il chador nero ai comizi persino a Teheran, dove le ragazze si limitano al foulard”. Ma sono anche parole che difficilmente lasceranno traccia in coloro che dovrebbero esserne i destinatari. Ai politici, agli intellettuali e agli operatori della comunicazione occidentali non interessa prendere cognizione di ciò che effettivamente accade oggi in Iran, o in un qualunque altro paese che in qualche misura si discosti dai parametri di accettabilità dettati dall’ideologia liberale vigente nel mondo “sviluppato”. Il loro concorde intento è aggiustare gli eventi alle proprie precostituite interpretazioni, sceneggiarli, manipolarli e spettacolarizzarli secondo copioni già pronti, canovacci che basta adattare caso per caso alle esigenze della cronaca. Ciò che importa è dare quotidianamente conto della superiorità del modello occidentale e opporla agli altrui abomini, non senza sottolineare la generosità con cui i detentori del copyright di questa non più perfettibile formula politica, economica e sociale sarebbero disposto a cederlo a chi ancora non ne gode i benefici. Data la nobiltà dello scopo, ogni sotterfugio per raggiungerlo è buono: si tratti di tacere i fatti, di distorcerli o di rinunciare ad esercitare qualunque senso critico. In questa prospettiva, il caso iraniano non è che una pedina di un gioco a spettro molto più ampio, che serve perché, sfruttandone a seconda dei momenti gli aspetti più adatti alla bisogna il timore della costruzione di bombe atomiche che i “folli” governanti di Teheran potrebbero scagliare su Israele o, chissà mai, persino sull’Europa, oppure la repressione delle manifestazioni di piazza degli oppositori, utili a far supporre che la Repubblica islamica si stia trasformando in un vero e proprio regime totalitario, che un domani potrebbe incendiare l’intero Islam e scagliarlo contro gli infedeli in un delirio di purificazione religiosa del globo terracqueo , si può sventolare lo spauracchio del Nemico assoluto e suggerire che solo il suo annientamento, per via militare esterna o per assimilazione alla scala di valori occidentale grazie alla presa del potere di un’opposizione più malleabile e culturalmente penetrabile, potrà assicurare alle popolazioni della parte ricca del mondo quel tranquillo godimento della loro privilegiata posizione a cui aspirano. La trama della strategia comunicativa adottata in questa occasione non fa, del resto, che replicare stereotipi con cui precedenti episodi della saga ci hanno familiarizzato. Scenario e protagonisti non cambiano. C’è un governo in carica a seguito di regolari elezioni, di cui viene contestata la regolarità sulla base del principio che, come nei film, i cattivi non possono mai battere i buoni se non ricorrendo a ignobili trucchi, e comunque alla fine devono essere svergognati e sconfitti: i messicani non possono prevalere sugli yankees neppure in una scaramuccia, i giapponesi devono essere annichilati dai Gi’s, i pellerossa hanno un destino segnato di fronte alle giubbe blu dell’esercito federale. C’è una rumorosa e folta schiera di contestatori che scende in piazza per proclamarsi detentrice della vera legittimità malgrado il responso insincero delle urne, sforzandosi di apparire quanto più possibile in sintonia, nelle parole d’ordine, nell’abbigliamento e nei comportamenti agli standard di moda nell’agognato mondo occidentale. C’è un codice di riconoscimento dei manifestanti preventivamente stabilito e collegato ad un colore, questa volta il verde come in altre occasioni era stato l’arancione o altra tinta, che deve servire a dare a cortei e sommosse un aspetto più gioioso e a colpire l’immaginazione delle platee televisive a cui il messaggio (espresso in slogans rigorosamente vergati in lingua inglese e riportati su cartelli e striscioni) è diretto. C’è la storia tragica della vittima esemplare degli scontri, epifania della violenza dell’odiato regime, destinata ad infiammare i cuori e suscitare l’indignazione universale, trasformandosi in icona (chissà perché a Gaza non è andata così durante l’operazione “Piombo fuso”. Forse con tanti assassinati c’era l’imbarazzo della scelta?). C’è il circo mediatico delle centinaia o migliaia di inviati di giornali, radio e reti televisive che devono immediatamente fornire la grancassa al movimento, giurare sulla sua spontaneità e testimoniarne la forza numerica e d’animo al cospetto della brutale ed ottusa repressione poliziesca, salvo rincarare la dose delle contumelie contro il potere se l’operatività dei giornalisti è limitata da provvedimenti d’emergenza. C’è il coro delle istituzioni internazionali, delle organizzazioni di solidarietà (ai manifestanti) e dei governi pronto ad ammonire, denunciare, deplorare, minacciare sanzioni. C’è il tam-tam di internet, che su siti e blog si premura di far arrivare sempre e solo le immagini della “parte giusta”, ignorando, come gli altri mezzi di presunta informazione, le manifestazioni della controparte, che in partenza ci si assicura essere composte esclusivamente da impiegati e funzionari statali mobilitati e stipendiati all’uopo (il tempo per spedire le famose “cartoline precetto” con cui si sarebbero gonfiate le adunate oceaniche prebelliche difficilmente ci potrebbe essere). E ci sono, anche se sul momento non si vedono, le forme concrete di sostegno dei gruppi pubblici e privati interessati ad un rovesciamento della situazione politica e pronti a goderne i frutti se il tentativo andrà a buon fine. Tanta è la somiglianza delle situazioni che verrebbe da chiedersi se le vicende commentate in tv o in radio si stanno svolgendo davvero in diretta a Teheran, oppure sono state estratte dalla registrazione di fatti accaduti a Kiev o a Tbilisi qualche anno addietro. Del resto, chi davvero siano gli artefici della protesta, ribellione o espressione preferita rivoluzione, a chi desidera avvalersene importa poco. Né è essenziale il loro effettivo grado di rappresentatività degli umori e delle opinioni del paese nel quale agiscono: le minoranze rumorose, come sempre, sono di gran lunga più efficaci delle maggioranze silenziose, che possono far sentire il proprio peso soltanto nelle cabine elettorali. Ciò che conta è che il movimento di contestazione esaltato dai mezzi di comunicazione di massa esprima un visibile attaccamento ai codici simbolici dell’Occidente, facendo supporre che nell’“anima profonda” del “popolo” che scende in piazza si annidi un tumultuoso desiderio di affrancarsi dal retaggio delle arretrate tradizioni in cui è stato rinchiuso e di incamminarsi lungo il luminoso sentiero al cui sbocco sta il paradiso della superiore civiltà made in Usa. Il guaio è che a questa opera di manipolazione su scala industriale, ormai trasformata in un meccanismo che si riproduce secondo automatismi e non necessita più di alimentazione esterna, pare non esistere rimedio. I succubi dell’ideologia che la produce, convinti di abitare il migliore dei mondi possibile e alimentati a suon di benessere consumistico, non hanno la benché minima intenzione di metterla in discussione. E le sparute voci discordi sono rese inoffensive dall’estraneità ai circuiti che contano, compresse ai margini del dibattito o affogate nella babele di lingue e segni della rete telematica. Come nei vecchi fotomontaggi che facevano scomparire dalle immagini oleografiche a celebrazione dei regimi totalitari i personaggi che nel frattempo erano caduti in disgrazia, tutti i particolari suscettibili di turbare l’immagine armonica di un mondo diretto a passo spedito verso la completa occidentalizzazione sono espunti dalla scena. E per convincere i riottosi sono sempre aperte le porte del museo degli orrori, dove vengono esposte le nefandezze dei paesi “alieni”, di civiltà riprovevoli che forse non meriterebbero neppure di essere chiamate tali, brutali e minacciose, ansiose di dotarsi di strumenti di distruzione di massa e ossessivamente occupate a distribuire ai disgraziati costretti a sopportarle fame, violenza ed oppressione. Un panorama straordinariamente simile a quello dei paesi “selvaggi” da conquistare che le potenze coloniali disegnavano, un tempo, quando volevano illustrare ai loro abitanti i motivi che le spingevano alle lodevole e disinteressate imprese d’oltremare. Le epoche si succedono, i metodi si trasformano, gli obiettivi variano. Ma gli appetiti di potere continuano, come sempre, a dominare gli orizzonti dell’umanità, e a travestirsi sotto il manto dei nobili sentimenti. E smascherarli è, oggi più che mai, un’opera non meno difficile che indispensabile, per chi crede che ridurre il pianeta ad una ininterrotta serie di copie conformi dell’attuale Occidente consumista, utilitarista, egoista e spregiatore degli equilibri naturali sarebbe non un passo avanti sulla via del progresso, ma un autentico crimine. 
Obama raggiunge il top assoluto delle spese per armiIl rubinetto del Pentagono è completamente aperto
di WINSLOW T. WHEELER Traduzione di Comedonchisciotte
Il 27 gennaio, il segretario alla difesa Robert Gates ha annunciato al Congresso quanto segue: "Il rubinetto dei fondi per la difesa aperto dall’11 settembre si sta ora chiudendo". Subito dopo che il budget per le spese della difesa di Gates è stato approvato in data 7 maggio, il revisore dei conti del Pentagono, Robert Hale, ha confermato alla stampa: "Il rubinetto sta cominciando a chiudersi". Un rubinetto che si chiude significa meno soldi, ma il nuovo budget stanziato per il 2010 per la difesa mostra abbastanza chiaramente che la valvola non si sta chiudendo; è intasata piena fino all’orlo. Senza considerare i costi delle guerre in Iraq e Afghanistan, l’ammontare dei fondi stanziati per il Pentagono per il 2009 è stato di 514 miliardi di dollari. Per il 2010, Gates ne ha richiesti 534. Il flusso cresce di 20 miliardi di dollari. Il revisore Hale ha altresì detto alla stampa "Non abbiamo una pianificazione per il periodo successivo al 2010". Ha detto che non ce ne sarà una fino a che il Dipartimento della Difesa non avrà completato la propria revisione di strategie, programmi e linee guida la Revisione Quadriennale della Difesa (QDR). In realtà, c’è un piano per gli anni "dopo il 2010". E’ compreso nel budget che il presidente Barack Obama ha approvato e inviato al Congresso lo stesso 7 maggio. I materiali sul budget dell’Office of Management and Budget* (OMB) mostrano un torrente di numeri per il futuro del Dipartimento della Difesa. Essi sono tutti visionabili dal pubblico nella Tavola 26-1 del tomo da 415 pagine edito dall’OMB per il budget del 2010, "Prospettive Analitiche". Esso pianifica le spese del Dipartimento della Difesa fino al 2019. Escludendo le somme stanziate per le guerre in Iraq e in Afghanistan, il piano di budget approvato dalla presidenza continuerebbe a far aumentare il budget del Pentagono: di altri 8,1 miliardi di dollari nel 2011 (1,5% in più), di altri 9 miliardi di dollari nel 2012 (1,6% in più) e di 10,4 miliardi di dollari nel 2013 (1,8% in più), e così via fino al 2019. Se aggiungiamo i costi delle guerre Iraq e in Afghanistan, il budget del Pentagono per il presente anno fiscale 2009 supera quello di qualunque anno a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, inclusi i picchi di spesa per le guerre della Corea e del Vietnam. Il piano del presidente Obama è di aumentare quell’indirizzo. Obama supererà anche Ronald Reagan per le spese della difesa. Obama ha intenzione di investire 2,47 mila miliardi nel Pentagono per gli anni dal 2010 al 2013. Se riuscirà ad ottenere un altro mandato pensa di investire altri 2,58 mila miliardi per il periodo dal 2014 al 2017. Sommati per otto anni, dal 2010 al 2017, la spesa programmata di Obama è di 5,05 mila miliardi di dollari. Nei suoi primi quattro anni, Reagan ha speso, in dollari rivalutati sulla base dell’inflazione, 2,1 mila miliardi di dollari. Durante il secondo mandato, ne ha spesi 2,11, per un totale di 4,21 mila miliardi di euro in otto anni. Obama nei suoi primi quattro anni ha superato Reagan di 369 milioni di dollari. In otto anni, Obama lo sorpasserà di 840 milioni. Molti repubblicani stanno cercando di accusare Obama di aver tagliato gli stanziamenti per la difesa. Sembrano aver scambiato i segni del più e del meno. Secondo la loro logica, il quasi-santo Ronald Reagan è stato uno che ha tagliato il budget della difesa. E cosa dire allora di Hale e della sua implicita affermazione secondo cui nessuno di questi numeri significa qualcosa finché il Pentagono non completerà il suo tanto propagandato QDR? Il Pentagono ha condotto questo tipo di revisioni fin dall’epoca dell’amministrazione Clinton. Ciascuna di esse è stata oggetto di un ampio battage pubblicitario ed è stata citata come precursore essenziale delle grandi decisioni da prendere. Ognuna di esse è andata e venuta e non ha fatto nulla per cambiare la traiettoria che i leader del Pentagono avevano già deciso; funziona poco più che come una revisione che il dipartimento amministrativo conduce di se stesso. Al pari delle 50 decisioni di 'program e policy’ che Gates ha annunciato alla stampa lo scorso 6 aprile contenevano qualche notizia cattiva, come ad esempio la soppressione dell’Air Force F-22, anche il nuovo QDR probabilmente conterrà qualche decisione degna di nota una volta completato nel corso dell’anno. Vale la pena sottolineare, comunque, che le 50 decisioni di Gates erano neutrali dal punto di vista del budget (il budget del 2010 è rimasto di 534 miliardi di euro sia prima sia dopo di queste). Possiamo aspettarci che per il QDR sarà lo stesso. Oppure ci possiamo aspettare che i numeri cresceranno un poco. Il 14 maggio, Gates ha detto al Comitato dei Servizi Armati del Senato che per sostenere il programma presentato dal Pentagono servirà un aumento annuale del 2 per cento del budget del dipartimento. Questo supera di poco quello che Obama ha pianificato. Alcuni obietteranno strenuamente che dobbiamo aspettare i risultati del QDR e i grandi cambiamenti che tutti sanno essere necessari. In ogni caso, se ci basiamo sulla performance di Obama sulle questioni di sicurezza nazionale, questo non succederà. Con le sue decisioni sull’Afghanistan, le speciali commissioni militari giudicanti su sospetti terroristi, la pubblicazione di registrazioni di abusi sui prigionieri e altre questioni, Obama ha già dimostrato di non avere stomaco per staccarsi del tutto dalla saggezza convenzionale e da quanto di moderato cioè politicamente sicuro- bisogna fare sulla questione della difesa nazionale. Allo stesso modo, possiamo aspettarci che il primo esercizio di Obama con il QDR del Pentagono atterrerà su un territorio sicuro, non sui mari tempestosi delle riduzioni effettive o sulle acque inesplorate di una riforma vera e significativa del Pentagono. Il rubinetto è piuttosto bloccato nella posizione in cui si trova. Ci vorrebbe un cambiamento radicale perché le cose cambino.
* L’Office of Management and Budget è il principale ufficio dell’Executive Office del Presidente degli Stati Uniti, a cui è affidata una funzione di sorveglianza sulle attività poste in essere dalle agenzie federali. L’OMB, che attualmente impiega 500 persone, ha il compito di dare consigli tecnici ai membri anziani della Casa Bianca su una molteplicità di questioni, dall’ambito legale alle problematiche relative al budget.
Winslow T. Wheeler ha speso 31 anni a lavorare su Capitol Hill con i senatori di entrambi gli schieramenti politici e con il Government Accountability Office, specializzandosi in questioni di sicurezza nazionale. Attualmente dirige il Straus Military Reform Project del Center for Defense Information a Washington. Egli è l’autore di The Wastrels of Defense e l’editore di una nuova antologia: 'America’s Defense Meltdown: Pentagon Reform for President Obama and the New Congress’.
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OGM: il mondo secondo Monsanto Un film rivelatore . ecco l'intervista all'autrice Marie-Monique Robin
Marie-Monique Robin racconta come è nato il progetto del libro e del film "Il mondo secondo Monsanto" e traccia la storia della nascita degli OGM resistenti al pesticida Roundup. Perché ha scelto di parlare di Monsanto? Avevo già fatto tre film sui temi della biodiversità e tutte le volte, nel corso delle mie ricerche mi ero imbattuta nella Monsanto. Chiaramente avevo già sentito parlare di Monsanto, perché mi ero già interessata agli OGM e alle biotecnologie anche se in maniera superficiale. Ad un certo punto mi sono detta che occorreva indagare approfonditamente su Monsanto: la multinazionale leader mondiale nel settore delle biotecnologie e nella produzione di organismi geneticamente modificati il cui scopo principale è quello di impossessarsi di tutte le sementi del mondo. Come è cominciato il progetto? Ho cominciato facendo ricerche in rete. La prima cosa che ho fatto è stata digitare sul motore di ricercala parola “Monsanto”: ho riscontrato 7 milioni di occorrenze. Successivamente ho digitato “Monsanto inquinamento”, “Monsanto corruzione” e via dicendo: tutto era già su internet, centinaia di articoli parlavano della multinazionale, la storia era già praticamente tutta lì. È così che è cominciata: ho fatto ricerche in rete per quattro mesi e più andavo avanti più comprendevo quanto la storia di Monsanto un’azienda chimica fondata da oltre un secolo che stava acquistando tutte le aziende semenziere del pianeta fosse assolutamente controversa. Da qui è nato il progetto di raccontare la storia dell’azienda dalla sua nascita fino ad oggi per cercare di capire se il suo passato potesse portare luce sul presente. Come tutti ormai sanno gli OGM sono un argomento controverso, caldo: il mio interesse era capire come Monsanto fosse diventata leader incontrastato in questo settore proponendosi al pubblico (si veda a questo proposito il suo sito internet) come risolutrice dei problemi della fame del mondo e come produttrice di organismi geneticamente modificati che non presentano alcun rischio per la salute umana. Alla luce della sua storia industriale, possiamo credere alla Monsanto quando si presenta in questo modo?
Quali sono le caratteristiche degli OGM prodotti e utilizzati da Monsanto? Oggi al mondo esistono due categorie di OGM e ricordo che Monsanto possiede il 90% degli organismi geneticamente modificati coltivati nel mondo. La prima categoria, circa il 70% del totale, è costituita da piante OGM capaci di resistere all’erbicida Roundup(parimenti prodotto da Monsanto). Monsanto ha sempre dichiarato che il Roundup è innocuo per l’ambiente e biodegradabile: menzogne. Per questo tipo di pubblicità menzognera Monsanto è stata condannata sia a New York che recentemente in Francia. E, cosa ancora peggiore, se si vedono tutti i documenti presenti in rete relativi alle ricerche condotte sugli effetti del Roundup appare evidente il fatto che la commercializzazione dell’erbicida dovrebbe essere assolutamente vietata. Questo 70% di OGM è stato creato per resistere all’erbicida: gran parte della soia e della colza che noi mangiamo presenta tracce di Roundup, ma sulla pericolosità di questi residui per la salute umana e animali non sono stati fatti studi. La seconda categoria di OGM è composta da quei semi che sono loro stessi in grado di produrre una tossina insetticida, il Bt (Bacillus thuringiensis): anche sugli effetti del Bt sulla salute umana non sono stati condotti studi. Prima di iniziare a lavorare a questo progetto, personalmente non avevo pregiudizi sugli OGM: credevo alle informazioni che passano sui media ed essendo figlia di agricoltori, quando tornavo nella mia regione, non sentivo discorsi preoccupati su questo tema. Ma bisogna ben comprendere una questione fondamentale, la grande manipolazione a cui tutti siamo stati sottoposti. La storia degli OGM comincia negli Stati Uniti: Monsanto stava per perdere l’esclusività del brevetto (che dura 20 anni) sul Roundup l’erbicida più venduto al mondo: la formula stava per essere liberalizzata e altre industrie avrebbero potuto produrlo. A questo punto entrano in scena gli OGM resistenti al Roundup: Monsanto comincia a produrli per non perdere le vendite dell’erbicida. Da allora, nel momento in cui negli Stati Uniti un coltivatore decide di piantare sementi OGM è obbligato a firmare due contratti: il primo in cui si impegna ad acquistare tutti gli anni i semi brevettati, il secondo contratto obbliga all’acquisto del Rondup prodotto esclusivamente da Monsanto. È all’inizio degli anni Ottanta che Monsanto comincia a lavorare alla realizzazione di OGM che resistano al Roundup: non si tratta di super magnifiche piante in grado di risolvere il problema della fame nel mondo, ma di organismi messi punto per non perdere la preminenza mondiale sul mercato dei pesticidi. Tratto da: www.arte.tv/monsanto.La Cina corteggia il Caspio con i contantidi M.K. BHADRAKUMAR Tradotto da Manuela Vittorelli
La crisi globale si sta allargando all'Asia Centrale. Potrà produrre sensibili cambiamenti nel Grande Gioco per il controllo delle riserve energetiche del Mar Caspio. In superficie potrà sembrare che l'intensità delle rivalità si sia attenuata, dato che gli attori principali la Russia e l'Occidente stanno ora riflettendo sulle condizioni precarie delle loro finanze e sulla necessità prioritaria di rimettere in sesto le loro economie. Ma il rallentamento del Grande Gioco inganna. La Cina ha da guadagnare da qualsiasi cambiamento di assetto. Tra tutte le principali economie mondiali, è in Cina che il pacchetto di stimoli da 4000 miliardi di yuan (585 miliardi di dollari) del governo potrebbe aver cominciato a mostrare i primi risultati, mettendo l'economia del paese in una situazione “migliore del previsto”, come ha dichiarato il Primo Ministro Wen Jiabao . La possibilità che la Cina sia la prima grande economia a riprendersi le attribuisce un ruolo cruciale alla guida dell'economia mondiale in generale e di quella centroasiatica in particolare. Dopo un prestito di 25 miliardi di dollari concesso alla Russia a febbraio, la Cina ha acconsentito a prestare al Kazakistan 10 miliardi e si aspetta che i due paesi ricambino aumentando le forniture energetiche alla Cina. Potrebbero essere i segnali premonitori di un evento sismico nella geopolitica dell'Asia Centrale. La regione ha davanti a sé fosche prospettive economiche e guarda istintivamente alla Cina alla ricerca di una via d'uscita. Per la Cina è una grande occasione per prendere sotto la propria ala la regione. Per la corsa all'energia del Caspio le conseguenze sono profonde. (Per ulteriori informazioni clicca qui) I gay iracheni rimpiangono Saddamdi Enrico Oliari Una volta c’era il burka, poi non c’era più. Una volta c’erano l’oppressione della donna, la discriminazione sociale, i diritti civili calpestati e il fondamentalismo islamico: erano le giustificazioni che portavano al casus belli per invadere l’Afghanistan dei talebani, ma certamente deboli per giustificare l’attacco all’Iraq di Saddam Hussein, paese in cui era cosa del tutto normale incontrare ufficiali dell’esercito di sesso femminile, come pure tecnici ed intellettuali dello stesso genere.
Oltre alla Turchia, l’Iraq rappresentava l’unica nazione laica di quella parte del mondo arabo, un paese dove non esistevano condanne per gli omosessuali, un’isola di impunibilità giuridica circondata da nazioni che ancora oggi adottano pene (compreso quella capitale) per i reati di sodomia e che trovano il plauso di un Vaticano integralista che si è opposto alla moratoria internazionale per questo genere di reati. Era l’Iraq di Saddam Hussein. Oggi non lo è più. Eppure è stata imposta la civiltà occidentale.

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