Il caro armato ci è costato nel 2010 23.500 milioni di euroIl numero dei comandanti - 600 generali e ammiragli, 2.660 colonnelli e decine di migliaia di altri ufficiali- supera quello dei comandati.
L’Italia, com’è tradizione, gioca in difesa: nel 2010 le spese militari hanno lascviato sul terreno dei conti pubblici oltre 23.500 milioni di euro. Il nostro Paese, oggi all’8° posto al mondo per spese militari, ha più di 30 missioni internazionali in corso e nei prossimi anni ha in programma di acquistare, per citare solo uno dei progetti sui cosiddetti “sistemi d’arma”, 131 caccia per 13 miliardi di euro. Sono alcuni dei dati che sciorina “IL CARO ARMATO. Spese, affari e sprechi delle Forze Armate italiane” (Massimo Paolicelli e Francesco Vignarca, 132 pagine, 13 euro - Altreconomia Edizioni), una puntigliosa ricognizione sulle spese militari del nostro Paese. Somme non sempre facili da tirare perché comprendono il bilancio della Difesa, i fondi per le missioni internazionali e quelli assegnati dal ministero dello Sviluppo economico. La struttura delle Forze Armate è cambiata: il “Nuovo Modello di Difesa” ha spostato la linea del fronte dai confini geografici a quelli dei nostri interessi economici, ovunque siano ritenuti a rischio. La leva obbligatoria è stata sospesa. Ma scopriamo che, nonostante le “riforme”, l’esercito professionale conta oggi 190mila uomini, tra i quali il numero dei comandanti - 600 generali e ammiragli, 2.660 colonnelli e decine di migliaia di altri ufficiali- supera quello dei comandati. Tra le righe scopriamo che gli arsenali sono pieni nonostante la crisi: nei prossimi anni è previsto l’acquisto di faraonici “sistemi d’arma” dalla portaerei Cavour (1.390 milioni di euro), alle fregate FREMM (5.680 milioni) al cacciabombardiere Joint Srike Fighter (13 miliardi di euro): il “mercato” delle armi, con i Governi come principali committenti, è fiorente ma tutt’altro che “libero”, come indica la contiguità dei decisori: politici, vertici delle Forze Armate, industria bellica. Il libro affronta alcune delle scelte più controverse in tema di Forze Armate e relativi “costi”: le missioni internazionali, la presenza dei militari in città, le servitù militari, il destino degli immobili della Difesa, l’abbandono del servizio civile; per arrivare agli “scandali” veri e propri, tra cui sprechi e inefficienze clamorose, e la triste vicenda dell’uranio impoverito. In appendice il punto sulle spese militari in Europa e nel mondo. “Il caro armato”, in conclusione, con la forza dei numeri, passa come un cingolato sulla “casta” militare e i suoi privilegi e indica con chiarezza quale sia la strada per riforme e cambiamenti puntuali e strutturali, in un’ottica di efficienza e soprattutto di pace.
“IL CARO ARMATO. Spese, affari e sprechi delle Forze Armate italiane”: da novembre 2009 in vendita in libreria, nelle botteghe del commercio equo e solidale e sul sito di Altreconomia: www.altreconomia.it/libri
Una rivelazione tremenda: l'orrore di BagharamSeicento persone sono rinchiuse in celle comuni come animali nello zoo, senza poter incontrare familiari né avvocati
di Lionella Napoleoni
Guantanamo, un limbo legale dove sono finite 245 persone.La prigione è solo la punta dell'iceberg delle violazioni dei diritti umani commesse da George W. Bush e purtroppo reiterate. Nella base di Baghram, in Afghanistan, c'è l'altra Guantanamo, non un limbo ma un girone dell'inferno. Seicento persone sono rinchiuse in celle comuni come animali nello zoo, senza poter incontrare familiari né avvocati. Tecnicamente sono prigionieri di guerra, ma nessuno in quest'angolo maledetto di sabbia e roccia sa cosa siano le Convenzioni di Ginevra. Qui fino a poco tempo fa la tortura era di casa. Nel 2002 due prigionieri afgani sono morti per i colpi subiti: i soldati statunitensi li avevano appesi al soffitto e massacrati con spranghe di ferro e mazze da baseball. Era di casa anche la pratica di inviare i prigionieri nei paesi arabi per essere interrogati sotto tortura. La prigione, infatti, è nata come centro di smistamento dei detenuti e solo nel 2004 è diventata la destinazione dei "terroristi nemici di Bush". Baghram ha così sostituito Guantanamo, che aveva scatenato troppe polemiche. Speriamo che la chiusura di Guantanamo sia il primo passo verso la fine di tutti gli abusi, e non l'ennesima trovata giornalistica.
DOCUMENTIInternational video - music: • Lament of IraqDove porta l'euro forte: le conseguenze e le speculazioni mondiali, anche nel settore agricolo.
Freston de Rothschild
Vai a leggere Offriamo molti strumenti per capire la vicenda Calipari che raccontiamo per esteso (con la ripresa dei documenti ufficiali e del finto sdegno italiano) Intanto gli inglesi se ne vanno in giro a provocare attentati?. Per leggere il tutto, con un contributo di Maurizio Blondet, cliccare qui
|

| 
I servizi di approfondimento de "Il Vascello"Il rimedio alla crisi sarà la guerra?La guerra è la soluzione più semplice - Siamo presi dall'entità di lacrime e sangue che ci ammanirà il ministro Mario Monti lunedì. Così ci sta sfuggendo il quadro internazionale. Vediamone qualche dato non del tutto noto, ma del quale forniamo la relativa documentazione. Come capita spesso, Il Vascello ha collaborazioni di prima mano e fuori dagli schemi.
• LIBIA - Il governo provvisorio della Libia obbediente a Washington ha accettato di inviare armi e combattenti in Siria per aiutare i «ribelli» locali. Il capo del Consiglio Militare di Tripoli, Abdulhakim Belhadji (un tempo indicato dagli USA come terrorista di Al Qaeda) ha incontrato i capi dell’Armata di Liberazione della Siria (Free Syrian Army) ad Istanbul e ai confini con la Turchia. La cosa si è scoperta perché una brigata rivale di ribelli che controlla l’aeroporto di Tripoli ha arrestato Belhadji perché aveva un falso passaporto; l’utile ex terrorista è stato liberato dopo l’intervento del presidente libico ad interim, Mustafa Abdul Jalil. Belhadji è stato il capo del Libyan Islamic Fighting Group ed ha combattuto in Afghanistan a fianco dei Talebani; inoltre i suoi militanti sono stati il secondo gruppo di jihadisti venuti dall’estero per combattere gli americani. Catturato dalla CIA in Malaysia nel 2003, Belhadji è stato spedito dalla medesima CIA al colonello Gheddafi, onde lo imprigionasse e trattasse a modo suo. Secondo uno studio della Accademia di West Point, la zona di Bengasi-Derna-Tobruk dove comanda Belhadji, è la principale zona di reclutamento di terroristi suicidi.

• Missili israeliani in movimento - Vari testimoni oculari segnalano «insoliti» movimenti di grandi autocarri militari israeliani che stazionano missili di grandi dimensioni alla periferia di Gerusalemme e nei Territori Occupati. Dalle descrizioni, i missili sembrano essere dei Jericho, vettori di vario raggio, da medio a lungo, capaci di portare testate atomiche. Recentemente Israele ha lanciato per prova il Jericho III, guidato da radar, capace di portare carichi nucleari con un raggio che comprende l’intero Medio Oriente, l’Europa, l’Asia e parti del Nord America. Due le ipotesi di questi strani movimenti: o è una preparazione all’attacco contro l’Iran, oppure sono in relazione alla situazione in Siria, come preparazione di un attacco della NATO contro Damasco, che può avere conseguenze per Israele, per esempio il lancio di missili di Hezbollah in Libano o dalla stessa Siria.
• Portaerei russa in visita in Siria - La portaerei «Ammiraglio Kuznetsov» con il suo gruppo di battaglia si appresta a giorni a compiere una visita di cortesia al porto di Tartus in Siria, che è anche l’unica base navale di cui Mosca dispone nel Mediterraneo. Sarà l’inizio di una lunga serie di visite, sempre di cortesia, che porteranno la squadra russa a Beirut, Genova, Malta e Cipro e che dureranno molti mesi. Nel frattempo, la portaerei sarà raggiunta dall’incrociatore pesante anti-som «Ammiraglio Chabanenko», in movimento dal mare di Barents, e dalla fregata Ladny, della Flotta del Mar Nero. L’ammiraglio Kravchenko, che comanda la squadra, ha detto alle Izvestia: «La presenza di una forza militare diversa dalla NATO è molto utile in questa ragione, perchè previene lo scoppio di un conflitto armato» . La notizia delle «visite di cortesia» è stata data da Mosca poco dopo che la portaerei nucleare americana «George HW Bush» è apparsa al largo della Siria, accompagnata dalla sua intera squadra d’appoggio. La Sesta Flotta USA sta pattugliando la stessa area.• Obama contro la Cina - Nel suo recente viaggio in Estremo Oriente, il presidente Obama ha avvertito la Cina che gli USA sono nel Pacifico «per restarci» come «potenza residente», ed ha intimato a Pechino di «giocare secondo le regole». Per dare un esempio, ha stretto un accordo con l’Australia per insediarci una base americana con qualche migliaio di Marines. Un’altra base americana sarà presto aperta a Singapore. Justin Raimondo fa un elenco interminabile delle aggressioni, occupazioni, infiltrazioni, e basi americane nel pianeta.• L’economista francese Paul Jorion: «La concentrazione delle ricchezze ha toccato i massimi negli Stati Uniti nel 1929 e nel 2007. Allora la macchina economica s’è grippata perché tutte le somme mobilitate per la produzione e il consumo danno luogo a versamenti di interessi, processo che non fa altro che aumentare questa concentrazione e libera delle somme considerevoli per attività speculative, le quali provocano variazioni di prezzo che non fanno che aggravare ulteriormente gli squilibri". I rimedi alla concentrazione delle ricchezze sono noti:- 1) ridistribuzione pacifica del patrimonio (solo esempio conosciuto: il New Deal di Roosevelt)
2) la rivoluzione che espropria e ridistribuisce per un periodo ma non attaccando le vere cause della concentrazione di ricchezza rapidamente rimpiazza la vecchia aristocrazia con una nuova- 3) la guerra che, distruggendo tutto, distribuisce la ricchezza tramite un grande livellamento dal basso.
La guerra è la soluzione più semplice perché non implica alcuna autocritica da parte di nessuno, e al contrario permette a ciascuno di assolversi delle proprie colpe additando un colpevole altrove, da qualche parte». (L’AVANTAGE DES SOLUTIONS SIMPLES).
Che Libia dopo Gheddafi Franco Cardini, storico e saggista, docente di Storia medievale all'Istituto italiano di Scienze umane a Firenze ed esperto di Medio Oriente e Islam, commenta l'oggi in Libia, alla luce dei fattori storici, politici - interni ed internazionali - e culturali 
L'errore di Gheddafi - All'inizio del 2010 Gheddafi ha scoperto le carte, allontanandosi dalle potenze occidentali, lanciando segnali di vicinanza al blocco che si contrappone all'egemonia statunitense. Le differenze con i blocchi della Guerra Fredda, con schieramenti molto netti, sono tante. In primo luogo il fatto che il potere decisionale è molto più nelle mani delle lobbies economiche che in quelle dei governi. Le divisioni, però, esistono. La Russia, la Cina, l'Iran, il Venezuela, piuttosto che paesi emergenti come Brasile e India, rappresentano un blocco alternativo rispetto a quello egemonizzato dagli Stati Uniti. Non si può parlare di Guerra Fredda, certo, ma una divisione esiste. E' un mondo che si muove, i blocchi interstatali e sovrastatali esistono e contano ancora.La Nato, ad esempio, esiste ancora e non sono neanche troppo chiari i suoi fini. La Cina, parlando chiaro, si sta mangiando l'Africa. La Libia, in questo gioco, con le sue riserve petrolifere, non poteva lasciare indifferente i paesi occidentali. Come nel 1956 a Suez. Per chi ha memoria di storia della diplomazia del Mediterraneo la similitudine con l'intervento anglo-francese contro il panarabismo di Nasser è evidente. Sono intervenuti anche questa volta. Con i finanziamenti, con i media, con la politica. Hanno sostenuto il movimento degli insorti in Libia, nato a Bengasi, dove è partita la rivolta.Gheddafi ha pagato la sua svolta dell'inizio del 2010, il suo ultimo cambio di campo. A caro prezzo. Francia e Gran Bretagna sono intervenute - e qui c'è un altro parallelismo con il 1956 - contro o senza l'assenso degli Usa. Le prove di questo appoggio ai rivoltosi ci sono, anche se in Italia non ne parla nessuno.Ma senza l'appoggio della Nato, che ha fatto la forza d'interposizione solo per un paio di giorni, poi è passata a bombardare unilateralmente i lealisti, non ce l'avrebbero mai fatta.E l'Italia? i nostri osservatori, ammesso e non concesso che ne abbiamo di validi, sapevano già come stavano andando le cose. Quando abbiamo firmato il Trattato di Amicizia, che poi altro non è che un trattato di non aggressione, e lo abbiamo fatto per una serie di motivi contingenti che ci hanno portato anche a tollerare le sue buffonate a Roma, sapevamo che stavamo cercando un piccolo vantaggio per le nostre imprese petrolifere, per un certo nostro business, pur consci di essere su un piano inclinato. Quel trattato, firmato nonostante tutto, è stato disatteso. La nostra posizione attuale è quella di un Paese che dopo aver firmato un trattato di amicizia l'ha rotto unilateralmente e non bisogna dimenticarsene facendo finta di niente. Quando si parla di fedeltà alla parola data e agli impegni non si può privilegiarne alcuni rispetto ad altri, Noi siamo membri della Nato, ma siamo un Paese sovrano e avevamo stipulato un patto con la Libia governata da Gheddafi. Oggi il tiranno è morto, ma nessuno può dire che non si sapeva cosa faceva Gheddafi. L'abbiamo sempre saputo. Non sono d'accordo con il presidente della Repubblica Napolitano, e mi spiace, ma citando la nostra fefeltà ai trattati si dimentica che ancora una volta, come nel 1915 e nel 1943, l'Italia è venuta meno a un impegno internazionale. Come cittadino italiano mi sento in imbarazzo, in difetto.Ma la Libia quanto è davvero un Paese unito? La Libia non è mai stato un Paese unitario. I turchi lo sapevano benissimo e, fino all'aggressione militare italiana del 1911, tenevano ben distinti i governatorati di Tripolitania e Cirenaica. Il resto non è storia, sono chiacchiere. Tripolitania e Cirenaica son due cose diverse, nel mezzo c'è la Sirte, un deserto che separa queste due realtà molto più di quanto non farebbe un braccio di mare. La Cirenaica è un'appendice dell'Egitto, la Tripolitania è già area berbera, è già Maghreb. Son due cose distinte, diverse, abitate da tribù diverse. Se una vita nazionale condivisa in Libia c'è mai stata, è esistita solo durante il governo di Gheddafi.Adesso sta andando in onda il solito film della fine del tiranno, sempre uguale. Dietro questa storia c'è la solita retrobottega di smemoratezza. Dietro l'unità della Libia c'è quell'ufficiale affascinante, il bell'uomo che all'epoca della Rivoluzione stregava il mondo . Per anni, in tutto il mondo arabo, Gheddafi ha goduto di un consenso secondo solo a quello goduto da Nasser.La Libia è, in definitiva, un Paese abitato da tribù arabe e berbere. Prima della rivoluzione era una terra di pastori e città costiere con un minimo di attività commerciale. Una borghesia libica non esisteva, se non nella componente ebraica della società, influenzata per vicinanza dall'Italia e dall'Egitto. Meno della Francia, attraverso la Tunisia. La Libia non è mai stata una nazione indipendente, con una sua identità forte. Poi è arrivato prima Graziani con i suoi atti di guerra, altro che 'italiani brava gente', e in seguito Balbo con una politica più accorta, a creare la Libia unita. Un regime coloniale, non uno Stato unito. La stessa parola Libia è una definizione moderna.Si torna alla situazione dell'impero turco? Non credo. Dopo il 1945 le potenze vincitrici hanno assegnato la Libia al Gran Senusso, il leader della famiglia tribale che godeva del prestigio religioso, i Senoussi, appunto. E' diventato il re della Libia. Una monarchia fasulla, che si reggeva su un sentimento religioso abbastanza condiviso, ma politicamente debole appoggiata soprattutto dagli inglesi. Fino alla rivoluzione socialista di Gheddafi. Se la Libia esiste come Paese, e forse non esiste neanche adesso, lo si deve alla rivoluzione. Tutto questo è stato travolto, perché anche il socialismo arabo è fallito.Alla fine della guerra che Libia c'è alle porte dell'Europa? Difficile dirlo. Quello che gli stati occidentali stanno cercando di fare è appoggiare un governo di coalizione tra le diverse anime e le diverse tribù della Libia. Ci sono elementi vicini all'Occidente, ma anche elementi che guardano con favore a un Islam radicale, compresa quell'area che un po' genericamente da noi viene definita al-Qaeda. La fine di Gheddafi, qualunque sia, è l'obiettivo condiviso. Dopo? Nessuna analisi seria è stata fatta fino a ora. Una borghesia illuminata, nella storia della Libia, manca. Nessun paragone con le società civili di Tunisi, del Cairo, di Damasco o di Amman. Siamo davanti a uno dei paesi arabi più arretrati da questo punto di vista. Anche perché, come detto, la Libia non è mai esistita prima della colonizzazione italiana.C'è una gran confusione e ciascuno tenta di accaparrarsi quello che può della Libia del futuro. In questo brilla la Francia di Sarkozy, senza intralci di sorta da parte dell'opposizione. Le potenze occidentali tenteranno in tutti i modi di tenere unite queste anime, per non far scivolare il Paese nella lotta tra bande. Anche se, in questi giorni, alcune fazioni dei ribelli si sparano già tra loro. Ma di questo sulla stampa italiana non c'è traccia.Lo scenario più probabile è quello di un governo di coalizione, a grandi linee filo occidentale e - almeno per i nostri mass media - democratico. Che si occuperà di spartire le ricchezze del Paese, come dimostra l'Italia, che in tutta fretta ha voltato le spalle a Gheddafi. Riusciendo, come l'Eni, a raccogliere le briciole lasciate dai francesi.L'ossessione iranianaNonostante l’Iran sia entrato da tempo nel mirino di Tel Aviv, gli apparati decisionali israeliani appaiono alquanto divisi sulle misure da adottare nei confronti di Teheran, in quanto se da un verso sono schierati i “moderati”, come il direttore del Mossad Meir Dagan, dall’altro vi sono gli “interventisti” come il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, il Ministro della Difesa Ehud Barak e il Ministro degli Esteri Avigdor Lieberman. Secondo questi ultimi che, Netanyahu in particolare, hanno guadagnato un notevole consenso popolare con lo scambio di prigionieri contestuale alla liberazione del soldato Gilad Shalit un attacco preventivo all’Iran è sempre rientrato tra le opzioni possibili, per ragioni legate, come sempre al rinsaldamento della posizione israeliana nella complessa regione del Vicino e Medio Oriente. Nonostante le ragioni ufficiali addotte da Tel Aviv vertano sul mantenimento della sicurezza del paese, minata dal nucleare iraniano, l’attacco all’Iran rappresenta un asso nella manica che Netanyahu e i suoi consiglieri più stretti potrebbero giocare per capitalizzare il duplice obiettivo da un lato di spingere nell’angolo i tentennanti Stati Uniti e dall’altro di lanciare un serio monito alla Turchia, dimostrando che Israele non tollera in alcun modo che vengano messe in discussione le sue mosse strategiche e scelte politiche. Tuttavia, le incognite che si celano dietro l’attacco al’Iran sono molteplici. Non si tratta, infatti, di replicare un’ulteriore “Operazione Babilonia”, lanciata nel 1981 contro gli impianti nucleari iracheni di Osirak. Non solo i siti nucleari iraniani distano circa 1.500 km dagli aeroporti militari israeliani, ma sono molto numerosi, situati in profondità e protetti da bunker che potrebbero resistere alle incursioni degli F 16. Non potendo sperare sull’effetto sorpresa, i caccia israeliani sarebbero inevitabilmente esposti alle difese antiaeree iraniane che saranno presumibilmente già in stato di allerta. Eventuali perdite apparirebbero inaccettabili a una popolazione tradizionalmente favorevole alle azioni militari decise dai propri governi, ma che nel caso specifico si è spaccata a metà (41% favorevoli contro 39% contrari, con il 20% di incerti) sulla possibilità di aggredire l’Iran. Per effettuare un’operazione simile, inoltre, si renderebbe necessario violare lo spazio aereo di alcuni paesi arabi che molto difficilmente accorderebbero la propria autorizzazione. Dal momento, però, che Israele non si è mai preoccupato di interpellare i propri vicini, di fronte ad un eventuale (probabilissimo) loro rifiuto deciderebbe comunque, con ogni probabilità, di procedere ugualmente. A quel punto l’intera galassia araba (tranne forse i sauditi) si incendierebbe, infiammata di un rinvigorito sentimento anti israeliano. Il vituperato regime degli Ayatollah, che presenta alcune crepe piuttosto profonde, trarrebbe nuova linfa dall’aggressione, richiamando attorno a sé l’intera popolazione iraniana che si cementerebbe in difesa dei propri governanti. Gli Stati Uniti, dal canto loro, indossano le vesti di arbitro della situazione, perché è vero che Washington ha interesse che non emerga alcuna potenza egemone nell’area del Vicino e Medio Oriente, ma è anche vero che l’Iran non ha questa capacità e rappresenta una minaccia solo ed esclusivamente per gli interessi di Israele. L’enfasi con cui lo stesso George Bush junior uno dei presidenti più filoisraeliani della storia statunitense ripeteva che l’Iran costituiva una minaccia mortale per lo stato ebraico, senza menzionare gli Stati Uniti, è indice piuttosto affidabile del quadro strategico della situazione vigente. Washington non avrebbe quindi nulla da guadagnare appoggiando e prendendo parte a un’azione unilaterale rivolta contro l’Iran, che alimenterebbe i già consistenti sentimenti ostili agli Stati Uniti che serpeggiano in seno alle società del Vicino e Medio Oriente e minerebbe gli interessi americani nell’area. La Israel Lobby, tuttavia, è capace di esercitare un peso soverchiante sulle scelte politiche statunitensi ed ha i propri referenti politici sia nel Congresso sia all’interno dell’amministrazione Obama (Hillary Clinton e Joe Biden in primis). Le forti pressioni operate in questa direzione potrebbero forzare la mano a tali comparti decisionali statunitensi spingendoli ad allinearsi sulla posizione oltranzista tenuta da Israele. Comunque, se Israele deciderà di attaccare, la Gran Bretagna si inserirà senza ombra di dubbio mentre la Francia di Nicolas Sarkozy profonderà ogni sforzo possibile per esaltare il proprio ruolo come aveva fatto in Libia. Le elezioni per l’Eliseo sono agli sgoccioli e il partito “gollista” (c’è da chiedersi cosa penserebbe il Generale Charles De Gaulle a questo riguardo) di Sarkozy si ritrova a dover recuperare numerose posizioni rispetto al favorito candidato socialista Francois Hollande. La formazione di una coalizione affine a quella che affrontò la crisi di Suez nel 1956 (Francia, Gran Bretagna, Israele) attirerebbe inevitabilmente gli Stati Uniti, che non possono permettersi di lasciare una vicenda dall’altissimo coefficiente strategico come quella iraniana alle brame egemoniche di altri paesi suoi alleati. Collocandosi ancora una volta nella prima fila degli interventisti, Sarkozy potrebbe quindi esaltare la propria capacità persuasiva, vantandosi per aver “costretto” altri ben più consistenti paesi come gli Stati Uniti ad entrare nella bagarre, appagando i più infimi sentimenti revanscisti che covano endemicamente in seno alla società francese. Ad ogni modo, l’Iran non abbandonerà il proprio programma nucleare perché, dopo la bocciatura in sede ONU delle risoluzione contenente le prove tecniche per l’aggressione alla Siria, avverte la vicinanza di Russia, Cina ed anche India, che nel caso specifico molto difficilmente manterrebbero la medesima passività tenuta in occasione dell’affaire libico. Per queste ragioni l’Iran rappresenta uno snodo primario in cui si concentra la conflittualità strategica che sta segnando il passaggio dall’unipolarismo statunitense al multipolarismo dovuto all’emersione di nuovi e vecchi attori geopolitici destinati a ridisegnare l’ordine che dominerà la “grande scacchiera”. Giacomo Gabellini |
 |
Siria: il complotto internazionale e le sue conseguenzedi Hamze Jammoul* Sono ormai passati più di centocinquanta giorni dall’inizio della “Rivoluzione Siriana”, così come è stata soprannominata in Europa, o“Manifestazioni Armate”, e “disordini”, definiti invece tali dal governo di Bashār al-Asad. Dopo questi cinque mesi di sangue e pressioni internazionali, la Siria sembra essere vittima di un nuovo piano di divisone territoriale simile al famoso accordo di Sykes-Picot tramite il quale i francesi e gli inglesi divisero la grande Siria in diversi stati. Qualora questo piano avesse successo tutta la regione ne subirebbe le conseguenze.La Siria affronta un complotto internazionale?La Siria è situata in una posizione strategica nel Vicino Oriente e sin dal tempo dell’ex presidente Hafiz al-Asad, Damasco è sempre stato un territorio ambito dagli Stati Uniti e dai suoi alleati a causa del suo appoggio nei confronti dei movimenti di resistenza popolare del Libano e della Palestina come Hizb-Allāh e Hamās. Dopo la morte di Hafiz al-Asad e l’arrivo di Bashār al-Asad nel 2000, il nuovo presidente stabilì un piano di cambiamento strategico sui due livelli: interno ed esterno.1. Politica interna :La situazione economica e politica siriana non è paragonabile alla situazione esistente in Europa e neanche a quella dei paesi limitrofi come il Libano. Questa realtà è stata messa in evidenza dal presidente Asad sin dal primo giorno del suo mandato nel Luglio del 2000 e ripetuta durante le manifestazioni all’Università di Damasco nel Giungo del 2011. Asad non ha mai negato la liceità delle richieste dei manifestanti, tant’è vero che aveva già posto in essere un piano che prevedeva diverse riforme in ambito economico e una serie di cambiamenti in senso democratico per il Paese, tra i quali l’eliminazione delle leggi di emergenza, la libertà di stampa, la legge dei partiti politici, la riforma elettorale e quella costituzionale.A partire dal 2000 fino ai nostri giorni sono accaduti nella regione e nel mondo una serie di eventi che hanno influenzato e rallentato l’andamento del piano di Asad.Gli eventi sono stati i seguenti :a. L’attacco alle torri gemelle nel settembre 2001 e la conseguente guerra ed invasione dell’Afghanistan e in seguito dell’Iraq.b. L’omicidio del ex premier libanese Rafic Hariri nel 2005 a Beirut. Tale omicidio ha obbligato la Siria a ritirare i suoi militari stanziati in Libano tramite un mandato dalla Lega Araba e del governo Libanese.c. La guerra israeliana contro il Libano nel 2006 e la vittoria strategica del partito di Dio Hizb Allāh .d. La guerra israeliana contro Hamās nel dicembre 2008 gennaio 2009, conosciuta come “Operazione piombo fuso” e il continuo assedio contro la Striscia di Gaza.e. Il fallimento dei tentativi di Pace tra i Palestinesi e Israele.Ma essendo la Siria uno degli Stati arabi più importanti ed influenti della regione, gli eventi sopracitati hanno indirizzato l’impegno politico di Damasco verso gli affari internazionali e regionali, mettendo in secondo piano il processo di democratizzazione interno. A causa degli eventi di Damasco il 24 Luglio 2011 il presidente Asad ha firmato la legge dei partiti politici che prevede l’organizzazione della vita politica e permette la costituzione di partiti politici.Due giorni dopo il presidente Asad ha firmato la legge della riforma elettorale che organizza le elezioni del Consiglio del popolo e dei Consigli locali. Tale legge si basa sulla trasparenza e permette ai candidati di controllare l’andamento di tali elezioni.1. Politica Estera: Il rapporto fra Siria, Stati Uniti e Occidente è sempre stato vincolato dal buon esito delle trattative di pace nel Vicino Oriente. Il governo di Damasco, che non ha mai tradito la causa palestinese, è disposto alla realizzazione di una pace stabile sul rispetto della volontà della Comunità internazionale che ha adottato la risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che prevede: il raggiungimento di una pace “giusta e duratura” dopo il ritiro dei militari israeliani dai Territori arabi occupati nel 1967 da Israele, e il ritorno dei profughi palestinesi.
Tutti i tentativi di pace tra i Paesi arabi e Israele, partendo dagli accordi di Oslo del 1993, passando per la proposta di pace araba di Beirut del 2002, fino agli ultimi tentativi di Obama nel 2011, sono falliti a causa delle continue guerre ed offensive poste in essere contro il Libano e la Palestina. A ciò si aggiunge il continuo rifiuto di Israele di ritornare ai confini del 1967 e la negazione del diritto al ritorno dei profughi palestinesi. Tale posizione è stata recentemente confermata da Netanyahu nel 2011 a Washington: «Non possiamo tornare ai confini del 1967 perché per Israele sono indifendibili».La Siria che considera sé stessa, insieme all’Iran, un importante membro del cosiddetto “asse della resistenza” ha voluto risanare i rapporti con l’Occidente giocando la sua carta regionale: il Libano. I primi passi di risanamento della politica estera prevedevano un riavvicinamento alla Francia. Nel 2008 Nicolas Sarkozy ha ospitato a Parigi il Presidente Bashār al-Asad e il Presidente libanese, i quali hanno annunciato lo scambio diplomatico tra i due paesi. Con gli USA il rapporto è sempre stato teso, il Presidente Asad ha fortemente voluto dialogare con Washington, credendo che tale dialogo fosse necessario per la stabilizzazione della regione. Ma l’amministrazione americana, che ha inserito Damasco nella lista degli “Stati canaglia”, ha sempre accusato la Siria di essere responsabile della violenza in Iraq, di finanziare Hamās e di non volere facilitare l’operato del TSL (Tribunale Speciale per il Libano).Se dovesse cadere il governo di Asad ?È ormai chiara l’importanza del ruolo siriano nella regione medio-orientale su diversi fronti, in particolare sul fronte libanese e iracheno. La domanda che ci si può porre è: cosa potrebbe succedere in Siria e nella regione se dovesse cadere il governo di Asad?La prima conseguenza potrebbe essere la guerra civile in seguito alla divisione della Siria in diversi stati basati sulla religione e sull’etnia.Il Libano ne subirebbe sicuramente le conseguenze poiché la caduta del governo guidato dal partito al-Baath metterebbe in ginocchio gli alleati che governano il Paese di cedri, isolandoli e lasciandoli soli ad affrontare il Tribunale Speciale istituito per l’omicidio di Hariri. Tale situazione farebbe tornare il Libano ai tempi della guerra civile con il ritorno di diversi gruppi e milizie libanesi apportatori di vecchi e nuovi progetti di divisione che aprirebbero la strada ad una nuova invasione israeliana, ora più che mai viste le recenti scoperte di petrolio e di gas nel mare libanese.Anche l’Iraq, Paese che a causa dell’“invasione americana” o “missione di pace” del 2003, ha vissuto e vive ancora momenti economici e sociali molto difficili, non si salverà da un eventuale caduta del governo di Asad, poiché ciò potrebbe portare ad una forte crescita dei salafiti. Questo porterà all’aumento degli attentati suicidi (l’attentato del 15 Agosto che ha causato più di 390 vittime tra morti e feriti ne è una dimostrazione), oltre all’immediato ritorno di milioni di profughi iracheni che la Siria sarà costretta a rimpatriare per creare pressioni politiche sugli USA attraverso l’Iraq.Se l’Iraq dovesse trovarsi in tale situazione rischierebbe un’altra guerra civile più dolorosa di quella del 2006 2007, una guerra civile che avrà come conseguenza la divisione del Paese in diversi staterelli su base etnica e religiosa.L’influenza negativa di un tale evento potrebbe arrivare fino al regno di al- Saud. La voglia di cambiamento che coinvolge tutto il mondo arabo potrebbe mettere in pericolo al-Riad che non gode di una ottima reputazione nell’ambito dei diritti umani. La famiglia reale discute da tempo sulla scelta del successore di Re Abdullah. Tale discussione potrebbe uscire fuori dai Palazzi reali se l’Arabia Saudita non prenderà seriamente in considerazione le richieste di riforme e di cambiamento degli Sciiti alleati dell’Iran e della Siria che costituiscono il 20% della popolazione saudita. Se dovesse cadere il governo di Asad, l’alleato iraniano non rimarrebbe in silenzio ma cercherebbe di svegliare il sonno dei suoi alleati in Arabia Saudita e di organizzare manifestazioni per fare cadere il regime di Riad. L’Arabia Saudita per evitare l’estendersi delle manifestazioni nel suo territorio ha di recente appoggiato il governo del Bahrein inviando i propri soldati e carri armati nella piazza di Manama con lo scopo di combattere i manifestanti considerati dal regime traditori e alleati dell’Iran.Il Re Abdallah ha recentemente espresso il suo dissenso dichiarando che «Quello che accade in Siria è disumano e non islamico».Come sostenuto da diversi analisti, Abdallah avrebbe dovuto applicare il detto libanese che dice: “chi ha la casa di vetro, non dovrebbe lanciare sassi alle case altrui”.La Turchia sembra essersi resa conto di quanto sia pericoloso per la sua sicurezza l’eventuale caduta del governo di Asad. Gli Alawaiti che vivono in Turchia e che sono circa il 13 % della popolazione turca, hanno contribuito al cambiamento della politica di Ankara verso la Siria. Dopo che il governo turco aveva espresso dure posizioni contro quello siriano, nei giorni scorsi ha inviato in Siria il ministro degli Affari esteri il quale ha dichiarato che: «Con il progetto di riforme che ha adottato, la Siria con Bashār al-Asad sarà un esempio nel mondo arabo».La politica turca nei confronti della Siria non è però stabile. Il 16 Agosto a causa dello sviluppo delle operazioni militari, lo stesso ministro turco ha lanciato un ultimatum alla Siria per mettere fine alle operazioni militari. Tale confusione nella politica di Ankara verso Damasco è frutto delle forti influenze europee nei confronti della Turchia e del vecchio desiderio turco di farne parte della Comunità Europea.Dopo questa breve illustrazione di ciò che potrebbe accadere nella regione con la caduta del governo siriano, in particolare le eventuali divisioni dei paesi limitrofi con le conseguenti guerre civili, è importante precisare che la divisone della Siria, del Libano e dell’Iraq in diversi stati su base religiosa, rientra nei piani strategici statunitensi e israeliani atti a giustificare la presenza di uno stato ebraico in Israele.Tutto ciò rende più realistica l’idea che la Siria stia pagando le sue posizioni per quanto riguarda il conflitto Arabo-Israeliano. La Siria, che continua a volere un accordo di pace basato sul ritorno ai confini del 1967 e sul ritorno dei profughi palestinesi, sta subendo un complotto internazionale simile a quello del 1916 che portò all’attuazione degli accordi Sykes-Picot.Chi deciderà il futuro della Siria ?La situazione in Siria sembra non stia andando nella direzione giusta per tutti i gruppi coinvolti nella faccenda. Per potere rispondere alla domanda sopra citata è indispensabile prima individuare i gruppi coinvolti che potrebbero essere principalmente tre.Il primo gruppo rappresenta la maggior parte della popolazione siriana che non ha preso parte alle manifestazioni e che continua ad appoggiare il presidente Asad e crede nelle riforme che sta portando avanti.Il secondo gruppo rappresenta i manifestanti armati che continuano a violare le leggi dello Stato e diffondono il terrore nel Paese. Questi ultimi rappresentano una minoranza politica e sociale.Il terzo gruppo include i manifestanti pacifici che credono nel dialogo con il governo per realizzare le loro richieste. Tale gruppo fino ad oggi non ha in mano un progetto politico da proporre e non è politicamente organizzato.Alla luce di tutto ciò, la domanda che torna è: chi deciderà il futuro della Siria?È chiaro che il secondo gruppo non ha una base popolare che lo appoggia, e per tale motivo attraverso l’utilizzo delle armi spera, come in Libia, in un eventuale appoggio esterno attraverso una risoluzione ONU contro il governo di Asad. Ma l’appoggio russo e cinese alla Siria nel Consiglio di Sicurezza ha impedito il tentativo degli USA e degli alleati Europei di adottare una risoluzione contro la Siria, questo perché la Russia e la Cina considerano quest’ultima un alleato strategico (La Siria ospita l’unica base militare russa nel Mediterraneo e la Russia non è sicuramente disposta a perderla).La mancata presentazione di un valido progetto di cambiamento in Siria da parte del terzo gruppo e la mancanza di un leader politico che guidi tale movimento, non permettono a quest’ultimo di essere un eventuale alternativa che possa guidare la Siria nei prossimi anni.L’appoggio della maggioranza del popolo siriano al governo di Asad e il sopracitato appoggio della Russia e della Cina in seno al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, sono elementi che ci portano alla seguente conclusione: il governo di Asad non cadrà e continuerà a governare il Paese seguendo la linea delle riforme che aveva già adottato e che porteranno ad un maggior cambiamento a livello socio economico e politico.*Hamze Jammoul, giurista libanese e esperto nella gestione dei conflitti internazionali ..

La pagina è aggiornata alle ore 14:13:58 di Lun, 5 dic 2011
|