Legge e sport

Eventi spettacolari


La boxe e la mente - Femminilità e pugilato

di Valeria Imbrogno

Io non sono una ragazza cattiva: non voglio che la gente pensi questo di me. Amo solo lo sport. Non m’interessa quello che dicono gli uomini della mia passione. Voglio fare quello che mi piace e niente al mondo è meglio che boxare e battere i maschi”. Sarah Alamiah, pugile giordana.

Anche oggi, si potrebbe ancora affermare, forse estremizzando, che l’essere umano inteso "normale" è maschio; la donna è una differenza, è il secondo sesso, l’altra roba, il non-uomo. Freud spiegava questa differenza con la teoria dell’invidia del pene. Partendo da questo concetto, forse un po’ troppo psicoanalitico, come si potrebbe oggi definire la femminilità? Quali sono le qualità che accomunano tutte le donne? Che cosa ci rende simili, al di là degli atteggiamenti e delle caratteristiche individuali?

A occhio e croce, un’idea me la sarei fatta. Ma è un’idea limitata alla mia esperienza: che essere donne, nel profondo, comporti una capacità di comunicare, condividere e collaborare. Che questa capacità sia la prima spinta dietro la creazione: di rapporti, di arte, di vita. Che le donne concepiscano la vita come un circolo, una rete, in cui ogni fattore, ogni elemento è contemporaneo, piuttosto che come una linea retta su cui le azioni si allineano ordinatamente verso un obiettivo. E quando tutto è presente allo stesso momento e allo stesso modo, diventa sempre più difficile e acrobatico procedere senza perdere di vista qualcosa. Una società femminile dovrebbe tenere conto di questa necessità, di questo modo di concepire il tempo e lo spazio, e venirle incontro in ogni modo.

Ma la società è maschio: comunicazione, condivisione e collaborazione sono secondarie rispetto ad azione, produttività e risultato. Molte donne, com’è noto, preferiscono allinearsi a questi principi: sterminare le avversarie, pur mantenendo negli atteggiamenti e nel vestiario le caratteristiche necessarie per guadagnarsi la definizione sociale di "femminilità", ed evitare lo stigma.

Il fatto che sia ancora necessario definire la femminilità, piuttosto che viverla liberamente in un mondo attrezzato per accoglierla, è già di per sé un problema. La sua essenza viene ancora vissuta come una manifestazione di debolezza, nonostante il fatto che molti uomini eterosessuali in carriera finiscano per beneficiarne di riflesso, mettendosi in casa una moglie che crea per loro la rete sociale, di affetti e di interessi che non sarebbero altrimenti in grado di mettere in piedi da soli. Finisce che il posto di una donna è a casa, ma solo perché portare la casa nella società è considerato svantaggioso, quando è anche solo vagamente considerato.

Essere donna e pugile mi permette di parlare di femminilità anche attraverso il pugilato e i suoi luoghi comuni: spesso mi è capitato di sentire frasi del tipo: “avverto l’inferiorità fisica delle donne.... sinceramente perdono gran parte della loro femminilità....la boxe comporta troppi pericoli per i connotati dei bei visi femminili”. La verità è che il problema , non è piu’ se la boxe sia adatta o meno alle donne. Il problema è: perchè si dovrebbe proibire alle donne di farlo?

Ho scoperto che esistono luoghi che assomigliano inesorabilmente a chi li ha creati. Un esempio è Il Toronto Newgirls Boxing Club. La prima palestra per donne pugili del Nord America: uno stanzone rettangolare diviso da pilastri di cemento, ring, attrezzi e sudore.

Se per gli uomini la boxe è una scorciatoia per uscire rabbiosamente da una situazione di prostrazione sociale o trampolino di lancio verso soldi e successo, per le donne si tratta di altro. Per le ragazze di questa palestra per esempio, il pugilato ha a che fare con la propria sfida personale contro la paura: perché essere donne indipendenti in una metropoli comporta la possibilità di doversi difendere da molestie, tentativi di rapina e di violenza sessuale. C'è chi vuole un esercizio fisico di un certo livello, chi desidera combattere sul ring, chi ha bisogno di ritrovare sicurezza partendo da una fiducia nelle proprie possibilità di difesa.

La boxe femminile non ha grandezza. Dà dignità, ma non distribuisce posti nella storia. Per le donne non c’è la luce dei riflettori perché le donne non hanno bisogno d'interpretare i drammi della vita per avere un contatto diretto con il dolore: Sarah Alamiah, una studentessa giordana di 17 anni, fa parte di una mini-squadra di pugili donne, ad Amman, in Giordania. Si allena con passione e determinazione nella principale palestra di pugilato del paese, quella in cui si allenano i pugili giordani. La Giordania non a caso è il primo paese della storia del mondo arabo ad avere una squadra femminile di pugilato. Molti conservatori e tradizionalisti religiosi ritengono la boxe femminile uno sport immorale.Sarah, Susanne e Suzan stanno partecipando ad una competizione molto importante, dove il premio non è una medaglia di metallo prezioso, ma la loro femminilità e la vita stessa.

E ancora, Fahima, ragazza afghana di Kabul che, grazie al pugilato può saltellare liberamente sul posto, tenere le braccia in posizione di guardia e combattere, nel suo piccolo, per avere un po’ più di libertà. Fino al 2001 lo stadio nazionale di Kabul veniva utilizzato dai talebani per le esecuzioni pubbliche di donne e uomini, ora per le prime pugili afgane rappresenta la salvezza, un asilo dagli attentati nelle strade della città, e dai militari. L’allenamento è faticoso e reso ancora più duro dai mille strati di indumenti che le ragazze sono obbligate a indossare, velo compreso. Ma la posta in palio è altissima e possiede quel magnetismo e quella magia propri degli eventi speciali. Da un anno questo gruppo sogna a occhi aperti, grazie al pugilato, quello a cui tutti gli atleti aspirano, misurarsi nelle mitiche gare olimpiche, loro che ogni giorno sono obbligate a sfidare la vita.

Durante il medioevo talebano le donne non avevano il diritto neanche di avere questi pensieri.
La situazione è cambiata: per alcuni, la scelta della boxe come una delle discipline sportive che possono fare da apripista all’emancipazione femminile è discutibile: insegnare a dare ganci e diretti in questo paese viene letto come un incitamento alla violenza . In realtà, con la boxe è più facile abbattere lo stereotipo della donna afghana sottomessa e nascosta dietro il burqa blu: è uno sport che richiede tenacia fisica e mentale, e il ring è una metafora delle sfide che tutti i giorni le afgane devono affrontare.

Esempi che mi hanno lasciato a bocca aperta perchè descrivono indiscutibilmente la forza che il pugilato dona a noi donne: rischiando di apparire forse un po’ troppo femminista, gli uomini entrano in palestra per fame e per fama, per salire in cima al mondo, misurarsi con la tradizione degli avi, perché il quadrato è un album di famiglia da sfogliare e rinnovare. Per le donne è diverso: ha il fascino del proibito, è una prova di durezza. Le donne usano i guantoni contro una società che le ha volute in guanti.

Si difendono, non vogliono più essere vittime, vogliono mandare ko uno stereotipo di bellezza. Si amano anche così: aggressive, sporche di sangue e muscolose. Corpo che sente, si ammacca, restituisce forza. Alcune persone dicevano: a nessuno piace una ragazza con gli occhi neri e il naso rotto. L'ideale della femminilità non è mai una lei travestita da lui. Ci sono donne salite sul ring con onore che, proprio grazie a quell'occhio nero che “rovina” la faccia, si riappropriano finalmente del loro corpo all’apice della propria femminilità, vivendo un sogno che è già diventato realtà: le prossime Olimpiadi di Londra.

Valeria Imbrogno, pugile professionista e laureata in psicologia è una delle migliori atlete italiane in campo professionistico al quale si è affacciata recentemente. Fa parte della scuderia di Mario Loreni, la stessa di Cristian Marchetti. Dopo un lungo passato dilettantistico e parecchia attività anche nella Kickboxing, è passata al professionismo nel 2008 vincendo tutti i sei incontri sinora disputati. Da dilettante ha affrontato anche le nostre Valeria Leccardi (con cui ha pareggiato) e Simona Locatelli (due vittorie ed un pari per Simona). Ha anche disputato il Trofeo Città di Cremona a cui si riferisce la foto a lato

La boxe e la mente - Il bullismo e il pugilato

di Valeria Imbrogno

Cosa può fare un impiegato di Manhattan per diverstirsi il venerdì sera in tempi di recessione? Semplice, imita Brad Pitt e Edward Norton nel film "Fight Club ". Indossa i guantoni e se le dà di santa ragione con un pugile professionista. In realtà il fenomeno di questi incontri del tipo "il bello contro la bestia" si è diffuso parecchio e anzi, intriso forse troppo dei vecchi concetti di virilità, viene oggi utilizzato a fini commerciali anche in alcuni spot pubblicitari.

Un esempio palese della diffusione massiccia di questo fenomeno anche nel nostro paese è l’attualissimo spot di una marca d’abbigliamento in cui Fabrizio Corona, “bullo nostrano”, non perde occasione di indossare i panni di un pugile duro e vittorioso in una location proprio stile fight club.

La società di oggi manda dei messaggi in cui la violenza serve a primeggiare, dominare e avere successo. Ma perché proprio l'uso della violenza? L’avvento di una nuova sensibilità egocentrica più che altruista ha mutato il rapporto con l’immagine della violenza. Un esempio, per rispondere, lo si trova nello sport. Pochi anni fa, quasi tutti i giovani impazzivano per il wrestling che veniva trasmesso in televisione mostrando combattimenti e violenza senza regole. Nel pugilato, che è comunque uno sport in cui si combatte, le regole ci sono e c'è un grande rispetto per l'avversario; è il contrario della violenza, poiché insegna ai pugili ad essere uomini e a convivere pacificamente con gli altri. In carcere per esempio insegna ai ragazzi il rispetto per l’autorità, il sacrificio del lavoro in palestra ed in altri luoghi, la voglia di superare i propri limiti e soprattutto ad impiegare le proprie capacità fisiche e psicologiche al servizio di qualche buona causa piuttosto per intimorire qualche altro ragazzo.

Generalmente accade che i comportamenti vissuti in famiglia vengano riproposti nella relazione con i coetanei. Di solito il comportamento avviene per due meccanismi: quello dell'apprendimento e della rivalsa. Il bambino che in famiglia assiste a scene di violenza, tende a riportare questo comportamento in classe o nel suo ambiente. Mentre, un bambino che può aver vissuto sulla sua pelle la violenza, può essere predisposto a subirla anche fuori dal nucleo familiare. In genere il violento va a ricercare il ragazzo più debole, la cosiddetta vittima designata. Il ragazzo aggressivo pero’ non è meno problematico di quello che la violenza la subisce. Si deve infatti partire dal presupposto che l'aggressività fa parte della natura umana e che la si deve controllare e contenere. Azioni queste che vanno fatte fin dall'infanzia affinchè il fenomeno della violenza venga contenuto.

Non si diventa violenti o bulli all'improvviso: é importante osservare e lavorare il prima possibile su comportamenti aggressivi, perché la violenza è un’abitudine molto difficile da destrutturare quando si organizza in maniera forte e soprattutto impedisce di sviluppare competenze sociali, emozioni ed empatia, che servono per crescere in maniera armoniosa. Il potenziale aggressivo è lo strumento con cui l’uomo prova a misurarsi con la natura, con il prossimo e con se stesso: l’aggressività del pugilato non è fine a se stessa poichè il vero insegnamento è quello di rendere efficaci e costruttive le energie negative e distruttive.

Fromm diceva che si convive con un’ aggressività che per sua natura è neutra e volta all’affermazione positiva dell’uomo e una distruttiva stimolata dai processi culturali patologici. Per sua natura pero’ l’aggressività è forza vitale e non dovrebbe essere repressa.

L'aggressività tra gli esseri umani è sempre esistita, ma oggi il fenomeno è in aumento perché la società si è trasformata e si è purtroppo riempita di processi culturali patologici. In quella che viene definita aggressività naturale rientra, troppo spesso ancora, il concetto di virilità come desiderio di affermazione che si manifesta con un potenziale aggressivo: il prof. Mansfield definisce la virilità come “fiducia in una situazione di rischio il quale può essere tanto un pericolo quanto una situazione di competizione in cui si contesta l’autorità del soggetto stesso”. L’uomo virile è precisamente quello che non cambia il proprio comportamento a seconda delle circostanze e non ricorre all’inganno. Tuttavia oggi è semplicemente definita come machismo o forma di prepotenza di bassa lega.

La verità è che oggi questa virilità è disoccupata. Lo è perché per la prima volta nella storia si sta vivendo in una società neutrale rispetto ai generi, che si propone di annullare le differenze sessuali e quindi non ne definisce i diritti e i doveri. Non esiste alcun impiego onesto o onorevole per gli uomini virili. Così la virilità, e ovviamente anche la femminilità, non sono più modelli che possono guidare il comportamento.
Una verità credo che risieda proprio nel fatto che gli uomini sono troppo orgogliosi e il loro orgoglio li conduce al terrore. Per contrastare queste tendenze gli esseri umani dovrebbero pensare a se stessi come esseri dotati di diritti alla vita o alla libertà, anziché concentrarsi sulla dignità e l’orgoglio.
Fatelo presente al sig. Corona....

Il bicchiere mezzo pieno

Tutto si decide lì nell’attimo prima: lì dove la paura inizia ad avere l’odore di olio di canfora.
Lo vedo entrare lentamente nello spogliatoio, togliersi i vestiti e appoggiarli su una gruccia, mettersi i pantaloncini e canotta e tutto il resto; una preghiera o qualsiasi altro gesto scaramantico, darsi un’occhiata allo specchio e i gesti a vuoto che riscaldano la mente.

“Ave Caesar, morituri te salutant”, dicevano i gladiatori prima di iniziare il combattimento: consapevolezza della possibilità di morire. Già, perché ogni pugile sa bene, dentro di sé, che non è del tutto escluso che egli potrebbe anche non scendere in verticale da quel ring. Cosa succede nella mente di un pugile e di un uomo prima di salire sul ring, mentre nello spogliatoio si passa il ghiaccio sul corpo, mentre si fascia le mani, mentre cammina lungo il corridoio che porta davanti alla platea?
E’ proprio in quei minuti passati nello spogliatoio che l’uomo comune diventa pugile: in quei pochi passi per arrivare alla porta, il pugile rivede tutta la propria vita, i sacrifici per arrivare fino lì, grazie ad una capacità grandissima della mente che è quella di non riconoscere fra una situazione realmente vissuta e una vividamente immaginata nei suoi particolare. Con la concentrazione e la visualizzazione di ciò che sarà sul quadrato il pugile, e così l’uomo nella propria vita, può vivere situazioni di vittoria o sconfitta, il segreto è solo capire a quale parte di bicchiere si è deciso di guardare proprio quel giorno.

Alla fatidica domanda riguardo a quale parte del bicchiere si guardi più spesso, non tutti rispondono il "bicchiere mezzo pieno". Una buona parte delle persone, infatti, tende a porre maggior attenzione al negativo, ovvero al “bicchiere mezzo vuoto". Sembrerà una banalità, ma il più delle volte diventa inevitabilmente un'abitudine per molti insoddisfatti o scontenti della propria vita. Vi sono individui che, affacciandosi alla vita, guardano o cercano di scorgerne le cose più piacevoli e chi invece, al contrario, guarda solo le cose più spiacevoli. Il perché di tale realtà è certamente da ricercare nelle esperienze di vita che ognuno di noi ha fatto, ovvero nello sviluppo e assetto mentale che ci siamo costruiti con le proprie esperienze personali.

Col pensiero positivo, si sente spesso dire che non ci si nasce: in alcune persone è più chiaro ed evidente, in altre è molto ridotto e va ricercato, potenziato e riformato. Questa forma di pensiero credo sia addirittura una filosofia di vita, una punto di osservazione ideale per tutte quelle persone che nella vita hanno scelto di essere felici.

E' un allenamento continuo e molto difficile: spostare il negativo, vedere positivo, stoppare i pensieri neri per far avanzare solo quelli chiari. Mano a mano, ciò che sembra uno sforzo diventa naturale. L'atleta e così anche l’uomo scopre che ha imparato a pensare positivo. E siccome il pensiero positivo è contagioso, senza rendersene pienamente conto, comincia addirittura ad insegnare a pensare in positivo a chi sta accanto a lui.

Prima tutto è precario, nulla rende solido l'agonista e la tecnica o il talento innato non sono sufficienti: senza un assetto immaginativo positivo si verifica inevitabilmente il fallimento. E questo è un puro dato di fatto. Ecco perché il mental training, o più semplicemente la nostra immaginazione positiva, è un fattore indispensabile per la forza, la costanza e la professionalità di un atleta agonista e di ciascuno di noi, nella vita.

Ma ora è giunto il momento di vuotare la mente, e pensare solo al match che la vita ci propone e…. ad un tratto un boato, le urla, le grida della gente e il proprio nome urlato a gran voce. Da quel momento esisti solo tu, la tua mente e le tue capacità.

Quando poi si concluderà l’incontro, qualsiasi sia stato l’esito del risultato, vinto o perso, l’adrenalina inizia velocemente a calare: si inizia automaticamente a rivedere le fasi salienti dell’incontro per cercare di classificarle in bene o in male, come per chiudere un capitolo. Ci si fa sempre e solo una domanda: ho dato il meglio di me stesso? Posso volgere lo sguardo al bicchiere mezzo pieno e sentirmi sereno e felice? Riconoscendo di averlo fatto oppure no, l’esperienza insegna che il massimo prima o poi lo si impara a dare e, se si riconosce di averlo fatto, si può giungere alla serenità, in qualunque caso.

Sconfessiamo uno dei luoghi comuni sul pugilato femminile

Mascoline, brutte, sgraziate...Questi i luoghi comuni più frequenti, riguardo alle ragazze che scavalcono le corde del ring, in ogno angolo del mondo.
Nulla di più sbagliato e l'aspetto di alcune fra le tante campionesse che mettono i guantoni alle mani ne é l'inoppugnabile conferma.
Il pugilato femminile, che tanto ha dato e ancora di più potrà dare in termini di immagine e di promozione della Noble Art, compresa quella maschile, é praticato da donne normalissime, tra le quali si possono trovare, come in qualsiasi ambiente, quelle più avvenenti e quelle meno...

In prossimità del nuovo 2010, proponiamo una breve rassegna di alcune pugili che hanno segnato la giovane storia della boxe "in rosa", con l'auspicio che la loro classe pugilistica congiunta alle indubbie qualità estetiche, possa fungere da favorevole auspicio per la riscossa della boxe, da augurio per tutti coloro che l'amano e da monito per quelli he troppo spesso la trascurano, soprattutto quando a praticarla sono le donne...



Cecilia Braekus - Campionessa mondiale WBC e WBA pesi welter



Simona Galassi - Campionessa mondiale WBC Pesi mosca



Regina Halmich - Campionessa mondiale dei mosca WBIF



Laila Alì - Campionessa del mondo dei supermedi Wba e Wbc



Natasha Ragosina -Campionessa del mondo assoluta pesi massimi



Alesia Graf - Campionessa mondiale pesi piuma WBC WBI



Holly Holm - Campionessa WIBA Pesi welter



Olivia Gerula - Camionessa mondiale WBC dei Superpiuma



Ina Menzer - Campionessa mondiale Wbo - Wbif - Wbc dei pesi gallo


Kina Malapartida - Campionessa del mondo WBa Pesi piuma



Marcela Acuna - Campionessa mondiale dei Supergallo Wbc



Martina Juarez - Campionessa del mondo WBO ad interim dei pesi mosca



Monica Silvina Acosta - Campionessa del mondo WBC dei superleggeri