Testi letterari anche in dialetto, recensioni, le composizioni dei lettori

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Grande interesse intorno al secondo romanzo di Giuseppe Gisani

Il ragazzo dello Splendor


di Paolo Panni


Continua a sucitare notevole sensazione il secondo romanzo del giornalista Giuseppe Ghisani, presentato di recente non solo in vari centri padani, ma anche in prestigiose librerie italiane. Si tratta di un'opera molto matura che merita questa attenzione. Con tanti richiami al paese natio dello scrittore, San Daniele Po.
Uno dei protagonisti, Leone, ragazzo con una enorme passione per il cinema , rievoca con Ghisani un'intera generazioni di giovani di allora.
Una generazione che nelle sale cinematografiche ha vissuto momenti straordinari ed indimenticabili. Altro protagonista del romanzo è Tano, animato da un interesse fortissimo per le donne.
'Le donne... è più forte di me!' confessa prima di morire, ucciso proprio da una donna. Leone ne è contagiato. L'ha voluto lui accanto a sé nell'azienda che dirige, l'ha creato lui come manager, ha invidiato la sua spregiudicatezza. Ma è stato anche tradito. Un giorno, su un treno, l'assale un sospetto che rende ancora più cocente quel tradimento. Anni dopo, su un aereo, la fotografia di una donna su un giornale gli svela l'inganno delle apparenze. Nel tempo che intercorre fra questi due episodi, Leone cerca la verità. Ma è prigioniero di paure che credeva di avere rimosso; delle sue fantastie: le coltiva fin da ragazzo, complici i film, soprattutto quelli proibiti, che correva a vedere allo Splendor; delle malie di un'isola fascinosa; del manifestarsi di inquietanti somiglianze; dell'incrocio di misteriose coincidenze.
E soprattutto del ricordo della donna enigmatica che ha segnato la sua adolescenza.
Così si consuma, inseguendo il rintocco de passi della terza donna della sua vita, la stessa che, forse, era con Tano nella sua ultima, tragica notte".


Luca del Monte, il primo romanzo, ovviamente nel mondo dell'automobile

La prima parte è ambientata a Cremona - Presentazione nazionale all'ombra del Torrazzo


Il cremonese Luca Dal Monte si impegna nel suo primo romanzo. Naturalmente collocato nel modo dell'automobile, lui che è oggi responsabile centrale della Comunicazione della Maserati.Si intitola "La scuderia" e rimanda al 1936.

L’Europa sta rapidamente precipitando verso la tragedia della guerra e l’Italia fascista è a un bivio, contesa fra la Germania di Hitler e il blocco dei Paesi capitanati dall’Inghilterra. Tutto può ancora succedere. I servizi segreti delle varie nazioni sono all’opera, e il loro campo d’azione si estende anche all’automobilismo.
Ugo Quiresi, addetto stampa della Scuderia Ferrari, si trova invischiato nello scontro che oppone l’Abwehr di Canaris e l’MI6 britannico, che sotto la spinta di Churchill, non ancora primo ministro, cerca di dissuadere l’Italia dallo stringere un’alleanza mortale con il Terzo Reich. Per oscure ragioni, la rivalità fra le Alfa Romeo di Ferrari e le Auto Union finanziate direttamente dal regime nazista rappresenta ormai qualcosa di più di una normale sfida sportiva. È forse l’ultima occasione per cambiare il corso della storia.
Tra donne belle e fatali, folli corse e leggendari assi del volante come Nuvolari, Varzi, Stuck e Rosemeyer, Luca Dal Monte costruisce un avvincente intreccio fantapolitico, una spy story in cui rivive l’affascinante mondo della velocità e l’atmosfera da telefoni bianchi degli anni Trenta.
Ecco un passo subito suggestivo. «Campari, Ascari, Nuvolari. Una generazione di grandi campioni. Ugo li aveva visti correre da piccolo, quando suo padre lo portava a vedere le corse, soprattutto la Mille Miglia. Ricordava il gran polverone in mezzo a cui, se eri fortunato, riuscivi a scorgere la macchina e a immaginare il pilota. E adesso era lì con il più grande di tutti.». Una prima parte della vicenda è proprio ambientata a Cremona, classico punto di passaggio della Mille Miglia.


• Luca Dal Monte è nato a Cremona nel 1963. Giornalista, è stato capo delle Relazioni Esterne della Ferrari negli Stati Uniti ed è ora responsabile centrale della Comunicazione per la Maserati. Per BCDe ha pubblicato "La rossa e le altre" (2000), "Una leggenda che continua2 (2003, entrambi con Umberto Zapelloni) e "Il tedesco volante e la leggenda Ferrari "(2004). La Scuderia è il suo primo romanzo.
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Ideali e coerenza: l'anniversario della scomparsa di Giovannino Guareschi

di Marco Iacona

Guareschi se ne andò la mattina di un giorno balordo. Era un lunedì d’estate rinfrescato da una comune brezza padana. L’Italia istituzionale dibatteva sul Sifar e sul generale De Lorenzo, i giovani stuzzicavano le “masse” e i giornalisti eleggevano la loro miss estiva con tanto di corona. Gioie effimere ed eterni dolori di un Paese. Tutto apparentemente normale tranne che lui, adesso, non c’era più. Lui, Giovannino, aveva vissuto da anarchico della penna anzi da anarchico “sentimentale”, come si andava scrivendo. Anticomunista, monarchico e cristiano più nell’animo che nel cervello.
Era stato un uomo onesto e genuino (ma mai buonista). Una razza in via d’estinzione, preziosa come un canto inedito del Divino poeta. Morì per infarto il 22 luglio del 1968 ad appena sessant’anni, nella sua villetta di Cervia. Malato da anni, fu quella l’ultima occasione in cui il cuore lo tradì.
Aveva cominciato al Corriere emiliano. Umorista per istinto, per sette anni fu redattore-capo del milanese Bertoldo del “commenda” Angelo Rizzoli. Con lui era diventato l’artista che tutti conosciamo. Poi la fine del Fascismo. Tenente d’artiglieria, l’8 settembre fu rinchiuso in un lager tedesco. Non volle farsi “repubblichino” e quando tornò dopo due anni era tutt’ossa. Nel dopoguerra di nuovo con Rizzoli e Giovanni Mosca suo compagno al Bertoldo. Nasce il Candido e nascono le storielle di Peppone e Don Camillo. Giovannino descrive col genio della semplicità le atmosfere della guerra fredda.
Il tema lo conoscono perfino nel Sudafrica dei mondiali di calcio: le zuffe fra un prete e un sindaco falce e martello; sullo sfondo la vita quotidiana di un paesino della Bassa, l’intima religiosissima coscienza di Don Camillo e, come ha scritto Claudio Magris sul Corsera, una «straordinaria carica umana» che nella finzione letteraria finirà per “contaminare” anche il movimento comunista italiano («i suoi valori, la sua schietta vena popolare, che poi si è perduta per tutti e di cui il “popolo” di oggi è una esangue e stupida parodia»).
“Furibondo antimarxista” così però amava definirsi (e furibondo lo era a volte, anche nella vita quotidiana), qualcuno l’ha dimenticato. Sul Candido si era distinto con memorabili vignette e didascalie. Celebri quelle pubblicate nell’imminenza delle elezioni del 1948 durante le quali aveva sposato bon gré mal gré la linea della Dc.
Con la sconfitta del Fronte popolare il più sembrava fatto. La sinistra detestava i modi di questo figlio della “destra” italiana e tutte – o quasi tutte – le sue storiche invenzioni (come i militanti del Pci “trinariciuti”).
Facile per uno che avrebbe scritto: «Il comunismo … una volta esaurita la sua iniziale carica di odio contro Dio e contro gli uomini, si comporta come il colossale macigno che, precipitando da una vetta, travolge e sgretola tutto al suo passaggio e poi giace inerte nella valle opprimendo la terra col suo immane peso».
Cittadino di un’Italia sempre più indesiderata e impensierito dallo sposalizio fra Cristo e Marx, Giovannino di Fontanelle aveva presto cambiato rotta.
Le “armi” non le aveva mai abbandonate. Si avviò così, dritto per dritto, allo scontro con De Gasperi ma cominciò ad andar male. Nacque una storia circa fantomatiche lettere inviate dal leader Dc agli alleati: in piena guerra civile si chiedeva il bombardamento dell’acquedotto della Capitale.Scattò la querela e Guareschi venne condannato per diffamazione. Appena quattro anni prima ne aveva subìto un’altra di condanna, stavolta per responsabilità oggettiva. Dal maggio del 1954 farà 400 giorni di carcere a San Francesco di Parma. Un postaccio. Convinto di aver ragione non chiederà né la revisione del processo né la grazia. È l’inizio della fine.
Dell’affaire De Gasperi-Guareschi (uno degli “atti” finali dello statista democristiano) non si è mai smesso di parlare. Anzi di far congetture. Per alcuni, non per molti, le lettere come parte integrante del dossier contenente la corrispondenza fra Mussolini e Churchill risultano autentiche (due missive del ’44 pubblicate anni dopo sul Candido).
Un carteggio che per interessi strategici doveva rimanere segreto. Ad ogni costo. In quel ’53 Guareschi avrebbe messo le mani su uno dei primi grandi misteri d’Italia, su qualcosa di molto più grande di lui insomma.
1961, l’Italia è lì lì per essere baciata dalle “fate” del centrosinistra. Per aver pestato i piedi al potere il Candido chiuderà baracca e burattini. Il “commenda” manda tutti a casa prendendo a pretesto le dimissioni di Guareschi. Peraltro Giovannino non dirige più il periodico e dal ’57 ne è “solo” la firma di punta.
Tradotto all’estero meglio e più dei profeti dell’Intellettualità peninsulare (“I” maiuscola), Guareschi è uno degli italiani più noti dell’intero dopoguerra, se non di più. Come Enzo Ferrari e Pavarotti, figli di una terra prodiga di ingegni.
Frainteso nell’era del facile inciucio e del buonismo di massa, è stato oggetto di una discutibile ri-scoperta. La solita sinistra auto-destalinizzatasi alla ricerca del buon tempo perduto? Sì certo. Fra i nuovi guareschiani c’è però chi ne usa la popolarità per guadagnarsi gli spiccioli, e chi fa lo gnorri dimentico dell’isolamento nel quale Giovannino era caduto nei Sessanta.
Allora dirsi uomo di destra (monarchico poi…) era quanto di peggio potesse accadere. D’accordo per quelli de l’Unità ma perfino i “suoi” cristiani l’avevano abbandonato. Pagò tutto non avendo in Patria riconoscimenti ufficiali. Provate a rintracciarne il nome nelle antologie della letteratura italiana: rimarrete parecchio delusi.
Ma deluso, c’è da crederlo, lo era lui più di tutti. Già dal ’52 aveva preferito la tranquillità della campagna di Roncole di Busseto con moglie e figli.
Gli ultimi anni non furono felici. L’Italia che conta non lo rispettava. Era fuori posto in un Paese ove la severità aveva la meglio sul riso («ritengo che l’Italia sia il Paese più negato all’umorismo e sarebbe bene piantare a ogni posto di frontiera il cartello “proibito ridere”» – 1967). Guareschi era stanco e per un po’ di tempo si trovò disoccupato. Dal 1963 fino agli ultimi giorni di vita Il Borghese - periodico conservatore per eccellenza – diede spazio alla sua voglia di libertà e al suo affilato disincanto («Il fatto che io abbia accettato di comporre la seconda parte di un film della cui prima parte è autore PP Pasolini non significa che anche io abbia aperto a sinistra. Come non significa che PP Pasolini abbia aperto a destra. L’Apertura di PP Pasolini è rimasta quella che era» – 1963). Poi arriverà anche La Notte di Nino Nutrizio. Il Candido rinascerà tre giorni dopo il funerale di Giovannino. Giorgio Pisanò, che lo dirigerà fino al 1992, aveva già offerto a lui la direzione del giornale.
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Tratto da Linea del 3 luglio 2010.

Castelponzone: emblema dell'umanità di tutto il territorio casalasco


Il corso di formazione professionale regionale di estetica all'Istituto postuniversitario Santa Chiara di Casalmaggiore ha concluso con grande passione un lavoro di molti mesi intorno ad un paese, Castelponzone, riportato ad una evidenza mondiale ormai 33 anni fa da una ricerca condotta da Carlo Bellò per i testi e da Antonio Leoni per le immagini, con la collaborazione dell'Archivio di Stato di Cremona.

Il tutto si è risolto in una pubblicazione che è stata presentata questo sabato in una sala affollatissima, dal titolo "la comunità riconosciuta" .

Grazie agli interventi delle autorità locali e del vice presidente Rossoni della Regione Lombardia che ha sostenuto l'impresa, oltre che del professor Luciano Roncai, del giornalista e fotografo Antonio Leoni e delle stesse studentesse autrici della ricerca, non è stata soltanto una serata celebrativa della straordinaria realizzazione scolastica.

I presenti si sono riconosciuti in una umanità che ha per simbolo Castelponzone e che chiama a idenficare in un progetto di grande respiro le peculiarità dell'isola casalasca, stretta ma non sopraffatta dalle presenze confinanti cremonese e parmigiana. Ecco , dunque, come un lavoro scolastico condotto con impegno e serietà, testimoniati dalla pubblicazione finale singolarmente completa (testi, interviste, un CD e persino una collezione di cartoline realizzate dalle stesse allieve) diventa strumento di progresso autentico del territorio casalasco.

Due esempi di questa comunità riconosciuta: la cartolina realizzata recentemente da un'allieva e la foto di 33 anni fa di Antonio Leoni che illustrano la porta sud di Castelponzone.

L'uomo che oscilla tra fede e ragione

Il Quarto Giorno di Fabia Gardinazzi

CremonaBook pubblica un romanzo di Fabia Gardinazzi, IL QUARTO GIORNO e ha come protagonista un umile pescatore che aveva seguito Yehoshua fino a Gerusalemme e si era trovato ad assistere alla crocifissione del Maestro e alla sua presunta resurrezione. Gli apostoli attorno a lui dicono che Gesù è risorto ma lui non lo vede  e rimane dubbioso anche se vorrebbe tanto credere al miracolo. Il testo parte dunque dal quarto giorno, cioè dal momento in cui si sparge la voce che un uomo è risorto sconfiggendo la morte e arriva fino al 70 d.C., anno della caduta di Gerusalemme da parte delle truppe romane. Il libro segue le vicende del protagonista narratore e delle prime vicissitudini della nascente Chiesa di Gerusalemme. L’entrata in scena di Paolo sconvolge ulteriormente gli equilibri all’interno della comunità che si trova a dover decidere quale strada prendere, se quella di rimanere fedeli alla Legge ebraica o abbracciare una visione più nuova e libera del Vangelo. Il protagonista seguirà per un po’ le peregrinazioni di Paolo poi, dopo il naufragio a Malta, lo abbandonerà per tornare di nuovo in Palestina in tempo per assistere alla disfatta del Tempio ad opera del condottiero romano Tito. Il romanzo, seguendo in parte la falsariga degli Atti degli Apostoli, descrive la situazione della nascente chiesa di Gerusalemme subito dopo la morte di Gesù  cercando di mettere in luce lo smarrimento dei primi “cristiani” di fronte alla scomparsa del loro amato Maestro, l’ostilità dei Sacerdoti del Tempio nei confronti di questa nuova setta, l’atteggiamento contrastante dei vari seguaci.

All’interno del romanzo, oltre alle discussioni teologiche, ai quesiti primordiali dell’uomo che si interroga sull’esistenza di Dio, si intrecciano le varie storie del narratore che, lontano dalla moglie, si innamorerà prima di un’egiziana conosciuta ad Antiochia e poi di una ricca vedova greca di Corinto.

Il finale rimane aperto con il narratore che ancora si dibatte con i suoi molteplici dubbi: Gesù era veramente il Messia? La predicazione di Paolo ha o no tradito il messaggio del Maestro? Cosa significa per un ebreo scoprirsi cristiano?

Il protagonista, che parla in prima persona e di cui non viene detto il nome, è  il simbolo dell’uomo perennemente oscillante tra fede e ragione

Un Natale trascorso in prigione a Cremona

Un amarcord del libraio-scrittore Roberto Denti, ricordo di guerra del famoso autore cremonese. Una storia di umanità e amore ambientata nelle carceri della città

Esce da Interlinea, nella collana “Nativitas”, Un Natale in prigione. Ricordo di guerra di Roberto Denti in cui l’autore racconta la sua esperienza di prigionia nelle carceri di Cremona: una storia di umanità e amore narrata, a distanza di anni, con semplicità e passione.
«Nel dicembre 1944 Roberto Denti si trova nelle carceri di Cremona. Lì, ventenne, fa esperienza di umanità e ha tempo per letture nuove e formative, ma soprattutto è testimone di un fatto straordinario che fino a oggi non aveva voluto raccontare: lo fa ora con la semplicità della memoria, senza artifici retorici: “Ancora adesso mi sento coinvolto – non colpevole – in un fatto che si è svolto in tempo di guerra e che resta sempre un’incredibile storia d’amore”». Queste le parole della quarta di copertina che descrivono il libro. La collana “Nativitas” nel quale è inserito, interamente dedicata a testi letterari ambientati o ispirati al Natale, annovera tra i suoi titoli altri ricordi di guerra tra cui Dostoévskij, Le feste di Natale e Mario Rigoni Stern con Quel Natale nella steppa.

Proponiamo di seguito uno stralcio dell’opera in cui lo scrittore descrive le carceri cremonesi e la stessa città natale:

«Il carcere di Cremona aveva sede, sino a pochi anni fa, in un grigio palazzo ottocentesco, in una via acciottolata abbastanza centrale ma piuttosto stretta. Era nel cuore di una città arcaica che ha sempre avuto un fortissimo carattere proprio, influenzato da sospensioni magiche e da inattesi vigori popolareschi. La prigione dista dieci minuti di strada a piedi da piazza del Duomo, il nucleo antico della città. È una piazza che va guardata volgendo le spalle a un edificio di gusto moderno (anni trenta, periodo piacentiniano): a sinistra la facciata maestosa del Duomo, ricoperto in marmo bianco nel Cinquecento, mentre la struttura è in cotto come dimostrano le absidi lasciate al loro stato originale; a destra il dugentesco palazzo del Comune rimasto integro con i suoi mattoni. In fondo, la piazza è chiusa da un imponente Battistero ottagonale del Medioevo costruito anch’esso in cotto. Se avesse mantenuto la sua struttura originale, avrebbe contrastato con la rinnovata facciata bianca del Duomo. Si pensò allora, sempre nel Cinquecento, di coprire con marmo bianco la parte che affianca il Duomo e di lasciare i mattoni originali dalla parte del palazzo comunale. L’armonia dei due colori è così ovvia che è difficile accorgersi – se non si è informati – che si tratta di due edifici diversi».

Roberto Denti, Un Natale in prigione. Ricordo di guerra, pp. 48, euro 10.



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di Mer, 21 lug 2010