La manifestazione ancora una volta al Teatro Ponchielli, gran folla
Il grande calendario cremonese presenta la cupola di San Pietro di Orazio LambertiUn grande affresco assai poco esplorato anche in passato, con qualche clamoroso errore di attribuzione - Rimette in ordine la storia lo studioso cremonese Marco Tanzi E' tornata una classica al Ponchielli, la manifestazione postnatalizia della tradizione cremonese, il grande calendario realizzato con le fotografie di Mino Boiocchi, la collaborazione di Fantigrafica che ha stampato l'opera monumentale e di Ediprima alla quale si debbono quest'anno, per la prima volta, le selezioni. La serata è statai presentata da Claudia Scaravonati e l'intrattenimento musicale è stato affidato a New Pop Orchestra di Spirano che ha eseguito con enorme successo celebri musiche da film. Marco Tanzi ha firmato la presentazione dell'affresco con alcune interessanti sottolineature, aggiungendo altri dettagli all' intervento sul calendario,come sempre di grande spessore, che offriamo integralmente ai nostri lettori.

Un ammonimento: il problema più urgente e indifferibile è lo stato di conservazione ammalorato e precario del murale, che merita più circostanziate premure cui faccia seguito uno sforzo di maggiore visibilità e un'adeguata illuminazione che evidenzi i pregi e le crudeltà di un capo d'opera del manierismo internazionale che Cremona ha troppo trascurato
di Marco Tanzi La chiesa di San Pietro è uno scrigno raro e ancora poco conosciuto dell'arte cremonese: esaurita la stagione nei Campi, il cantiere dei canonici lateranensi rappresenta per la pittura dell'ultimo Cinquecento l'equivalente di quello di San Sigiamondo per gli anni trenta quaranta. Il testimone lo passa Antonio Campi con due prove magistrali di illusionismo prospettico nella volta della sagrestia, 1575, e nei due bracci del transetto, 1575-1579. Il seguito è affidato a Giovanni Battista Trotti detto il Malosso, il principale pittore cittadino nel passaggio tra i due secoli: è lui che nel 1587 inizia la decorazione della navata nella prima campata. Qualcosa, però, cambia presto negli indirizzi di gusto dei canonici, che aprono a nuove esperienze puntando su artisti forestieri. Per le pale d'altare si rivolgono a celebri maestri veneti: oggi queste tele non ci sono più, il Martirio di san Nicolò del vicentino Alessandro Maganza è finito in San Martino a Viadana, il Martirio di santa Caterina del ferrarese Ippolito Scarsella detto lo Scarsellino e in San Massimo a Verona, mentre il Martirio degli abitanti di Jppooa (?) di Palma il Giovane, pagato nel 1590 uno sproposito, è nel Musée Fabre di Montpellier. Si cercano fuori Cremona anche i frescanti: nel 1595 l'abate commissiona al marchigiano Giorgio Picchi, fra i protagonisti dei cantieri vaticani nell'ultimo quarto del secolo, la decorazione di tutta la chiesa da realizzare entro tre anni, cancellando anche la prima campata da poco affrescata dal Trotti. Picchi però si limita all'abside e al presbiterio con il Martirio e le Storie di san Pietro: gli affreschi di Malosso sono salvi e Ermenegildo Lodi prosegue mimeticamente l'impresa del maestro nella navata tra 1614 e 1617.
Il Giudizio universale della cupola, invece, appare ora firmato da un inesistente Giorgio Lamberti nel 1607: nel 1603 però viene pagato per il lavoro Orazio Lamberti, mentre le guide locali inventano un Giorgio Lamberti "fiorentino" come autore di cupola e presbiterio. La confusione delle fonti settecentesche verso due cicli di pittori non cremonesi ha favorito l'abbinamento del nome dell'uno al cognome dell'altro. Se il 15 luglio 1603 c'è il saldo finale a Orazio, l'iscrizione "Georgius Lamberti 1607", illeggibile da terra perché nascosta dal cornicione, è il frutto sgrammaticato di una ridipintura più tarda, un po' come era successo alla firma di Boccaccino nell'abside del duomo: il restauro potrebbe restituire un più corretto "Horacius Lambertus MDCIII".
Orazio Lamberti da Cento è l'Orazio ferrarese "dipintore in Asola" ricordato nella bottega di Bernardino Campi, pittore poco dotato nelle tele giovanili di Ostiano (1577), Cento (1579) e Montichiari (1584), che evidentemente migliora con il tempo. C'è un buco non indifferente nella cronologia, oltre un decennio, che potrebbe spiegare molto dei suoi progressi, visto che a partire dagli anni novanta gli sono affidate commissioni di prestigio: a Cremona la cupola di San Pietro e la biblioteca di Sant'Agostino (1595-1596). Le ricerche di Prisco Bagni a fine Novecento gli hanno restituito una precisa identità anagrafica (Orazio è battezzato a Cento il 29 maggio 1552, si trasferisce ad Asola prima del 1576 e muore a Mantova il 15 luglio 1612), facendo luce su opere perdute nel casalasco - Vicomoscano e Casalmaggiore - e su lavori ancora esistenti a Mantova, in palazzo Guerrieri e in duomo. La decorazione di casa Guerrieri, 1597-1600, offre una nuova prospettiva stilistica dell'artista, suggestionato da Antonio Maria Viani e dalle novità del manierismo internazionale importate dal soggiorno monacense di quest'ultimo. Nel 1605 Orazio scrive al priore di Santo Stefano a Casalmaggiore di non potersi liberare prima dell'aprile 1606, perché "impiegato in altre opere nel Duomo di Mantoa"; proprio 1605 si legge nell'arco centrale che precede la cupola: gli affreschi della cupola del duomo di Mantova sono di Lamberti.
Torniamo in San Pietro a Cremona. Il pittore centese rivela suggestioni formali di matrice mantovana - ma non solo - nella cupola, per la quale esistono straordinari disegni preparatori a Praga e a Tephire in Moravia. Il precedente più immediato del Giudizio universale è infatti la vorticosa Allegoria della Redenzione affrescata da Viani a stretto contatto di gomito con Orazio proprio nel Duomo di Mantova, insieme ad altre componenti centroitaliane articolate, ma non c'è ragione di riferire l'impresa di San Pietro ad Antonio Maria Viani. Il Giudizio è pagato a Lamberti, che lo firma, mentre Viani non ha nessun documento che lo colleghi al cantiere cremonese, direttamente o indirettamente. Inoltre i bellissimi disegni cechi a gesso rosso su carta azzurra preparatori per la cupola, non sono della stessa mano di quelli eseguiti da Viani, sempre a gesso rosso ma su carta bianca, per la cappella Petrozzani in Sant'Andrea a Mantova. La cupola è a suo modo un capolavoro di invenzione e di realizzazione pittorica, ma è stata vista con una sorta di localistica insofferenza per i fatti artistici non strettamente cremonesi, un corpo estraneo alla nostra cultura figurativa alla stessa stregua di Giorgio Picchi. Questo spiega il sostanziale disinteresse o le citazioni occasionali per due cicli pittorici di straordinario interesse.
Bisogna tornare a guardare il Giudizio universale di Orazio Lamberti: la temperatura stilistica e la tenuta qualitativa dell'affresco rivelate dalle fotografie attendono ancora di essere pienamente valorizzate. Bisogna anche capire anche quanto Picchi abbia lasciato in eredità a Lamberti in queste invenzioni magiche e macabre: senz'altro la tavolozza smagliante e ricca di contrasti aridi e di cangianti raffinati di matrice baroccesca non deriva al centese solo dalla consentaneità e dalla frequentazione di Viani. Il problema più urgente e indifferibile, però, è lo stato di conservazione ammalorato e precario del murale, che merita più circostanziate premure cui faccia seguito uno sforzo di maggiore visibilità e un'adeguata illuminazione che evidenzi i pregi e le crudeltà di un capo d'opera del manierismo internazionale che Cremona ha troppo spesso trascurato. Eccezionale interesse attorno alle relazioni di Don Achille Bonazzi e di C.A.Quintavalle a Parma, dopo i recenti ritrovamenti nella chiesa cremoneseL’officina di Wiligelmo a San Pietro al Po, una scoperta che apre nuovi orizzonti, anche in campo internazionaleSi è svolto a Parma il XII Convegno Internazionale di studi, Medioevo: le officine, che ha visto la partecipazione di circa 200 studiosi provenienti per la maggior parte dalle Università italiane, ma con una significativa presenza di ricercatori francesi, spagnoli e tedeschi. Come momento conclusivo e più atteso anche per la novità, nel pomeriggio di sabato 26 sono state presentate due relazioni, la prima del prof. Arturo Carlo Quintavalle, dal titolo intenzionalmente generico " Per un nuovo portale dei mesi a Cremona", proprio per stimolare l'attesa; la seconda di Achille Bonazzi "Le pietre del portale", che hanno posto all'attenzione dei presenti la recente scoperta di frammenti di un portale romanico della Chiesa di S. Giorgio in S. Pietro al Po di Cremona. Attraverso il Parroco Mons. Arcagni la comunità di S. Pietro era stata informata sinteticamente la scorsa settimana dei risultati preliminari di questa ricerca. Ora, a convegno concluso, è possibile integrare e rendere pubblici questi risultati che sono stati particolarmente apprezzati dagli studiosi. La relazione del prof. Quintavalle ha dato risposta a tre interrogativi di fondo riguardanti il periodo nel quale questi Mesi sono stati scolpiti, alla diffusione di questa iconografia e al loro significato culturale. Per quanto riguarda il tempo nel quale i frammenti dei Mesi di S. Pietro al Po sono stati scolpiti, l’indicazione sulla base dell’iconografia e del collegamento con altre sculture presenti in Cattedrale di Cremona, questo va dal 1107 al 1115.
Infatti l’iconografia dei Mesi ritrovati gennaio, febbraio, luglio, agosto, ottobre- fondata sul significato del vino e del grano si collega con S. Benedetto di Polirone, la Porta della Pescheria del lato Nord della Cattedrale di Modena e con le sculture di Argenta (FE). I collegamenti con la Cattedrale si rifanno ad alcuni capitelli purtroppo nascosti da quelli in legno dorato presenti nella intersezione del corpo centrale e i transetti. L’importanza del ritrovamento collega quindi l’antica Chiesa benedettina fondata nel 1064 sotto Papa Alessandro II all’attività della Bottega di Wiligelmo presente nel territorio della Padania. Dopo il 1120 l’iconografia dei mesi varia, come testimoniato dal Codice Magno dell’Archivio Capitolare a Piacenza e dalle sculture di S. Zeno in Verona. Ma è soprattutto il significato culturale di queste sculture che ne evidenzia l’importanza: infatti un monastero, quello dei Benedettini in San Pietro alle dirette dipendenze di Roma, segnala il rientro dell’ortodossia della fede cristiana in Cremona. La Riforma Gregoriana viene testimoniata da questi frammenti che auspico possano essere completati nella loro scoperta. Così conclude la relazione del Prof. Quintavalle :“Fra i modelli iconografici introdotti dalla Riforma Gregoriana e sui quali in passato mi sono soffermato a lungo, dalle immagini di S. Pietro pellegrino a Compostela ai Re Magi, dei quali il primo simbolicamente in ginocchio, dalla immagine della uccisione di Abele da parte di Caino alla nuova figura dell’Arca di Noè a loggiati sovrapposti come nel Chiostro, dal Crocefisso ad occhi spalancati dunque vivente oltre la morte di S. Savino in Piacenza, al complesso sistema dei grandi timpani col Giudizio finale o con la Pentecoste che vediamo proposti in Francia, a questi modelli narrativi introdotti e forse imposti dai Pontefici riformatori, sarà opportuno aggiungere questa articolata iconografia del Pane e del Vino, iconografia eucaristica dunque, che non a caso ritroviamo nelle Chiese del settentrione italiano dove si è finalmente imposta la Riforma come nel Monastero di S. Pietro al Po, fedele a Roma e in polemica, fin dalle origini, con lo scismatico Vescovo di Cremona.” La relazione riguardante le indagini petrografiche condotte su frammenti dei Mesi, con lo scopo di definire anche la zona di provenienza di questi materiali, ha evidenziato innanzi tutto la metodologia corretta, come è quella prevista dalle Normal-ICR, che prevede l’utilizzo delle sezioni sottili per le osservazioni al Microscopio mineralogico e le indagini condotte al Microscopio elettronico a scansione (SEM). Sulla base del legante carbonatico, del rapporto legante /aggregato, della granulometria dei clasti, ma soprattutto sulla composizione mineralogico-petrografica dell’aggregato, il materiale dei Mesi di S. Pietro al Po, in origine policromo, come testimoniato dal nero Piombo degli occhi, proviene dal Livello Inferiore delle Arenarie di Sarnico, plausibilmente da cave collocate proprio attorno al lago d’Iseo. In tal modo la scoperta fatta a S. Pietro al Po supera il limitato orizzonte sia della Città che della Diocesi per diventare elemento culturale di riferimento a livello internazionale
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Storia, mito e allegoria nella pittura di Giuseppe Rivaroli
di Donatella Migliore
A distanza di tre anni dalla rassegna organizzata dall’Antichità Gatti di Crema e a più di trent’anni dalla mostra dell’Adafa del 1974, anche la Fondazione Città di Cremona ha voluto tributare il suo omaggio alla pittura di Giuseppe Rivaroli (1885/1943), artista cremonese che a Roma trovò la sua più importante dimensione artistica. Rivaroli trascorre gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza in orfanotrofio (e per questo la mostra ha l’importante patrocinio della stessa Associazione ex alunni dell’orfanatrofio Lazzaro Chiappari) dove peraltro ha la possibilità di avvicinarsi al disegno e alla pittura, che diventeranno il suo obiettivo di vita. A Cremona frequenta l’Istituto Ala Ponzone e da qui è breve il salto all’Accademia di Brera a Milano sotto la guida, tra gli altri, di Cesare Tallone. Seguirà una breve tappa a Parma e quindi il trasferimento a Roma nel 1908, presso la Regia Accademia, dove avrà la possibilità di perfezionare la sua arte e di partecipare ai primi concorsi di pittura che lo faranno conoscere in breve tempo alla committenza privata e pubblica della capitale. A Roma Rivaroli si dedica, nei primi due decenni del secolo, a soggetti ispirati alla storia, al mito e all’allegoria, che trovano grande successo nella committenza privata; quindi, sul finire degli anni Venti, ma soprattutto intorno al 1935, cambia radicalmente la sua maniera e si dedica ad una pittura più ispirata ai fasti del regime, celeberrimi i suoi affreschi al Ministero dell’Agricoltura, e alla natura con soggetto privilegiato la campagna romana. Muore nel 1943 a Roma. La mostra fino al 18 aprile Con la suggestione del surreale Dente chiude i concerti di Dialoghi Sonoridi Martina Pugno Giovedì 4 marzo il concerto di Dente ha concluso l'undicesima edizione della rassegna musicale Dialoghi Sonori organizzata dal Centro Musica “Il Cascinetto”.
Il cantautore emiliano è salito sul palco del Teatro Monteverdi munito di completo, camicia e pungente sarcasmo intervallando ai propri brani surreali conversazioni con il divertito pubblico. Surreali del resto sono anche i testi delle sue canzoni, nel loro susseguirsi di immagini come in un flusso di coscienza, dipinte da versi dalla semplicità disarmante. Che racconti storie di tradimenti come in Canzone pop o di tristi rotture come in Sempre uguale a mai non manca mai l'ironia, ingrediente di base mischiato ad uno sguardo puro, quasi infantile. Per tutto il concerto Dente sussurra lievi melodie con ostentata freddezza, accarezzando le corde della sua chitarra acustica e muovendosi appena sul piccolo palco (salvo poi scherzare con i presenti riguardo al valore dello strumento e alle proprie abilità di musicista). Accompagnato da contrabbasso, tastiere e percussioni l'artista ha riproposto brani molto amati dal pubblico, come Vieni a vivere, Buon appetito e A me piace lei tratti dal più recente album L'amore non è bello (Ghost Records, 2009). Proseguendo lungo il percorso intrapreso con l'EP Le cose che contano (Jestrai, 2008) Dente e la sua band hanno regalato ai brani un tessuto sonoro più ricco ed energico della versione su disco. Anche Scanto di sirene e Canzone di non amore, originariamente registrate solo con voce e chitarra e pubblicate nel disco Non c'è due senza te (Jestrai, 2007), rinascono sul palco con rinnovata freschezza ed energia senza per questo che l'efficacia e l'immediatezza dei testi passino in secondo piano. Dente è un artista che indubbiamente sa attirare l'attenzione su di sé con le proprie stranezze e il proprio mondo musicale così personale, tanto che con tre dischi pubblicati si è già guadagnato un ruolo di spicco nella scena musicale indipendente italiana. Vederlo in azione sul palco lascia la conferma che se lo sia decisamente meritato, e che ci possiamo aspettare ancora interessanti sviluppi futuri; non ci resta che sperare quindi di rivederlo presto da queste parti.
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