Immagini e fatti

Palazzo dell'Arte in ripristino, speriamo con tutte le cautele e il rigore che servonoGiovanni Arvedi ancora mecenate: interviene con la moglie Luciana Buschini nel restauro dell'opera di Cocchia e di Piazza Marconi

Tutto è bene quel che finisce bene. Speriamo che davvero una vicenda cominciata malissimo e proseguita peggio abbia la svolta opposta e risolutiva al meglio.
Speriamo si vada verso l'esito l'esito lungamente auspicato dalla intelligenza cremonese: il rispetto di Palazzo dell'Arte e della genialità di Carlo Cocchia. E' entrato in campo Giovanni Arvedi, insieme alla signora Luciana Buschini . Avevamo preannunciato (con la fotografia che riprendiamo nella immagine grandiosa di Palazzo dell'Arte, quando il degrado non lo aveva ancora sopraffatto ) che Giovanni Arvedi e la moglie Luciana avevano buona ragioni per guardare a questo monumento con il rispetto che gli è dovuto. Il Vascello ha ricordato che la costruzione di Palazzo dell’Arte fu compiuta da un imprenditore edile al quale dobbiamo molti interventi in città . Quale omaggio migliore a suo padre può giungere dalla signora Luciana Buschini, assieme a Giovanni Arvedi, abbiamo scritto, se non con il restauro corretto di un’opera così importante? E' nel solco di una educazione filiale, di una memoria comunque significativa per la storia della città. E così è avvenuto. Giovanni Arvedi ha messo le carte in tavola, riconoscendo accanto al desiderio di esprimere un ricordo sincero a Mario Buschini, anche la volontà di risolvere un problema culturale. Da qui la promessa di pieno rispetto delle soluzioni innovative in termini di spazio e gioco delle luci (niente corridoi sospesi ai soffitti a onda di Cocchia) delle quali i nostri lettori conoscono bene le coordinate ripetutamente esposte quando incombeva il "lumacone" di Palù e Bianchi . Le foto di Palazzo dell'Arte e di Luciana Buschini con Giovanni Arvedi sono di Antonio Leoni ©. Costituito il comitato scientifico per il museo del violino: Lucia Maramotti Politi presidente
La Giunta Comunale ha pertanto deciso di costituire il Comitato Scientifico per l’istituzione del Museo del Violino così composto: Gianluigi Colalucci, restauratore (parti esterne), Fabrizio Della Seta, musicologo, Mario Galli, ingegnere civile, Ivana Iotta, Direttore del Settore Cultura e Musei del Comune di Cremona, Marco Leona, Responsabile del Dipartimento di Ricerca Scientifica del Metropolitan Museum of Art di New York, Anna Lucia Maramotti Politi, Presidente dell’Associazione Liutaria Italiana, Renato Meucci, organologo, Andrea Mosconi, Conservatore del Museo Stradivariano e della Collezione “Gli Archi di Palazzo Comunale”, Mirelva Mondini, preside IPIALL, Marco Pagliarini, Direttore del Settore Lavori Pubblici del Comune di Cremona, Giorgio Palù, architetto progettista, Gabriele Rossi Rognoni, organologo, Yasushisa Toyota, ingegnere acustico (acustica Auditorium), Virginia Villa, Direttore della Fondazione Antonio Stradivari Cremona - La Triennale. Le funzioni di coordinamento del Comitato Scientifico sono affidate ad Anna Lucia Maramotti Politi.
Ecco la prima riunione: Arvedi promette il museo attivo entro il 2011
Presenti il sindaco Oreste Perri e il cavaliere Giovanni Arvedi, presidente della Fondazione Arvedi Buschini, si è tenuta nella Sala Giunta di Palazzo Comunale, la seduta di insediamento del Comitato Scientifico incaricato di esaminare le problematiche ed individuare le soluzioni più idonee per il recupero di Palazzo dell'Arte che dovrà ospitare il Museo del Violino e le attività connesse.
Giovanni Arvedi ha detto che i lavori a Palazzo dell'Arte stanno procedendo celermente: entro quest'anno dovrebbero terminare gli interventi di impiantistica e l'intero edificio potrebbe essere restituito alla città del tutto riqualificato entro il 2011. Il presidente della Fondazione Arvedi Buschini ha aggiunto di avere voluto ridare vita, con questo dono alla città, ad un palazzo che è sempre stato nel suo cuore, mantenendo quella che è l'anima interna dell'edificio, cioè la luce, e quella esterna, il cotto, vero omaggio alla tradizione architettonica di Cremona. Ora si tratta di lavorare tutti insieme, ha concluso Arvedi in sintonia con il sindaco Perri, per creare qualcosa che dovrà restare alle future generazioni.
La parola è passata quindi ad Anna Lucia Maramotti Politi che ha fatto la seguente premessa: promuovere quel che c'è di buono nella cultura cremonese significa fare del bene alla città, per questo il lavoro che spetta al comitato sarà complesso ma allo stesso tempo stimolante, perché si dovrà cercare di fare coesistere la cultura nella sua espressione più alta con l'indispensabile necessità di suscitare l'interesse dei visitatori meno introdotti alla conoscenza dell'arte liutaria e, più in generale, della musica.
La coordinatrice del comitato ha poi tracciato quelli che saranno i temi oggetto di analisi e di confronto, così come peraltro prescritto dal Codice dei Beni Culturali. Innanzitutto l'organizzazione del museo: questo significa scelta delle collezioni e degli strumenti da esporre, metodologie e modalità espositive, individuazione degli ambienti accessori, fruibilità del museo (dall'uomo della strada allo studioso; iniziative proponibili che rendono necessario l'allestimento di locali particolari), contatti con le Sovrintendenze di competenza.
Vi è poi la gestione del museo. Su questo aspetto la professoressa Maramotti Politi ha promesso che il Museo del Violino "deve catturare" l'interesse dei visitatori pur appartenenti a diverse estrazioni e deve essere efficiente nell'arco dell'intero anno, caratterizzandosi come museo attivo, luogo di cultura capace di promuovere costantemente attività educative e di studio, capace inoltre di autofinanziarsi. A partire da questa premessa si devono stabilire condizioni logistiche per l'attività della Fondazione Stradivari, i possibili eventi, le possibili manifestazioni culturali, l'interazione con piazza Marconi, l'interazione con le botteghe dei liutai (museo diffuso), l'interazione con musei, biblioteche ed archivi, l'interazione con le eccellenze culturali ed artistiche delle città, le attività con enti di ricerca.
Dopo che l'architetto Giorgio Palù ha illustrato il progetto del Museo, auditorium compreso, ed ogni componente ha segnalato su quale tema debba essere consultato e su quali argomenti intende intervenire in modo approfondito, Anna Lucia Maramotti Politi ha invitato i membri del Comitato, a predisporre, in base alle proprie specifiche competenze, delle schede da utilizzare come strumento per il complesso lavoro che si profila. Al termine della seduta, i componenti del Comitato si sono recati a Palazzo dell'Arte per un primo sopralluogo.
Gli appelli ( forse a vuoto): Massimo TerziPalazzo dell'Arte non ostacoli la città in sintesi con i Monasteri Il recupero complessivo esterno, che accumuna il Palazzo dell’Arte e la Piazza resa pedonale è un intervento sicuramente provvidenziale, ed è un’operazione, come ho segnalato in tempi non sospetti (v. presentazione dei progetti della facoltà di Architettura presentati a Cremona l’8.4 u. s), sicuramente lungimirante, soprattutto se riscatterà un luogo da sempre trascurato nel rigoroso rispetto degli accordi pattuiti. (faccio riferimento al restauro, non al previsto recupero funzionale, che non mi trova completamente d’accordo). Non dobbiamo, infatti, dimenticare il Parco dei Monasteri, che verrebbe così in parte svuotato da alcune destinazioni d’uso che il nuovo Museo trascinerebbe con sè e che sono essenziali, per loro natura, con le funzioni che là si prevedevano. Sarebbe davvero utile per una città, che sta cercando faticosamente di crearsi una immagine legata alla musica, discutere con pacatezza se non sia il caso d’investire, invece, più complessivamente sul soddisfacimento delle aspettative di formazione che permetterebbero un “ritorno”e la conferma di una” scuola”di grande e riconosciuta tradizione. Il timore che ora l’attenzione delle Istituzioni (e della Fondazione Stauffer) su questo complesso possa vacillare, credo sia più che legittimo. Quel progetto era stato concepito per dare corpo in quest’area all’intera filiera musicale cremonese. Quella che parte dalla tradizionale formazione liutaria e poi si estende a tutti gli altri strumenti musicali ed a tutte le molteplici manifestazioni artigianali, commerciali e culturali, che dovevano e volevano essere il filo conduttore che cuciva tra loro non solo le attività, ma anche una porzione di tessuto urbano omogenea. Pensare ad un progetto complessivo voleva dire anche ridare slancio e decoro a un quartiere che risente ancora di una certa marginalità ed abbandono, realizzando al tempo stesso un’operazione di tipo urbanistico, attenta all’edilizia minore e capace di creare un polo alternativo a quello legato ai soliti percorsi concentrati sulla piazza del Duomo, per consolidare invece l’immagine più complessiva del centro storico. Ora, con il progetto di restauro su Palazzo dell’Arte si viene a creare una sorta di condensato del Parco dei Monasteri che, viste le dimensioni, forse potrà essere realizzato in un tempo più contenuto e certamente contribuirà alla riqualificazione di piazza Marconi (nella speranza che l’influenza della vicina P. zza Duomo possa contribuire ad ispirare felici suggerimenti per renderla piacevole ed ospitale più degli sforzi progettuali fin’ora avanzati), ma che, di fatto, concentrerà ancora l’attuale”effetto-città”, sottraendo risorse finanziarie significative al progetto precedente e, soprattutto, svuotandone il suo senso più autentico. Ed, ancora, renderà vani gli sforzi fin qui condotti per sottrarre i segni identificativi della storia cittadina per cui più di 50.000 mq., da poco riconquistati alla comunità con una spesa consistente degli Enti (Provincia, Comune, Stauffer che, tra acquisto, promozione, progetti e lavori in corso, dovrebbe aggirarsi attorno ai 9/10000000 Euro), rischieranno di degradarsi o di essere messi all’asta (come è successo pochi giorni fa al galoppatoio di via Bissolati ). Nell’ipotesi più pessimista, infatti, il rischio per il futuro è che il denaro già investito sia servito solo ad accollarsi complessi che, per mancanza di destinazioni precise ed adeguate, contribuiranno ad aumentare il già cospicuo patrimonio inutilizzato delle Amministrazioni. Nel caso più fortunato, se si verificheranno coincidenze più felici, invece, questi chiostri, che sono in successione, difficilmente verranno concepiti come un unico “campus”, scaturente dalla possibilità di concatenazione di luoghi di grande suggestione, ma, con ogni probabilità, saranno risolti separatamente uno per volta con destinazioni di ripiego a se stanti, (come ad esempio nel passato ad uso ricovero gatti), e saranno, conseguentemente, disarticolati da un disegno che voleva essere funzionalmente più ampio e complessivo. Pertanto, anche se sono parzialmente soddisfatto dall’obbiettivo immediato, mi sembra di dover considerare auspicabile che ogni operazione effettuata sulla città dovrebbe essere pensata e gestita con una visione complessiva e il più lungimirante possibile, con la consapevolezza che ogni Amministrazione deve pensare di svolgere il proprio lavoro in parte anche per quelle successive. Massimo Terzi, architetto Cremona 27.10.09
Argomenti correlati:Santa Monica 2007/index.htm. Nel progetto: il cuore del Palazzo con il museo e l'auditorium.
Maurizio Ori
"Un' intelligente salvaguardia dell'identità e del contesto, la sua è una strada giusta che vale per tutti gli interventi sul territorio, a salvaguardia delle nostre peculiarità"
Egregio Cavaliere Giovanni Arvedi, mi permetto di scriverle questa lettera aperta nella certezza di trovare in lei un interlocutore attento e nella speranza di contribuire utilmente a un dibattito relativo a temi che coinvolgono tutta la nostra comunità. Vorrei innanzitutto esprimere il mio apprezzamento per la sua iniziativa riguardo all’annosa vicenda del Palazzo dell’Arte. La sua proposta non solo è meritoria per l’apporto concreto che potrà dare alla risoluzione di una storica criticità urbana, ma anche per il fatto che il suo contributo riporta finalmente l’attenzione al cuore di un problema che si è troppo a lungo sottovalutato.
Che la nostra città abbia bisogno di idonei spazi espositivi per ospitare un museo dedicato alla sua maggiore eccellenza culturale, il violino, appare fuori discussione, così come è indiscutibile che la promozione di Cremona a livello turistico sia un obiettivo prioritario per il nostro futuro. Il nucleo della questione sta tuttavia nel “come” promuovere questo rilancio, tenendo nella giusta considerazione le caratteristiche della nostra città. Nei mesi scorsi ad esempio sono stati proposti paragoni quantomeno impropri, accampando presunte analogie tra Cremona e città diversissime, come Bilbao, Valencia o addirittura Parigi, allo scopo di promuovere un intervento che avrebbe fortemente inciso sulla fisionomia del Palazzo dell’Arte senza risolvere il problema del rapporto tra edificio e contesto. Credo invece che per ragionare sul futuro di Cremona non possiamo prescindere dalla nostra identità locale, facendone un valore anziché una “tara” da cui liberarci. Da decenni Cremona soffre di un malcelato complesso di inferiorità (l’essere “provincia” ai margini di pur prossimi contesti metropolitani), che da un lato spinge ad inseguire strategie di sviluppo non sempre ben ragionate o appropriate alla natura della città, e che dall’altro porta ad ignorare le specificità locali che potrebbero invece diventare i nostri punti di forza. Cremona è una città piccola, a misura d’uomo, con un centro storico prezioso, una periferia equilibrata, un territorio per lo più ancora integro, ed un paesaggio tra i meglio conservati della Bassa padana. Dovremmo quindi chiederci se il rilancio della città necessiti di “grandi opere” più o meno spettacolari o se invece non debba implicare piuttosto una attività di manutenzione e ricucitura dell’esistente, nella direzione appunto da lei indicata con la sua intelligente proposta per il recupero del Palazzo dell’Arte, di cui si apprezza in particolare l’attenzione al contesto, che nel caso specifico è una piazza urbana da recuperare lavorando sui temi del verde e della riqualificazione ambientale. Questo naturalmente non significa che l’innovazione debba essere esclusa a priori, ma che è necessario ragionare attentamente sul delicato rapporto tra architettura e contesto, specie quando si interviene in ambiti sensibili come i nostri centri storici. Il tema è sicuramente complesso e non ammette risposte standardizzate, ma richiede piuttosto un’attività di ricerca e soluzioni ad hoc caso per caso. Questa sperimentazione può essere favorita, ad esempio, incentivando i concorsi di idee, a patto però che le giurie siano opportunamente qualificate e che i programmi a base di gara siano attentamente ragionati. Il problema del resto viene da lontano, ed anche nel recente passato alcuni concorsi sono stati impostati in modo non sempre chiaro a livello di strategie e di obiettivi. Intervenire nel nostro territorio ponendo il contesto al centro del percorso progettuale non è impossibile. Anche in Italia, pur se con un certo ritardo rispetto ad altri paesi europei, ci si sta muovendo in tale direzione, almeno laddove per ragioni economiche e culturali è maturata una sensibilità su questi temi. Penso ad esempio alla Toscana, regione dove opero spesso a livello professionale, che ormai da anni fa del paesaggio uno dei capisaldi della propria strategia di marketing. Riflettere su questi temi, cogliendo lo spunto offertoci dalla sua iniziativa, con l’obiettivo di identificare le risposte più capaci di valorizzare l’identità di Cremona, è probabilmente il miglior modo per trovare una “via locale” e quindi davvero efficace per lo sviluppo della nostra città. Maurizio Ori Nella foto i soffitti a onda accuratamente studiati da Cocchia per rifrangere la luce dei finestroni appositamente tenuti alti e riversare sulle opere d'arte appese alle pareti una illuminazione naturale. E' obbligatorio che questa importante soluzione tipicamente razionalistica e dunque elemento di grande significato dell'invenzione di Cocchia non sia sacrificato nel progetto di Palu (foto Ernesto Fazioli - 1941) Una vera sollevazione, gli importanti giudizi critici sul valore dell'opera Insomma, cari cremonesi, non c'è solo Wiligelmo in città Napoli 1987: un gruppo di affermati architetti (fra essi anche nomi noti al grande pubblico come Renato de Fusco, Ignazio Gardella, Vittorio Gregotti, Giorgio Morpurgo, Aldo Rossi, Marco Zanuso), decide di rendere omaggio al comune amico e maestro Carlo Cocchia. Il risultato è la mostra che si tiene al Museo della Villa Pignateli Cortes ed il relativo catalogo, per la copertina del quale i curatori scelgono una bella immagine del Palazzo dell'Arte di Cremona, che assurge così a paradigma dell'intera opera dell'architetto.
Secondo Giorgio Muratore. ordinario di storia dell'Architettura dell'Università di Roma, il Palazzo dell'Arte rappresenta "in maniera esemplare non i termini di una scelta stilistica univoca e riduttiva, ma la capacità di affrontare tematiche assai ardue con la ricchezza di un'esperienza culturalmente consumata e assai matura" Mostra del razionalismo alla sede della Bauhaus, sotto cinque grandi pannelli che rappresentano l'insieme e dettagli di palazzo dell'Arte è detto in didascalia ricordando quanto scrive Gabriella Caterina curatrice della prima mostra su Carlo Cocchia: "La sua architettura propone, con felici intuizioni precorritrici, molti dei temi che La cultura architettonica porterà avanti solo in tempi successivi. In particolare egli appartiene a quel gruppo di architetti che negli anni Trenta ha importato in Italia la linea del Razionalismo. Ignazio Gardella, che gli attribuisce "un segno compositivo senza sbavature, basato sull'asciuttezza dell'invenzione", riconosce "in uno dei suoi primi lavori, il Palazzo dell'Arte di Cremona, una ricerca formale che anticipa quella dell'architettura post-razionalista di questi ultimi anni" . "Però il fatto che le maggiori occasioni per affermare il Razionalismo, nel dibattito teorico e formale che lo contrapponeva alla cultura accademica ormai divenuta sterile nelle sue espressioni eclettiche, fossero offerte dal governo fascista in grandi opere che dovevano costituire l'immagine del regime, ha inficiato per lunghi anni una loro obbiettiva valutazione critica e, a volte, ha addirittura portato all'abbandono e al degrado degli edifici stessi. A documentare il periodo prebellico dell'attività di Cocchia non resta dunque che il Palazzo dell'Arte di Cremona, passato anch'esso attraverso le note vicende di abbandono, ed oggi sottoposto ad un nuovo assalto distruttivo con la sciagurata ipotesi di intervenire sulla purezza delle sue linee compositive alterando con un progetto inconsulto di un Museo del Calcio, l'accurato studio delle incidenze di luci ed ombra, l'equilibrio dei rimandi storici delle sottofinestre, lo stretto legame attraverso l'uso del mattone accuratamente concepito persino nella sua intonazione coloristica come un omaggio alla millenaria storia della città". Di esso scrive ancora Giorgio Muratore: "Dovuto alla volontà campanilistico - celebrativa di un gerarca del calibro di Farinacci, di fatto travolto dalle vicende prossime della guerra che ne ha fin qui paradossalmente impedita una adeguata pubblicizzazione, questo edificio, sintomatico, singolarissimo e a tutt'oggi pressoché sconosciuto, resta quale uno dei punti di arrivo della cultura architettonica italiana dei primi anni quaranta. Debitore alla lontana di quell'altro fondamentale Palazzo dellArte che Giovanni Muzio aveva ideato per la Triennale milanese, questo edificio rappresenta, nella sua calcolata scelta cromatica e materica dovuta ad un uso particolare, sofisticatissimo e assai convincente del laterizio, nella definizione dei suoi volumi e dei suoi spazi e nell'articolazione delle sue strutture e del suo apparato decorativo, uno dei momenti di maggiore consapevolezza dell'architettura di quegli anni: un vero e proprio "monumento" dell'architettura italiana contemporanea. Vi si ritrovano, ancora una volta, tutti quegli elementi già presenti nei lavori cui abbiamo accennato fin qui, con in più una forza espressiva ed una serie di valenze legate al sito che consentono all'edificio di dialogare senza inibizioni con la città circostante, con la sua cultura, con la sua storia. Edificio "moderno" a tutti gli effetti, vuoi per impianto che per struttura o per linguaggio, non disdegna però di raccogliere motivi e pretesti, di "ascoltare" suggerimenti, suggestioni e occasioni di dialogo dal contesto nel quale vive, innestandosi nella città senza arroganza, ma anche senza falsa umiltà, con la personalità marcata ed autonoma di un "volto" di volta in volta capace di dialogare con il suo intorno con gli strumenti del decoro, della dignità edilizia, con la maliziosa intelligenza di un apparato decorativo e sintattico polimorfo e proprio per questo capace di riannodare i termini docili di un rapporto dialettico e vitale con il mondo costruito che lo circonda". (Alcune valutazioni della grande evidenza data a Palazzo dell'Arte con la lunga didascalia di cui sopra sono tratte da "Carlo Cocchia, Cinquant'anni di architettura 1937-1987, SEGEP editrice, Genova, 1987)
Difendetelo: l'ex presidente dell'Amministrazione Provinciale Vittorio Foderaro su Palazzo dell'Arte
L'insieme di Palazzo d'Arte nel disegno di Carlo Cocchia e nella foto di Antonio Leoni e, sotto, disegni delle vasche e salone delle sculture Simbolo e misura della cultura cremonese attuale e del suo riscatto- “... un vero e proprio monumento dell’architettura italiana contemporanea ” - Forse non tutti i cremonesi sanno di possedere un gioiello dell’architettura moderna - Da qualche tempo la sua posizione risveglia appetiti e golosità consumistiche, di natura commerciale e propagandistica: si ripropongono periodicamente intenti speculativi sollecitati da privati, furbescamente mescolati a dichiarati interessi pubblici, assecondati purtroppo da inesperti malaccorti amministratori d’ogni estrazione politica - Alla stampa di regime, destra o sinistra sempre di regime si tratta, si contrappone l’opinione di uomini di cultura e di gente che ha a cuore l’immagine della città: si chiede di restaurare il monumento così com’è, recuperandolo alle sue funzioni originarieUna delle ultime illusioni del fascismo e della sua propaganda ideologica, direi anche del suo velleitario espansionismo culturale, si esprime compiutamente nell’iniziativa di voler costruire Palazzo dell’arte di Cremona. Si può dire che anche con quest’opera si realizza un significativo tassello verso la conclusione in Italia, di un trentennale ciclo di dibattito sull’architettura, di ricerca, dal futurismo al razionalismo più o meno piegato al monumentalismo di regime. Se ne apre faticosamente, dopo le sofferenze della guerra e della caduta del Regime, della Resistenza e dell’occupazione, un altro. Non a caso, nel quadro delle importanti realizzazioni urbanistiche e architettoniche del Ventennio, il Palazzo dell’Arte resterà unica, irripetibile e mai più ripresa o ricordata dal suo stesso autore nelle opere successive.
In questa ottica, ci piace ripetere quanto pubblicato nel Catalogo della mostra celebrativa di Carlo Cocchia, architetto e professore di composizione architettonica, autore del Palazzo dell’arte: “ Questo edificio, sintomatico, singolarissimo, e a tutt’oggi pressocchè sconosciuto, resta quale uno dei punti di arrivo della cultura architettonica italiana dei primi Anni quaranta” ( Giorgio Muratore ), (già riportato in precedente articolo di Luca Ferrarini ). Forse non tutti i cremonesi sanno di possedere un gioiello dell’architettura moderna: pochi se ne sono accorti dei molti che via via hanno frequentato le scuole ivi collocate, la stazione dei pullman, il mercato di piazza Marconi, il parcheggio antistante, le sale dei ritrovi studenteschi, le sporadiche mostre d’arte che ha ospitato. Poco osservato, e anche poco amato, ( addirittura da demolire per qualche personaggio in cui prevaleva il pregiudizio ideologico ), assoggettato ad utilizzazioni residuali e spesso improprie, non finito e mai sottoposto alle necessarie opere di manutenzione, oggi si presenta come un sopravvissuto in una realtà divergente. Invito i volonterosi ed appassionati a vedere la realtà di oggi e a giudicare.
In tanta incomprensione, pare miracolosa la sua stessa permanenza, quando nel frattempo sono stati sbrigativamente cancellati dalla topografia cittadina, monumenti ed ambienti cremonesi di pari o superiore importanza urbanistica ed architettonica. Da qualche tempo la sua posizione risveglia appetiti e golosità consumistiche, di natura commerciale e propagandistica: si ripropongono periodicamente intenti speculativi sollecitati da privati, furbescamente mescolati a dichiarati interessi pubblici, assecondati purtroppo da inesperti malaccorti amministratori d’ogni tipo di estrazione politica ( pecunia non olet ). Alla stampa di regime, destra o sinistra sempre di regime si tratta, si contrappone l’opinione di uomini di cultura e di gente che ha a cuore l’immagine della città: si chiede di restaurare il monumento così com’è, recuperandolo alle sue funzioni originarie. Si chiede di restituire all’intero complesso di Palazzo dell’Arte con piazza Marconi, con piazza S. Angelo, con il centro di S. Vitale, con tutto il comparto circostante, il significato urbanistico omogeneo di centro di vita culturale, riferito, se si vuole, all’arte liutaria, ma anche all’arte del Novecento cremonese, tanto importante quanto dimenticata e rimossa.
Purtroppo il tema di una riprogettazione globale dell’intorno di Palazzo dell’Arte deve considerare la presenza del malaugurato scavo dell’intera piazza per la costruzione di un improvvido parcheggio sotterraneo: alle iniziative scoordinate e frantumanti fin qui portate avanti, la nuova Amministrazione deve dimostrare di saper contrapporre meditate e difficili sintesi di visione del futuro della città, con i tempi di ricerca, di approfondimenti e di elaborazione necessari, che non consentono di utilizzare impropriamente progetti già elaborati con altri fini, e non sono quelli della scadenza dei finanziamenti delle Fondazioni bancarie. Credo che tutti i cremonesi abbiano diritto di conoscere e valutare un disegno organico in cui il rispetto dei valori della bellezza, della storia e dell’ambiente urbano a 100 metri dalla piazza del Duomo, con la imprescindibile vivibilità, sia il fondamentale criterio ( a proposito gli scarichi concentrati degli autoveicoli non avvantaggiano certo ).
Forse non tutti i cremonesi sanno che il Palazzo dell’Arte fu voluto da Farinacci per imporre una sua visione estetica globale nel mondo delle arti figurative, per farne cioè, pur non dichiarandolo, la sede prestigiosa del Premio Cremona, che nelle prime tre edizioni trovò spazio in Palazzo Affaitati. Gli eventi bellici impedirono di realizzare quel progetto politico, ma non impedirono di costruire gran parte della sede prevista. Palazzo dell’Arte, quasi ultimato nel dopoguerra, fa parte del nostro patrimonio comunale. Oggi dopo 70 anni le opere di quel Premio e di quel periodo sono entrate nella storia dell’arte e nei musei d’arte moderna. La volontà di allora di dare alla città una architettura d’avanguardia, destinata all’arte cremonese e non, liutaria e figurativa, con un centro espositivo costruito in perfetta coerenza formale con le opere dell’epoca passate alla storia, e la disponibilità di gran numero di opere d’arte di quel periodo presso i depositi dei nostri musei cittadini, e di capolavori della liuteria cremonese, rendono possibile la realizzazione di una meravigliosa galleria dell’arte moderna del Novecento a Cremona: così si chiuderebbe il cerchio della storia di 70 anni di palazzo dell’arte, restituendo il ruolo suo proprio pensato dal grande Cocchia, dotando anche Cremona di quel museo che, a differenza di altre città a noi vicine, ancora le manca. Questa è l’iniziativa di politica culturale più prestigiosa che ci aspettiamo dalla nuova Amministrazione Comunale: restituire a Palazzo dell’Arte la sua funzione originaria per la quale è stato pensato, coi suoi marmi, i tessuti di cotto, le grandi sale espositive, le loro luci ed ombre, il “ Salone delle sculture e delle adunate”, con le lesene in cotto e capitelli in marmo, il peristilio di prospetto, le piazzette all’aperto, i suoi serramenti ed arredi fissi, come si addice ad una Galleria d’Arte Moderna Cremonese che la storia, o meglio, il nostro patrimonio di cremonesi, ci serve su un piatto d’argento. Vittorio Foderaro, dilettante cremonese -------- Le immagini: si confronti il rigore e la qualità di questi progetti originali con le idee di altre proposte d'attualità negli scorsi giorni e che si volevano imporre all'opera di Carlo Cocchia. Anche un incompetente potrebbe inorridire. Ma non spaventavano i nostri amministratori di ieri (per questo tace la sinistra che con Bodini propose insieme al centro destra il museo del calcio ) e di oggi.(a.l.)Italia Nostra : un'opera di architettura di interesse europeo
 |  | Cremona è un museo diffuso del violino e deve rafforzarsi in questa identità: si insegue invece una concezione museologica obsoletaE per l'orrenda sovrastruttura non ci sono neppure garanzie di stabilitàPremesso che è riduttivo pensare ad un museo "unico contenitore" in quanto la Città, con le botteghe dei liutai e con le testimonianze storiche (si pensi alla casa di Stradivari), è essa stessa museo del violino, la concezione di un solo luogo che raccolga ogni testimonianza risentirebbe di una concezione museologica ormai obsoleta che ha avuto un tempo significato, ma che ora fallirebbe il suo compito in quanto decontestualizzerebbe quanto si vuol metter in mostra. L'aura è condizione stessa della fruibilità e della leggibilità.Si tratta allora, al fine di rendere le testimonianze della liuteria oggetto (oggetto non solo di fruizione e di lettura per i visitatori occasionali, ma di studio per gli studenti della Scuola Internazionale di Liuteria A. Stradivari, di Musicologia e degli studiosi) di realizzare un progetto che tenga conto della complessità delle funzioni d'uso. La stessa Cremona che è "museo diffuso" del violino va pensata in quest'ottica progettuale al fine di contemperare le differenti esigenze e di darle anche visibilmente quell'identità che da tempo si auspica: Città della Musica (....) Cremona deve divenire il crocevia di ogni realtà della liuteria. Inoltre, quanto non è ancora oggetto di studio deve trovare qui la sua sede o il luogo ottimale per realizzare quel doveroso confronto fra studiosi che è la base di ogni seria ricerca.In questo senso il "museo diffuso" sarà referente per gli studi dei ricercatori degli studenti che frequentano la Scuola di Liuteria. Non va ignorato infatti che si tratta di una popolazione scolastica che proviene da tutte le parti del mondo e che qui cerca l'optimum della liuteria.Al contempo, la Città ne avrà una ricaduta, non solo in prestigio, ma anche economicamente. Saranno in questo secondo caso le strategie messe in essere dagli Amministratori a potenziare questo aspetto.
Il progetto recentemente approvato dalla Giunta Comunale si propone di adattare il Palazzo dell'Arte a Museo del Violino e dei prodotti tipici cremonesi.Il progetto, dovuto a due professionisti locali, è la riedizione di quel progetto di Museo del Calcio che aveva a suo tempo fatto scalpore e che, pur approvato con entusiasmo dalla Giunta dell'epoca, non era mai giunto né ad essere finanziato, né ad essere approvato dalla competente Sopraintendenza di Brescia, producendo come effetto indotto l'abbandono frettoloso del Palazzo dalle funzioni che ancora vi erano ospitate e la conseguente accelerazione del degrado, tipica malattia delle costruzioni inutilizzate.Come il precedente, anche il nuovo progetto si caratterizza per la brutalità con la quale il contenitore storico viene attraversato, integrato, e sopraelevato con strutture metalliche dichiaratamente pensate in contrasto con l'edificio ed il contesto.Elemento fondamentale del progetto è il grande sopralzo che si intenderebbe operare sulla parte centrale dell'edificio. Una struttura in vetro e titanio conformata a colossale onda si innalzerebbe arditamente sulla prospettiva del centro monumentale cittadino. Nel progetto originale avrebbe dovuto ospitare un ristorante panoramico, nel nuovo progetto dovrebbe ospitare un auditorium.Del tutto non affrontate risultano le soluzioni strutturali (di necessità antisismiche) alle quali tale colossale superfetazione dovrebbe appoggiarsi per potersi elevare oltre il livello medio dei tetti del centro storico cittadino. |
Palazzo dell’arte è espressione, per altro come lo è ogni edificio, del modo d’intendere l’architettura.. L’architetto Carlo Cocchia, nel progettarlo declina razionalismo con gigantismo, simbolismo locale con attenzione all’uso del cotto. Basterebbe questa semplice nota per chiedere la sua salvaguardia ed evitare che un intervento, inteso a snaturarlo, ne modifichi la leggibilità. A ciò si aggiunga che il Palazzo partecipa all’identità ambientale e culturale del centro storico di Cremona. La salvaguardia dei centri storici, come testimonianza della vita cittadina è tema che è oggetto puntuale di studio da più di mezzo secolo. La conservazione e la tutela non riguardano solo il singolo manufatto, ma l’ambiente. Come non è pensabile piazza del Duomo senza piazza Piccola, non è neppure pensabile l’intero centro storico della nostra Città senza piazza Marconi di cui il Palazzo dell’Arte è l’edificio più rimarchevole. E’ doverosa una chiarificazione a glossa di quanto detto. A partire dal XIX secolo s’impone la coscienza “storicista” che afferma l’unicità di ogni periodo storico, il valore testimoniale di ciascun documento ed il riconoscimento che l’architettura costituisce memoria inalienabile per l’identità di una città, pena la sua “amnesia culturale”. Il Palazzo, mentre testimonia la “volontà d’arte” propria del momento in cui è stato edificato (kunstwollen), fa memoria della tante attività culturali di cui è stato contenitore sino ad arrivare alla funzione di edificio scolastico. Ciò comporta che l’unico intervento corretto debba individuarsi in un restauro conservativo. Il Palazzo chiede di non essere consegnato a dei progettisti, ma a dei restauratori. Questi ultimi partono da una conoscenza puntuale del manufatto e non lo ritengono una mera occasione per dar sfogo alla propria creatività. Questa, per altro, realizza sull’edificato delle superfetazioni che lo rendono illeggibile falsandone il valore documentale. I progettisti lascino il loro “segno forte” sui lotti non ancora edificati, sugli edifici s’intervenga con un restauro “timido” che non cancella il passato. A corollario di quanto sostenuto vi è da una parte il riconoscimento che ogni testimonianza, a qualsiasi epoca appartenga, va salvaguardata. Essa documenta l’unicità di ogni momento della storia in quanto questo è determinato dalla personalità di ciascun soggetto umano che ne è stato partecipe. Dall’altra, vi è la convinzione che l’architettura sia un documento storico privilegiato: l’uomo in essa testimonia il suo modo di “abitare la terra”. Palazzo dell’arte fa memoria di più di sessantacinque anni della storia di Cremona. Si deve inoltre precisare che il museo del violino non può essere una mera esposizione mediatica, ma deve essere principalmente un luogo di studio per chi s’interessa di liuteria. Un museo non ha solo finalità turistiche! Non può neppure sorgere dislocato rispetto alla Scuola Internazionale di Liuteria e neppure rispetto alla Facoltà di Musicologia. Pertanto, mentre andrebbe realizzato uno studio puntuale del museo (avendone chiari gli scopi e gli obiettivi), al contempo si dovrebbe ripensare alla sua collocazione. Sulla scorta di un rilievo storico del Palazzo, della consapevolezza del suo valore testimoniale e conseguentemente della necessità di un intervento di restauro (non di riprogettazione!), della funzione di un museo del violino (più correttamente di un museo della musica!), si ritiene che quanto attualmente proposto per Palazzo dell’Arte dall’attuale Amministrazione Comunale debba essere oggetto di una seria riflessione. Un ripensamento s’impone ove evitare risultati irreversibilmente nefasti. Le adesioni all’appello possono essere inviate: - per posta a Italia Nostra, casella postale 73, 26100 Cremona - per e-mail a cremona@italianostra.org PD: Progetti condivisi per il Museo in continuità col recupero degli ex MonasteriCon una mozione dei consiglieri: Bonali, Corada, Berneri e Ruggeri (primo firmatario Bonali) il PD affronta il problema Museo del Violino. A fronte di una proposta della Giunta Perri che prevede il riciclaggio di un progetto pensato per il museo del calcio, i firmatari, data la valenza strategica della proposta, ritengono che si debba innanzitutto definire un progetto serio, centrato sul violino e sulla liuteria, affidato ad un comitato scientifico qualificato che sappia valutare, in tempi rapidi, le sedi più idonee alla sua realizzazione.Chiedono che vengano definiti: costi, piano gestionale e finanziario e tempi del progetto per valutarne la reale fattibilità. Ritengono inoltre che il museo del violino debba necessariamente porsi in continuità con il progetto complessivo del recupero degli ex monasteri che non può essere abbandonato e su cui si chiede alla Giunta di esplicitare con chiarezza indirizzi ed impegni. I firmatari ritengono necessaria infine la consultazione del mondo liutario, dell’Università e di tutti i soggetti interessati. L'ex sindaco Corada interviene con una specifica proposta alternativa La soluzione per il Museo del Violino: Palazzo Soldi. Si potrebbe organizzare un percorso organizzato che investa Palazzo Dati e Palazzo Soldi, un formidabile complesso museale, di grande valore europeo che ulteriormente potrebbe arricchirsi con la destinazione alla cultura di Palazzo Stanga, pressoché di fronte: pensate che opportunità ha Cremona e può perdere insieme all'altro obiettivo: la rivitalizzazione dei millenari monasteri. C'è da chiedersi se questa città sia impazzita
La sede per il Museo del Violino secondo Corada: Palazzo Soldi e la sua relazione con il Museo in Palazzo Ugolani Dati. Foto Antonio Leoni ©
L'ex sindaco Giancarlo Corada, fervido sostenitore del Parco dei monasteri anche come presidente della Provincia afferma: «Cominciamo con il sgombrare il campo da un equivoco: non è vero che se non si fosse presentata richiesta di finanziamento alla Fondazione Cariplo per il Museo del violino, si sarebbe persa un'occasione. Una richiesta di finanziamenti c'era già. Ed è quella per il recupero di santa Monica, nell'ambito del progetto di riqualificazione degli ex monasteri. Quel progetto è pronto, potrebbe partire subito. E un progetto esecutivo, come ha insistito che fosse la Fondazione, a cui si è lavorato per mesi». Traduzione: per il Parco dei Monasteri i soldi sono stati chiesti e potrebbero essere disponibili. Quando si afferma che la Giunta Perri è andata ad acchiappare due milioni e mezzo circa che sarebbero atati persi dalla città si inganna la gente. Il progetto del Museo del violino non è esecutivo, non è cantierabile. I soldi potrebbero al contrario non essere concessi.
Prosegue Corada: "L'importanza del progetto del Parco dei monasteri è confermata dal fatto che ci sono altri due soggetti che potrebbero tirarsi indietro: la Provincia e la Fondazione Stauffer. Insisto su questo punto perché la Fondazione Stauffer è stata portata a tale scelta, c'è stata discussione». Quanto alla Provincia, aggiunge Corada: "«È stata tagliata fuori dalla decisione sul Museo del violino. Ma allo stesso tempo non c'è nulla di rotto, nulla di sconvolgente. Non si perderebbe niente nel caso i finanziamenti della Fondazione Cariplo andassero, com'è giusto che sia, al Parco dei monasteri». Corada avanza per il Museo del violino una proposta precisa, differente dalla scelta di Palazzo dell'Arte: «Palazzo Soldi, in via Ugolani Dati, contiguo al Museo civico. II suo recupero costerebbe un po' meno. Sarebbero inferiori anche i costi di gestione essendo, in questo caso, 'compatta' la gestione museale. Palazzo Soldi, di proprietà del Comune, è interamente libero». Questa scelta toglierebbe una delle maggiori remore che ostano alla collocazione di Palazzo dell'Arte per il Museo del Violino ovvero, con il distacco delle collezioni stradivariane, la perdita di interesse del turismo e degli appassionati per la Pinacoteca. Si potrebbe infatti organizzare un percorso perfetto che investa palazzo Ugolani Dati e Palazzo Soldi, con un altro contenitore destinato alla cultura e proposto dalla Provincia per il Museo del Violino, Palazzo Stanga, pressochè di fronte a Palazzo Soldi, un formidabile complesso museale di impatto europeo per dimensioni, varietà di proposte e qualità delle collezioni. Un piccolo Louvre cremonese, posto che Stradivari è il nostro Michelangelo. Corada non si sottrae nemmeno al problema Palazzo dell'Arte: «Palazzo dell'Arte è collegato a piazza Marconi, l'abbiamo detto tante volte. Bene, una parte di Palazzo dell'Arte potrebbe ospitare la ricostruzione virtuale della villa imperiale che era sotto piazza Marconi. E destinare un'altra parte all'esposizione dei reperti archeologici affiorati durante gli scavi. Sarebbe altrettanto un punto di richiamo europeo. Infine, un terzo settore di Palazzo dell'Arte, oltre a bar e ristorante (è ovunque così, sarebbe così anche nel collegamento palazzo Soldi - Ugolani Dati - ndr), potrebbe ospitare mostre d'arte contemporanea». Secondo l'idea di Cocchia e senza sconvolgere scansioni di luci e ombre el gioco dei mattoni, le loro rappresentazioni legate alla storia della città (come i drappi virtuali, in mattoni, alle finestre) , i piani, i soffitti a onda e quant'altro fa la preziosa peculiarità del palazzo ovvero la qualità della invenzione di Cocchia che hanno fatto definire in Europa (recente mostra a WVeimar, sede nientemeno che della Bauhaus di Gropius) palazzo dell'Arte un esempio della cultura razionalista novecentesca. Si ricordi in proposito anche l'intervento scandalizzato di alcuni guru della architettura europea. La scelta è dunque tra la Cultura e gli Attila cremonesi. Nel testo: il progetto dell'Auditorium alla Cavallerizza, una evidenza nel parco dei Monasteri condannata dalla operazione Palazzo dell'Arte, secondo le dichiarazioni del v/sindaco Malvezzi. .Eppure i suoi 600 posti è il numero ideale secondo il noto concertista Krylov che ha giudicato inadeguati gli spazi previsti dai due auditorium in Palazzo dell'Arte. |

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