Immagini e fatti

Un vera bomba: sul traguardo finale del Museo del Violino coraggiose dimissioni in dignità della Presidente del Comitato Scientifico Anna Lucia Marabotti Politi, "insanabile il dissenso sulle modalità della operazione" | Era la garante della qualità dell'operazione e come tale riconosciuta da tutto il mondo accademico, e non solo - Ma i guai non finiscono qui: ci sarebbero grandi differenze di opinione tra lo sponsor dell'operazione Giovanni Arvedi e le idee dell'architetto Giorgio Palu, specialmente sull'ulteriore intervento, il corridoio in cristallo, altro affronto, secondo molti, alla idea razionalistica del grande architetto napoletano Carlo Cocchia |
La notizia è davvero clamorosa, una vera bomba nel mondo liutario, culturale e politico cremonese. Sulla dirittura di arrivo del Museo del Violino con la completa ristrutturazione di Palazzo dell'Arte voluta da Giovanni Arvedi, ecco il fatto che Il Vascello può dare con certezza: dimissioni nientemeno che della Presidente del Comitato scientifico, Anna Lucia Politi Maramotti (nella foto di Antonio Leoni ©) la vera garante della discussa operazione, riconosciuta come tale dal mondo scientifico, da quello liutario ed anche da quello politico dopo la sua convincente relazione alla commissione cultura del Comune di Cremona. Le dimissioni probabilmente risalgono a più di un mese fa, ma finora sono state tenute accuratamente nascoste. Oltre però non si poteva andare. Ed Anna Politi Marabotti, riservandosi di motivare la sua decisione nei dettagli, ha confermato di non poter più reggere il timone della operazione. Per rispetto delle proprie competenze e della responsabilità in ordine all'adeguato esito culturale e scientifico che ha preteso di perseguire nell'accettare l'incarico. Non è la prima volta che ci sono state anche vivaci difformità di opinione tra Marabotti ed Arvedi, come il Vascello ha riferito dettagliatamente a suo tempo. Ma stavolta il vallo sarebbe proprio insuperabile.
Si tratta di insanabili dissensi su svariate modalità e sui fini del museo del Violino, sul raccordo con le altre presenze in città, sulla salvaguardia della identità liutario del Museo, sul rapporto tra museo e presenze della liuteria in città e altrove. Era un progetto a vastissimo raggio, probabilmente cancellato. Molti guarderanno al futuro con grande preoccupazione, perché sono evidentemente in discussione interventi non condivisi dello spesso sponsor dell'impresa, l'industriale siderurgico Giovanni Arvedi. Oltre tutto, Arvedi avrebbe anche un'altra gatta da pelare. Sarebbe in disaccordo su altri interventi dell'architetto Giorgio Palu , titolare dei lavori con il socio Michele Bianchi, come il famoso corridoio in cristallo che fin dalla proposta progettuale ha suscitato riserve pesantissime negli estimatori dell'ingegno del grande autore razionalista del palazzo, l'architetto napoletano Carlo Cocchia. Tutto in alto mare, dunque, e buio nonostante le luci scitillanti del Natale poste sul palazzo in questo periodo. Quandoc il museo secondo l'annuncio dato ilnel marzo dello socrso anno il Museo del Violino doveva essere inaugurato. Adesso si parla di rinvio al 22 settembre. In occasione cioè di Mondomusica e delle altre manifestazioni della Fondazione del concorso Triennale. La decisione di Anna Lucia Maramotti decapita il comitato scientifico, ne ha svuotato il senso (era, quello ridotto, limitato a cinque componenti) ed oltre agli effetti sulla identità del museo del Violino, ha enormi ridondanze all'estero: con riflessi pesantissimi sull'intero sistema museale cremonese. Si pensi al trasferimento del museo di Storia Naturale in Palazzo Affaiti con la chiusura della sede di viale Trento Trieste (ora messa dal Comune sul mercato degli affitti). Quest'operazione, come abbiamo raccontato da tempo e ripetiamo anche in altra pagina, è stata resa necessaria per difendere il Museo Ala Ponzone dalla concorrenza del Museo del Violino.
Con la traduzione in Palazzo Dell'Arte della sezione stradivariana, Palazzo Affaitati perderebbe altrimenti 15 mila visitatori all'anno e , di conseguenza, la qualifica regionale e l'appropriato contributo. Per dire il peso di Anna Lucia Politi Marabotti va ricordato il curriculum che l'ha posta al vertice del comitato scientifico: - Laureata in Pedagogia (Università Cattolica Sacro Cuore di Milano), Specializzazione in Filosofia Neoscolastica ( Università Cattolica Sacro Cuore di Milano), laureata in Architettura (Politecnico di Milano)
- Ha insegnato come docente di ruolo in lettere presso l'I.P.I.A.L.L. di Cemona
- Insegna Teorie e storia del restauro, come docente a contratto, presso l'Università di Ferrara - Facoltà d'Architettura, Politecnico di Milano Campus Leonardo - Facoltà d'Architettura sede di Mantova, Accademia S. Giulia di Brescia, Accademia Cignaroli di Verona.
- E' inoltre Presidente dell'Associazione liutaria Italiana. Nell'operazione rappresenta dunque le competenze dei maggiori maestri liutai italiani.
Occorre dire di più per capire che si tratta di un clamoroso gesto, ammirevole ed istruttivo, di grande coraggio e dignità, nel panorama cremonese spesso fin troppo accondiscendente e disposto a compromessi? Nelle foto: Anna Lucia Politi Maramotti, nella seconda foto i soffitti a onda nella interpretazione di Arvedi / Palu. L'onda ha senso se dalle due parti proviene la luce naturale dei finestroni che il soffitto a onda armonizza e rifrange contro le pareti. Per questa ragione fu studiato da Cocchia nelle Gallerie. Cosa rifrangono nella riedizione in corso i finestroni interni sulla sinistra, tutta vani e porte, niente grande parete espositiva? Nulla. O peggio: luci miste eartificiali. La foto ci è stata fornita da un vitatore ammesso alla struttura. Il Vascello è stato sin qui censurato e dunque non è stato invitato alle visite: le critiche non sono ammesse.
I dissensi riguardano le relazioni con la città, non si sa più nulla dell'arrivo da Bolzano di un musicista, incertezza sulle sue funzioni (direttore dell'auditorium?), non ancora definita la collaborazione con Angela Cauzzi ed il Ponchielli - Nuove incertezze sul progetto Palu, il quadro generale strategico portato davanti alla commissione cultura del Comune non va avanti, continue interferenze - Opposizioni irrequiete: non c'è chiarezza sulla gestione
L'allestimento dell'auditorium di Palazzo dell'Arte, immagine realizzata da un invitato a una delle numerose visite organizzate a gruppi dallo sponsor di Palazzo dell'arte Giovanni Arvedi assieme agli architetti Palu e Bianchi. Sotto il diretto concorrente di Palazzo dell'Arte, il logo del museo Chimei a Taiwan dove, in aggiunta agli strumenti esposti, è già attivo un avanzatissimo sistema multimediale per la visione e la conoscenza in 3 D dei maggiori capolavori liutari del mondo e dove si ammira una bellissima sezione dedicata anche a Cremona. E' in quest'ottica internazionale che deve confrontarsi il governo culturale di Cremona. Purtroppo non va così e il sodalizio tra Giovanni Arvedi e la presidente el Comitato Scientifico Lucia Marabotti non ha retto. Il comitato scientifico è senza testa e non mancano anche contrasti intorno ai progetti dell'architetto Giorgio Palu.
I muri sono terminati, si procede alla rifinitura finali per le quali il padrone e finanziatore della intera operazione Giovanni Arvedi ha spesso provveduto con la sue forze specializzate. La mano degli architetti Palù e Bianchi ha ritenuto di avere l'autorità per poter modificare all'interno diverse espressioni del grande lavoro razionalistico prodotto dall'architetto Carlo Cocchi. Su tutto questo, si sicuro non si sono spenti i fuochi delle polemiche non solo a Cremona, più all'estero che in Italia. Anche i grandi piani di cristallo che sovrastano i cortili della domus romana immaginata dall'architetto napoletano suscitano non poco sconcerto nei rigorosi difensori del capolavoro razionalistico che molti considerano pressoché cancellato. Per fortuna i cristalli saranno rimovibili, anche se è convinzione diffusa che ormai piazzati resteranno dove sono... e per sempre. Sul nuovo assetto murario, Palu e Arvedi forse speravano di poter avere l'approvazione del figlio di Cocchia, ma l'anziano signore avrebbe gentilmente declinato l'invito. Le contestazioni sugli interventi compiuti nel Palazzo sono ovviamente giunte anche a Napoli e nell'università partenopea. Adesso siamo al passo più importante. Si debbono decidere i contenuti ed i relativi spazi del museo, le relazione tra Palazzo dell'Arte e le realtà liutarie esterne, tra i percorsi del palazzo e quelli della città. Ebbene, il clima è rovente, una rottura ben maggiore di quella che di fatto ha ha suo tempo impedito l'uscita nel Natale 2012 del volume della storia di Cremona dedicato al Novecento. La cultura, la giunta di nuovo e ben di più nell'occhio del ciclone. Il comitato scientifico non ha più testa e comando. Ci sarebbe stata insoddisfazione per molte soluzioni prospettate, per gli spazi da utilizzare, per l'immagine finale del museo che secondo la presidente del comitato scientifico doveva avere una funzione essenziale, trasformarsi appunto, in un museo promotore della realtà liutaria cremonese, promuovendo non solo la visita dei violini storici e delle collezioni trasferite in palazzo (con una opportuna selezione degli strumenti e la ricollocazione di alcuni elementi) , sollecitando il collegamento diretto con la intera città, di modo che il visitatore comune, l'uomo della strada, possa goderne alla stessa stregua dello specialista; e tutti, all'uscita dal museo strutturato , siano incentivati dallo stesso Palazzo dell'Arte a visitare gli altri siti storici cremonesi, in primo luogo Palazzo Affaitati per constatare, attraverso richiami artistici e monumentali come la città fervente tra quattro e cinquecento abbia creato i presupposti per l'affermazione dello strumento formalizzato da Andrea Amati. Museo e Cremona protagonisti insieme. Su questi temi si già scontrate posizioni contrapposte, egoismi corporativi, piccole ambizioni. La posizione della scuola è conflittuale se rivendica un primato dei liutai dell'IPIALL rispetto agli altri liutai della città. Non va dimenticato che Anna Maramotti è anche presidente dell'ALI, la prestigiosa Associazione liutaria Italiana che proprio in questi giorni celebra la sua assemblea a Cremona. Si è poi avuta un'altra vicenda al limite delgrotesco della quale non si conosce l'attualità. L'apparizione di un personaggio..
Parliamo dello studioso di pianoforte e realizzatore di alcune iniziative in Alto Adige, Peter Paul Kainrath. Arvedi sarebbe rimasto impressionato da questo personaggio che si è affermato dapprima come pianista per poi dedicarsi al ruolo di direttore artistico del festival di musica contemporanea "Klangspu- ren" (Schwaz, Tirolo), del festival di cultura contemporanea "Trans- art" (Trentino-Alto Adige) e del "Concorso Pianistico Internazionale F.Busoni" (Bolzano). Ricopre inoltre il ruolo di docente al Conservatorio C. Monteverdi di Bolzano. Arvedi avrebbe visto in lui il possibile direttore dell'auditorium che sta sorgendo in Palazzo dell'Arte. Anche qui i ruoli sono da definire. E' evidente che l'auditorium non dovrà entrare in conflitto con la fondazione Ponchielli e con Angela Cauzzi, donna forte, non a caso simpaticamente chiamata la zarina., richiesta anche da altre istituzioni prestigiosissime e per ora ancora a Cremona. Non si può negare l'eventualità che il Ponchielli possa entrare in conflitto con Kainrath se i programmi non vengono opportunamente coordinati. Pare poi che Paul Kainrath non si limiti a guardare all'auditorium. Alcuni membri autorevolissimi del comitato scientifico si sentono svuotati delle proprie funzioni istituzionali. Kairath avrebbe compiuto anche a nome del futuro museo del violino cremonese, un viaggio di studio allo Storical Instrument Museum di Phoenix (si veda la foto di una concorrenza internazionale con Palazzo dell'Arte, la più pericolosa e decisamente completa è però a Taiwan, punto di forza sullo scenario più ambito dai liutai cremonesi, quello orientale) . Della cosa si sarebbe venuti a conoscenza a Cremona e molti non hanno evidentemente gradito la notizia. Kainrath ha esibito il suo ruolo a Cremona in nome di Arvedi? Ci sono già decisioni prese e non comunicate? Una situazione al limite del dissesto culturale che il Comune di Cremona non ha governato minimamente. I precedentiPalazzo dell'Arte in ripristino, le perplessità sull'operazione di Palu e Bianchi si susseguonoGiovanni Arvedi ancora mecenate: interviene con la moglie Luciana Buschini nel restauro dell'opera di Cocchia e di Piazza Marconi
Tutto è bene quel che finisce bene. Speriamo che davvero una vicenda cominciata malissimo e proseguita peggio abbia la svolta opposta e risolutiva al meglio. Anche se le ultime notizie vanno in direzione opposta. Tutto è ricominciato con tante speranze quando è entrato in campo Giovanni Arvedi, insieme alla signora Luciana Buschini . Avevamo preannunciato (con la fotografia che riprendiamo nella immagine grandiosa di Palazzo dell'Arte realizzata negli anni cinquanta da Antonio Leoni ©, quando il degrado non lo aveva ancora sopraffatto ) che Giovanni Arvedi e la moglie Luciana avevano buona ragioni per guardare a questo monumento con il rispetto che gli è dovuto. Il Vascello ha ricordato che la costruzione di Palazzo dell’Arte fu compiuta da un imprenditore edile, Mario Buschini, al quale dobbiamo molti interventi - alcuni assai discussi, come il grattacielo di Piazza Roma o l'operazione Piazza Vida . Quale omaggio migliore a suo padre può giungere dalla signora Luciana Buschini, assieme a Giovanni Arvedi, abbiamo scritto, se non con il restauro corretto di un’opera così importante? E' nel solco di una educazione filiale, di una memoria comunque significativa per la storia della città che si muoveva l'auspicio di tutti. Giovanni Arvedi ha messo le carte in tavola, riconoscendo accanto al desiderio di esprimere un ricordo sincero a Mario Buschini, anche la volontà di risolvere un problema culturale. Da qui la promessa di pieno rispetto delle soluzioni innovative in termini di spazio e gioco delle luci (niente corridoi sospesi ai soffitti a onda di Cocchia) delle quali i nostri lettori conoscono bene le coordinate ripetutamente esposte quando incombeva il "lumacone" di Palù e Bianchi per una precedente ipotesi, il museo del calcio, auspicato anche da un campione come Vialli e benedetto dal sindaco di allora, Paolo Bodini. Tutto crollò quando si capì che l'intervento dei privati godeva di scarsissimo per non dire nullo appoggio finanziario dal ministero. D'altronde anche la città parlava ormai di museo delle Mutande (da calcio). A fronte dei numerosi rilievi, con la benedizione di Arvedi, venne costituito un Comitato scientifico per la nuova destinazione, il Museo del Violino. Fu così composto: Gianluigi Colalucci, restauratore (parti esterne), Fabrizio Della Seta, musicologo, Mario Galli, ingegnere civile, Ivana Iotta, Direttore del Settore Cultura e Musei del Comune di Cremona, Marco Leona, Responsabile del Dipartimento di Ricerca Scientifica del Metropolitan Museum of Art di New York, Anna Lucia Maramotti Politi, Presidente dell’Associazione Liutaria Italiana, Renato Meucci, organologo, Andrea Mosconi, Conservatore del Museo Stradivariano e della Collezione “Gli Archi di Palazzo Comunale”, Mirelva Mondini, preside IPIALL, Marco Pagliarini, Direttore del Settore Lavori Pubblici del Comune di Cremona, Giorgio Palù, architetto progettista, Gabriele Rossi Rognoni, organologo, Yasushisa Toyota, ingegnere acustico (acustica Auditorium), Virginia Villa, Direttore della Fondazione Antonio Stradivari Cremona - La Triennale. Le funzioni di coordinamento del Comitato Scientifico furono affidate ad Anna Lucia Maramotti Politi. Ma ben presto il comitato andò in crisi, anche per qualche tentativo di prevaricazione. Il tutto fu superato con non poche difficoltà. Fu composto un comitato scientifico ristretto con Anna Lucia Maramotti Politi presidente, Renato Meucci e Gabriele Rossi Rognone. A Gianni Palu e Yashushisa Toyota la parte acustica e multimediale. Non si ebbero notizie (e mancano tuttora) delle eventuali funzioni attribuite da Arvedi all'ultimo personaggio entrato in campo piuttosto fragorosamente, il bolzanino maestro di pianoforte Peter Paul Kainrath.

La riproposizione dei soffitti a onda di Cocchia nella versione Arvedi/ Palu: del tutto fuori dal concetto razionalistico: poichè circondano un ambiente interno, mentre la riflettenza era studiata su Gallerie che avevano finestroni a destra e sinistra (come si può vedere più in basso in questa pagina nella foto di Fazioli), solo così i soffitti ad onda hanno una ragione. E con questo preciso obiettivo erano stati progettata da Cocchia: qui appaiono per rispondere soltanto alla polemica di chi lamentava la distruzione dei soffitti di Cocchia. Ma senza alcuna motivazione "razionale". Puro pretesto. ( Foto fornitaci da un amministratore che ha visitato Palazzo dell'Arte con Arvedi: il Vascello non è mai stato ammesso: evidentemente sono da censurare le critiche motivate e competenti dei nostri esperti). Ecco la prima riunione: Arvedi promette il museo attivo entro il 2011Presenti il sindaco Oreste Perri e il cavaliere Giovanni Arvedi, presidente della Fondazione Arvedi Buschini, si tenne nella Sala Giunta di Palazzo Comunale, anche una solenne seduta di insediamento del Comitato Scientifico poi disciolto. Vale la pena di ricordarla. Giovanni Arvedi comunicò che i lavori a Palazzo dell'Arte stavano procedendo celermente: entro il 2010 erano da terminare gli interventi di impiantistica e l'intero edificio doveva, sempre secondo Giovanni Arvedi essere restituito alla città del tutto riqualificato entro le Feste del 2011. Il presidente della Fondazione Arvedi Buschini aggiunse di avere voluto ridare vita, con questo dono alla città, al un palazzo che è sempre stato nel suo cuore, mantenendo quella che è l'anima interna dell'edificio, cioè la luce, e quella esterna, il cotto, vero omaggio alla tradizione architettonica di Cremona. . La parola passò quindi ad Anna Lucia Maramotti Politi con la seguente premessa: promuovere quel che c'è di buono nella cultura cremonese significa fare del bene alla città, per questo il lavoro che spetta al comitato sarà complesso ma allo stesso tempo stimolante, perché si dovrà cercare di fare coesistere la cultura nella sua espressione più alta con l'indispensabile necessità di suscitare l'interesse dei visitatori meno introdotti alla conoscenza dell'arte liutaria e, più in generale, della musica. La coordinatrice del comitato tracciò poi i temi oggetto di analisi e di confronto, così come peraltro prescritto dal Codice dei Beni Culturali. Innanzitutto l'organizzazione del museo: questo significa scelta delle collezioni e degli strumenti da esporre, metodologie e modalità espositive, individuazione degli ambienti accessori, fruibilità del museo (dall'uomo della strada allo studioso; iniziative proponibili che rendono necessario l'allestimento di locali particolari), contatti con le Sovrintendenze di competenza. Vi è poi la gestione del museo. E qui il problema non è mai stato davvero risolto. Siamo al punto che Arvedi avrebbe finanziato soltanto l'accompagnamento per il primo anno. Ma sul futuro dalla giunta Comunale non è mai uscita una vera ie rassicurante iniziativa nonostante le sollecitazioni nelle scarsisisme riunioni (con contestazioni anche all'assessore De Bona) della commissione cultura.
Ed ecco che le preoccupazioni iniziali prendono corpo alla presentazione dei progetti per il Museo del Violino ed allo svuotamento del prestigioso fabbricato con lo scempio dell'idea razionalistica di Carlo CocchiaPalazzo dell'Arte: la versione del Comitato ScientificoLa presidente Marabotti ha perso tutto l'entusiasmo della prima convocazione: "Ho avvertito la Sovrintendenza BSAE di Mantova: Giovanni Rodella ha risposto che non ne sapeva nulla e che prenderà a cuore la questione".(Antonio Leoni) -Non siamo qui a discutere se sarà piacevole o razionale il Museo del Violino presentato ufficialmente, tra molti salamelecchi, in Sala Puerari (ecco lo schieramento delle autorità e dei progettisti, il giapponese Yasushisa Toyota per la parte artistica e l'architetto Giorgio Palu per la trasformazione degli interni). Il parere di molti è però che siamo di fronte a un museo generico , sarebbe uguale un museo del prosciutto. Anche nella modalità di esposizione è ampiamente superato. Ha l'aria di un luna park omni comprensivo e soprattutto - come ha evidenziato un documento - col violino non c'entra niente, non ha la minima relazione. AL DI LA' DI QUESTE PREMESSE, c'è uno scandalo che ormai affiora.Lo scempio dell'opera di Carlo Cocchia, nella indifferenza totale, a quanto pare persino della Sovrintendenza. Un delitto architettonico maturato con una arroganza che sfiorà la impunità. Oggi Palazzo dell'Arte è uno scatolone svuotato che viene riempito da "altro". Cremona ha tenuto in piedi il Palazzo ma ha distrutto la sua maggiore evidenza architettonica moderna. Sotto l'insegna di restauro conservativo (termini che dovrebbero avere un preciso riscontro) viene in pratica annullato il valore razionalistico dell'illustre monumento che trova la sua ragione nello stretto rapporto tra architettura interna ed architettura esterna, non nel solo contenitore esterno (spudoratamente presentato addirittura come copertina dei progetti di Palu e Bianchi con una foto del nostro direttore Antonio Leoni, senza citazione dell'autore, senza cortesia - figuriamoci - e altrettanto illegalmente senza aver chiesto la obbligatoria autorizzazione, giacché la immagine è sotto copyright: qualcuno, Palu, la Fondazione Arvedi - Buschini vorranno rendere conto e comportarsi da gentiluomini? Pr ora, neppure il minimo cenno di riscontro: fanno finta di niente e via per la tangente, fa anche rima). Un lettore, come abbiamo prospettato nei giorni scorsi, ci ha inviato una foto, presentata nel giorni scorsi sul nostro quotidiano, di quello che oggi già si intravvede, l'ambiente che nel progetto del grande autore razionalistico napoletano, l'architetto carlo Cocchia, era il salone delle sculture destinato al premio Cremona. Quel salone, si veda il disegno di Cocchia in pagina, non c'è più, spazzato, cancellato per altre soluzioni architettoniche. Stesso destino a quanto si vede finora, sul ripristino del tutto fittizio e superficiale dei famosi soffitti ad onda che servivano a riflettere durante le ore della giornata la luce naturale sulle grandi opere esposte. Tutto all'interno del progetto in essere è profondamente alterato. Ma a quanto pare nessuno dice nulla, compresa la Sovrintendenza (ormai remoti i tempi del grande Gazzola). Ci rivolgemmo pertanto, quando la vicenda prese una piega assai poco soddisfacente come quella sopra descritta, alla Presidente del Comitato Scientifico, la garbata e pulita Lucia Anna Maramotti Politi intorno ai temi oggetto di analisi e di confronto esposti in un documento ufficiale dello stesso comitato scientifico. Tra questi impegni emergono alcuni inerenti la organizzazione e la gestione del museo . In particolare il punto tre della organizzazione del museo dove si parla non solo delle caratteristiche delle teche , ma di particolari condizioni lluminotecniche e impiantistiche, percorsi e sicurezza eccetera: tutto ciò non può che passare attraverso un contatto con l'architetto Giorgio Palu ed il controllo gomito a gomito. Ma c'è di più nella gestione del museo si richiama la interazione con piazza Marconi " che deve assumere il carattere di piazza all'italiana. Anche qui una tassativa richiesta del Comitato Scientifico. La piazza è venuta fuori, ma anche qui più che piazza è emerso uno stradone che sfocia davanti al palazzo con pochissima correlazione (vai alla pagina di archivio dove sono presenti i numerosi link sulla operazione piazza Marconi, la inaugurazione del parcheggio, la storia della piazza, con le immagini dal cielo, molto significative, dei lastroni in cristallo sull'impluvium che annullano l'idea di Cocchia, vicenda della quale parliamo nel capitolo successivo di questa pagina).. Anna Marabotti lamenta invece che questa collaborazione non c'è stata e che tutto ha proceduto senza possibilità reale per il Comitato di interferire nei progetti. Ma c'è di più che la dice lunga sulla funzionalità del pletorico Comitato Scientifico che a questo punto apparve ben presto come una semplice edtichetta per mettere a posto la coscienza di tutti. Quando si parla di compensi si apprese allora che la stessa Maramotti ed altri in qualche modo legati a funzioni istituzionali, non ricevevano per la partecipazione a questo comitato il becco di un quattrino, peraltro felici di farlo per amore della città. Non altrettanto poteva avvenire per alcuni elementi esterni chiamati al compito.Qui il rammarico di Anna Maramotti fu altrettanto forte che per la mancata collaborazione con Palu e Bianchi ed anche per altre difficoltà che per amor di Patria è inutile qui specificare. Come la mettiamo poi intorno a un altro passo della scheda che definivano i compiti del Comitato Scientifico? Nella gestione del museo si parla, infatti, di contatti con le Sovrintendenze di competenza. E' chiaro che il Comitato deve avere rapporti prevalentemente con la Soprintendenza dei Beni Mobili di Mantova Cremona e Brescia. Interpellato dalla stessa Maramotti, Giovanni Rodella rispose - a dire della presidente - di non sapere assolutamente nulla della questione e di non essere investito del problema che adesso "prenderà a cuore". Forse ne saprà di più il Soprintendente di Brescia che però pare non si sia visto in tutta la fase di sventramento e di ricostruzione. Addio Cocchia, dunque, addio al capolavoro razionalistico di Cremona citato in tutte le storie di architettura, così ridotto a ricordo, per quanto da Cocchia si sia tratta continuamente ispirazione anche nel corso della presentazione. Frequentemente citato, come il caro estinto nelle lapidi del cimitero. I cristalli sulla sinfonia rossa dei tetti di Carlo Cocchia cancellano il peristilio con l'impluvium della domus
Ecco qualche nota di cronaca. Giornata importante per Palazzo dell'Arte. Sulla sinfonia rossa dei tetti ideati da Carlo Cocchia stanno arrivando i cristalli che chiuderanno gli spazi scoperti dei tetti, riverberando ovviamente la loro luce. Luce nuova, dunque, luce diversa dalla fondamentale intuizione dell'architetto Carlo Cocchia, ideatore della costruzione, che proprio sul mattone e sulla luce ha fondato la pecularità di Palazzo dell'Arte e che ora vede arrivare un tetto sul cortile che era stato concepito come peristiolio con al centro il "pluvium" della tipica domus romana sulla quale si fonda l'idea complessiva dell'intero capolavoro razionalistico. 
Nella foto satellitare a sinistra si può notare come l'architetto razionalistico abbia studiato con grande accuratezza il rapporto di luce tra i tetti in mattoni e lo spazio scoperto, studiando anche una interessante inclinatura delle copertura verso l'interno, in modo da variare, come scrive nella sua realazione, l'ingresso della luce del sole nei cortili durante le varie ore della giornata. Ora, con i cristalli, l'effetto sarà attenuato o, prevedendo la copertura anche dello spazio ammezzato, sarà praticamente annullato. Di certo l'impluvium scompare con la sua funzione originaria e simbolica. Altri avrebbero forse risolto il problema senza questa ulteriore indifferenza alla eleganza e alla profondità di ricerca del progetto di Cocchia. Ma tant'è. La cattura del sole è l'idea originaria del Palazzo, trasferire nell'opera d'arte il fascino e la bellezza della luce naturale, esaltarla anche all'esterno nella scansione dei mattoni (appositamente realizzati dalla Fornaci Frazzi), i quali ruotano con il sole che detta durante la giornata, le modulazioni della esibizione corale di luci e ombre. Altrettanto interessante, si noterà nella parte bassa della foto satellitare, la scansione ritmica delle copertura di quello che in origine era il teatro di palazzo dell'Arte (poi divenuta balera, l'Odeon e quindi palestra) domani auditorium con un grande buco centrale per l'orchestra, da vedere nella foto sotto grande, fornitaci da un lettore.

Sarà bello sarà brutto Palazzo dell'Arte futuro, ma certo svuotato all 'interno e ridotto ad uno scheletro strutturale, poi largamente ricostruito con pareti in carton gesso, conserverà davvero poco (o nulla ) della genialità mostrata dall'architetto Carlo Cocchia che in omaggio alla tipicità secolare cremonese, il trionfo nel cotto dell'argilla, la materia prima proveniente dal Po, aveva voluto tutto in mattone, riducendo al minimo gli interventi accessori per traferire nell'opera modernissima la storia secolare della città, quella narrata dai cavatori di sabbia e argilla del Po, dagli artigiani, dagli intarsiatori, dalle sue feste religiose e ducali (simboleggiate nei drappi in mattone sotto le finestre della facciata di palazzo dell'Arte) . Avremo un altro Palazzo dell'Arte, dove nuovi architetti si sono sovrapposti invero con scarsa o nessuna umiltà, all'opera di Cocchia che, a quanto pare, secondo quanto riferito da alcuni siti (uno intitola l'operazione "versogna") starebbe già oggi scomparendo dagli elenchi dei grandi monumenti razionalistici del novecento architettonico italiano. I cremonesi però non badano troppo e tutto andrà secondo gli obiettivi ultimi. Certo, la curiosità di visitare il Palazzo per le Feste di Natale come ha promesso il cavalier Giovanni Arvedi, è grande ed altrettanto colma di apprensione. Intanto l'attesa è delusa. Il Palazzo dell'Arte nel Natale 2011 è illuminato dai festoni che si attaccano anche ai pini casalinghi. Le porte sono chiuse, ben serrate. Le dimissioni di Anna Lucia Maramotti Politi suonano come un monito. La foto della installazione dei cristalli è di Antonio Leoni ©. Gli appelli : Massimo TerziPalazzo dell'Arte non ostacoli la città in sintesi con i Monasteri Il recupero complessivo esterno, che accumuna il Palazzo dell’Arte e la Piazza resa pedonale è un intervento sicuramente provvidenziale, ed è un’operazione, come ho segnalato in tempi non sospetti (v. presentazione dei progetti della facoltà di Architettura presentati a Cremona l’8.4 u. s), sicuramente lungimirante, soprattutto se riscatterà un luogo da sempre trascurato nel rigoroso rispetto degli accordi pattuiti. (faccio riferimento al restauro, non al previsto recupero funzionale, che non mi trova completamente d’accordo). Non dobbiamo, infatti, dimenticare il Parco dei Monasteri, che verrebbe così in parte svuotato da alcune destinazioni d’uso che il nuovo Museo trascinerebbe con sè e che sono essenziali, per loro natura, con le funzioni che là si prevedevano. Sarebbe davvero utile per una città, che sta cercando faticosamente di crearsi una immagine legata alla musica, discutere con pacatezza se non sia il caso d’investire, invece, più complessivamente sul soddisfacimento delle aspettative di formazione che permetterebbero un “ritorno”e la conferma di una” scuola”di grande e riconosciuta tradizione. Il timore che ora l’attenzione delle Istituzioni (e della Fondazione Stauffer) su questo complesso possa vacillare, credo sia più che legittimo. Quel progetto era stato concepito per dare corpo in quest’area all’intera filiera musicale cremonese. Quella che parte dalla tradizionale formazione liutaria e poi si estende a tutti gli altri strumenti musicali ed a tutte le molteplici manifestazioni artigianali, commerciali e culturali, che dovevano e volevano essere il filo conduttore che cuciva tra loro non solo le attività, ma anche una porzione di tessuto urbano omogenea. Pensare ad un progetto complessivo voleva dire anche ridare slancio e decoro a un quartiere che risente ancora di una certa marginalità ed abbandono, realizzando al tempo stesso un’operazione di tipo urbanistico, attenta all’edilizia minore e capace di creare un polo alternativo a quello legato ai soliti percorsi concentrati sulla piazza del Duomo, per consolidare invece l’immagine più complessiva del centro storico. Ora, con il progetto di restauro su Palazzo dell’Arte si viene a creare una sorta di condensato del Parco dei Monasteri che, viste le dimensioni, forse potrà essere realizzato in un tempo più contenuto e certamente contribuirà alla riqualificazione di piazza Marconi (nella speranza che l’influenza della vicina P. zza Duomo possa contribuire ad ispirare felici suggerimenti per renderla piacevole ed ospitale più degli sforzi progettuali fin’ora avanzati), ma che, di fatto, concentrerà ancora l’attuale”effetto-città”, sottraendo risorse finanziarie significative al progetto precedente e, soprattutto, svuotandone il suo senso più autentico. Ed, ancora, renderà vani gli sforzi fin qui condotti per sottrarre i segni identificativi della storia cittadina per cui più di 50.000 mq., da poco riconquistati alla comunità con una spesa consistente degli Enti (Provincia, Comune, Stauffer che, tra acquisto, promozione, progetti e lavori in corso, dovrebbe aggirarsi attorno ai 9/10000000 Euro), rischieranno di degradarsi o di essere messi all’asta (come è successo pochi giorni fa al galoppatoio di via Bissolati ). Nell’ipotesi più pessimista, infatti, il rischio per il futuro è che il denaro già investito sia servito solo ad accollarsi complessi che, per mancanza di destinazioni precise ed adeguate, contribuiranno ad aumentare il già cospicuo patrimonio inutilizzato delle Amministrazioni. Nel caso più fortunato, se si verificheranno coincidenze più felici, invece, questi chiostri, che sono in successione, difficilmente verranno concepiti come un unico “campus”, scaturente dalla possibilità di concatenazione di luoghi di grande suggestione, ma, con ogni probabilità, saranno risolti separatamente uno per volta con destinazioni di ripiego a se stanti, (come ad esempio nel passato ad uso ricovero gatti), e saranno, conseguentemente, disarticolati da un disegno che voleva essere funzionalmente più ampio e complessivo. Pertanto, anche se sono parzialmente soddisfatto dall’obbiettivo immediato, mi sembra di dover considerare auspicabile che ogni operazione effettuata sulla città dovrebbe essere pensata e gestita con una visione complessiva e il più lungimirante possibile, con la consapevolezza che ogni Amministrazione deve pensare di svolgere il proprio lavoro in parte anche per quelle successive. Massimo Terzi, architetto Cremona 27.10.09
Argomenti correlati:Santa Monica 2007/index.htm. Nel progetto: il cuore del Palazzo con il museo e l'auditorium. Maurizio Ori"Un' intelligente salvaguardia dell'identità e del contesto, la sua è una strada giusta che vale per tutti gli interventi sul territorio, a salvaguardia delle nostre peculiarità"Egregio Cavaliere Giovanni Arvedi, mi permetto di scriverle questa lettera aperta nella certezza di trovare in lei un interlocutore attento e nella speranza di contribuire utilmente a un dibattito relativo a temi che coinvolgono tutta la nostra comunità. Vorrei innanzitutto esprimere il mio apprezzamento per la sua iniziativa riguardo all’annosa vicenda del Palazzo dell’Arte. La sua proposta non solo è meritoria per l’apporto concreto che potrà dare alla risoluzione di una storica criticità urbana, ma anche per il fatto che il suo contributo riporta finalmente l’attenzione al cuore di un problema che si è troppo a lungo sottovalutato.
Che la nostra città abbia bisogno di idonei spazi espositivi per ospitare un museo dedicato alla sua maggiore eccellenza culturale, il violino, appare fuori discussione, così come è indiscutibile che la promozione di Cremona a livello turistico sia un obiettivo prioritario per il nostro futuro. Il nucleo della questione sta tuttavia nel “come” promuovere questo rilancio, tenendo nella giusta considerazione le caratteristiche della nostra città. Nei mesi scorsi ad esempio sono stati proposti paragoni quantomeno impropri, accampando presunte analogie tra Cremona e città diversissime, come Bilbao, Valencia o addirittura Parigi, allo scopo di promuovere un intervento che avrebbe fortemente inciso sulla fisionomia del Palazzo dell’Arte senza risolvere il problema del rapporto tra edificio e contesto. Credo invece che per ragionare sul futuro di Cremona non possiamo prescindere dalla nostra identità locale, facendone un valore anziché una “tara” da cui liberarci. Da decenni Cremona soffre di un malcelato complesso di inferiorità (l’essere “provincia” ai margini di pur prossimi contesti metropolitani), che da un lato spinge ad inseguire strategie di sviluppo non sempre ben ragionate o appropriate alla natura della città, e che dall’altro porta ad ignorare le specificità locali che potrebbero invece diventare i nostri punti di forza. Cremona è una città piccola, a misura d’uomo, con un centro storico prezioso, una periferia equilibrata, un territorio per lo più ancora integro, ed un paesaggio tra i meglio conservati della Bassa padana. Dovremmo quindi chiederci se il rilancio della città necessiti di “grandi opere” più o meno spettacolari o se invece non debba implicare piuttosto una attività di manutenzione e ricucitura dell’esistente, nella direzione appunto da lei indicata con la sua intelligente proposta per il recupero del Palazzo dell’Arte, di cui si apprezza in particolare l’attenzione al contesto, che nel caso specifico è una piazza urbana da recuperare lavorando sui temi del verde e della riqualificazione ambientale. Questo naturalmente non significa che l’innovazione debba essere esclusa a priori, ma che è necessario ragionare attentamente sul delicato rapporto tra architettura e contesto, specie quando si interviene in ambiti sensibili come i nostri centri storici. Il tema è sicuramente complesso e non ammette risposte standardizzate, ma richiede piuttosto un’attività di ricerca e soluzioni ad hoc caso per caso. Questa sperimentazione può essere favorita, ad esempio, incentivando i concorsi di idee, a patto però che le giurie siano opportunamente qualificate e che i programmi a base di gara siano attentamente ragionati. Il problema del resto viene da lontano, ed anche nel recente passato alcuni concorsi sono stati impostati in modo non sempre chiaro a livello di strategie e di obiettivi. Intervenire nel nostro territorio ponendo il contesto al centro del percorso progettuale non è impossibile. Anche in Italia, pur se con un certo ritardo rispetto ad altri paesi europei, ci si sta muovendo in tale direzione, almeno laddove per ragioni economiche e culturali è maturata una sensibilità su questi temi. Penso ad esempio alla Toscana, regione dove opero spesso a livello professionale, che ormai da anni fa del paesaggio uno dei capisaldi della propria strategia di marketing. Riflettere su questi temi, cogliendo lo spunto offertoci dalla sua iniziativa, con l’obiettivo di identificare le risposte più capaci di valorizzare l’identità di Cremona, è probabilmente il miglior modo per trovare una “via locale” e quindi davvero efficace per lo sviluppo della nostra città. Maurizio Ori Nella foto i soffitti a onda accuratamente studiati da Cocchia per rifrangere la luce dei finestroni appositamente tenuti alti e riversare sulle opere d'arte appese alle pareti una illuminazione naturale. E' obbligatorio che questa importante soluzione tipicamente razionalistica e dunque elemento di grande significato dell'invenzione di Cocchia non sia sacrificato nel progetto di Palu (foto Ernesto Fazioli - 1941) Una vera sollevazione, gli importanti giudizi critici sul valore dell'opera Insomma, cari cremonesi, non c'è solo Wiligelmo in città Napoli 1987: un gruppo di affermati architetti (fra essi anche nomi noti al grande pubblico come Renato de Fusco, Ignazio Gardella, Vittorio Gregotti, Giorgio Morpurgo, Aldo Rossi, Marco Zanuso), decide di rendere omaggio al comune amico e maestro Carlo Cocchia. Il risultato è la mostra che si tiene al Museo della Villa Pignateli Cortes ed il relativo catalogo, per la copertina del quale i curatori scelgono una bella immagine del Palazzo dell'Arte di Cremona, che assurge così a paradigma dell'intera opera dell'architetto.
Secondo Giorgio Muratore. ordinario di storia dell'Architettura dell'Università di Roma, il Palazzo dell'Arte rappresenta "in maniera esemplare non i termini di una scelta stilistica univoca e riduttiva, ma la capacità di affrontare tematiche assai ardue con la ricchezza di un'esperienza culturalmente consumata e assai matura" Mostra del razionalismo alla sede della Bauhaus, sotto cinque grandi pannelli che rappresentano l'insieme e dettagli di palazzo dell'Arte è detto in didascalia ricordando quanto scrive Gabriella Caterina curatrice della prima mostra su Carlo Cocchia: "La sua architettura propone, con felici intuizioni precorritrici, molti dei temi che La cultura architettonica porterà avanti solo in tempi successivi. In particolare egli appartiene a quel gruppo di architetti che negli anni Trenta ha importato in Italia la linea del Razionalismo. Ignazio Gardella, che gli attribuisce "un segno compositivo senza sbavature, basato sull'asciuttezza dell'invenzione", riconosce "in uno dei suoi primi lavori, il Palazzo dell'Arte di Cremona, una ricerca formale che anticipa quella dell'architettura post-razionalista di questi ultimi anni" . "Però il fatto che le maggiori occasioni per affermare il Razionalismo, nel dibattito teorico e formale che lo contrapponeva alla cultura accademica ormai divenuta sterile nelle sue espressioni eclettiche, fossero offerte dal governo fascista in grandi opere che dovevano costituire l'immagine del regime, ha inficiato per lunghi anni una loro obbiettiva valutazione critica e, a volte, ha addirittura portato all'abbandono e al degrado degli edifici stessi. A documentare il periodo prebellico dell'attività di Cocchia non resta dunque che il Palazzo dell'Arte di Cremona, passato anch'esso attraverso le note vicende di abbandono, ed oggi sottoposto ad un nuovo assalto distruttivo con la sciagurata ipotesi di intervenire sulla purezza delle sue linee compositive alterando con un progetto inconsulto di un Museo del Calcio, l'accurato studio delle incidenze di luci ed ombra, l'equilibrio dei rimandi storici delle sottofinestre, lo stretto legame attraverso l'uso del mattone accuratamente concepito persino nella sua intonazione coloristica come un omaggio alla millenaria storia della città". Di esso scrive ancora Giorgio Muratore: "Dovuto alla volontà campanilistico - celebrativa di un gerarca del calibro di Farinacci, di fatto travolto dalle vicende prossime della guerra che ne ha fin qui paradossalmente impedita una adeguata pubblicizzazione, questo edificio, sintomatico, singolarissimo e a tutt'oggi pressoché sconosciuto, resta quale uno dei punti di arrivo della cultura architettonica italiana dei primi anni quaranta. Debitore alla lontana di quell'altro fondamentale Palazzo dellArte che Giovanni Muzio aveva ideato per la Triennale milanese, questo edificio rappresenta, nella sua calcolata scelta cromatica e materica dovuta ad un uso particolare, sofisticatissimo e assai convincente del laterizio, nella definizione dei suoi volumi e dei suoi spazi e nell'articolazione delle sue strutture e del suo apparato decorativo, uno dei momenti di maggiore consapevolezza dell'architettura di quegli anni: un vero e proprio "monumento" dell'architettura italiana contemporanea. Vi si ritrovano, ancora una volta, tutti quegli elementi già presenti nei lavori cui abbiamo accennato fin qui, con in più una forza espressiva ed una serie di valenze legate al sito che consentono all'edificio di dialogare senza inibizioni con la città circostante, con la sua cultura, con la sua storia. Edificio "moderno" a tutti gli effetti, vuoi per impianto che per struttura o per linguaggio, non disdegna però di raccogliere motivi e pretesti, di "ascoltare" suggerimenti, suggestioni e occasioni di dialogo dal contesto nel quale vive, innestandosi nella città senza arroganza, ma anche senza falsa umiltà, con la personalità marcata ed autonoma di un "volto" di volta in volta capace di dialogare con il suo intorno con gli strumenti del decoro, della dignità edilizia, con la maliziosa intelligenza di un apparato decorativo e sintattico polimorfo e proprio per questo capace di riannodare i termini docili di un rapporto dialettico e vitale con il mondo costruito che lo circonda". (Alcune valutazioni della grande evidenza data a Palazzo dell'Arte con la lunga didascalia di cui sopra sono tratte da "Carlo Cocchia, Cinquant'anni di architettura 1937-1987, SEGEP editrice, Genova, 1987)
Difendetelo: l'ex presidente dell'Amministrazione Provinciale Vittorio Foderaro su Palazzo dell'Arte
L'insieme di Palazzo d'Arte nel disegno di Carlo Cocchia e nella foto di Antonio Leoni e, sotto, disegni delle vasche e salone delle sculture Simbolo e misura della cultura cremonese attuale e del suo riscatto- “... un vero e proprio monumento dell’architettura italiana contemporanea ” - Forse non tutti i cremonesi sanno di possedere un gioiello dell’architettura moderna - Da qualche tempo la sua posizione risveglia appetiti e golosità consumistiche, di natura commerciale e propagandistica: si ripropongono periodicamente intenti speculativi sollecitati da privati, furbescamente mescolati a dichiarati interessi pubblici, assecondati purtroppo da inesperti malaccorti amministratori d’ogni estrazione politica - Alla stampa di regime, destra o sinistra sempre di regime si tratta, si contrappone l’opinione di uomini di cultura e di gente che ha a cuore l’immagine della città: si chiede di restaurare il monumento così com’è, recuperandolo alle sue funzioni originarie
Nel testo il salone delle sculture di Cocchia e qui sopra la trasformazione degli architetti Palu e Bianchi, secondo una anticipazione inviataci da un lettore Una delle ultime illusioni del fascismo e della sua propaganda ideologica, direi anche del suo velleitario espansionismo culturale, si esprime compiutamente nell’iniziativa di voler costruire Palazzo dell’arte di Cremona. Si può dire che anche con quest’opera si realizza un significativo tassello verso la conclusione in Italia, di un trentennale ciclo di dibattito sull’architettura, di ricerca, dal futurismo al razionalismo più o meno piegato al monumentalismo di regime. Se ne apre faticosamente, dopo le sofferenze della guerra e della caduta del Regime, della Resistenza e dell’occupazione, un altro. Non a caso, nel quadro delle importanti realizzazioni urbanistiche e architettoniche del Ventennio, il Palazzo dell’Arte resterà unica, irripetibile e mai più ripresa o ricordata dal suo stesso autore nelle opere successive.
In questa ottica, ci piace ripetere quanto pubblicato nel Catalogo della mostra celebrativa di Carlo Cocchia, architetto e professore di composizione architettonica, autore del Palazzo dell’arte: “ Questo edificio, sintomatico, singolarissimo, e a tutt’oggi pressocchè sconosciuto, resta quale uno dei punti di arrivo della cultura architettonica italiana dei primi Anni quaranta” ( Giorgio Muratore ), (già riportato in precedente articolo di Luca Ferrarini ). Forse non tutti i cremonesi sanno di possedere un gioiello dell’architettura moderna: pochi se ne sono accorti dei molti che via via hanno frequentato le scuole ivi collocate, la stazione dei pullman, il mercato di piazza Marconi, il parcheggio antistante, le sale dei ritrovi studenteschi, le sporadiche mostre d’arte che ha ospitato. Poco osservato, e anche poco amato, ( addirittura da demolire per qualche personaggio in cui prevaleva il pregiudizio ideologico ), assoggettato ad utilizzazioni residuali e spesso improprie, non finito e mai sottoposto alle necessarie opere di manutenzione, oggi si presenta come un sopravvissuto in una realtà divergente. Invito i volonterosi ed appassionati a vedere la realtà di oggi e a giudicare.
In tanta incomprensione, pare miracolosa la sua stessa permanenza, quando nel frattempo sono stati sbrigativamente cancellati dalla topografia cittadina, monumenti ed ambienti cremonesi di pari o superiore importanza urbanistica ed architettonica. Da qualche tempo la sua posizione risveglia appetiti e golosità consumistiche, di natura commerciale e propagandistica: si ripropongono periodicamente intenti speculativi sollecitati da privati, furbescamente mescolati a dichiarati interessi pubblici, assecondati purtroppo da inesperti malaccorti amministratori d’ogni tipo di estrazione politica ( pecunia non olet ). Alla stampa di regime, destra o sinistra sempre di regime si tratta, si contrappone l’opinione di uomini di cultura e di gente che ha a cuore l’immagine della città: si chiede di restaurare il monumento così com’è, recuperandolo alle sue funzioni originarie. Si chiede di restituire all’intero complesso di Palazzo dell’Arte con piazza Marconi, con piazza S. Angelo, con il centro di S. Vitale, con tutto il comparto circostante, il significato urbanistico omogeneo di centro di vita culturale, riferito, se si vuole, all’arte liutaria, ma anche all’arte del Novecento cremonese, tanto importante quanto dimenticata e rimossa.
Purtroppo il tema di una riprogettazione globale dell’intorno di Palazzo dell’Arte deve considerare la presenza del malaugurato scavo dell’intera piazza per la costruzione di un improvvido parcheggio sotterraneo: alle iniziative scoordinate e frantumanti fin qui portate avanti, la nuova Amministrazione deve dimostrare di saper contrapporre meditate e difficili sintesi di visione del futuro della città, con i tempi di ricerca, di approfondimenti e di elaborazione necessari, che non consentono di utilizzare impropriamente progetti già elaborati con altri fini, e non sono quelli della scadenza dei finanziamenti delle Fondazioni bancarie. Credo che tutti i cremonesi abbiano diritto di conoscere e valutare un disegno organico in cui il rispetto dei valori della bellezza, della storia e dell’ambiente urbano a 100 metri dalla piazza del Duomo, con la imprescindibile vivibilità, sia il fondamentale criterio ( a proposito gli scarichi concentrati degli autoveicoli non avvantaggiano certo ).
Forse non tutti i cremonesi sanno che il Palazzo dell’Arte fu voluto da Farinacci per imporre una sua visione estetica globale nel mondo delle arti figurative, per farne cioè, pur non dichiarandolo, la sede prestigiosa del Premio Cremona, che nelle prime tre edizioni trovò spazio in Palazzo Affaitati. Gli eventi bellici impedirono di realizzare quel progetto politico, ma non impedirono di costruire gran parte della sede prevista. Palazzo dell’Arte, quasi ultimato nel dopoguerra, fa parte del nostro patrimonio comunale. Oggi dopo 70 anni le opere di quel Premio e di quel periodo sono entrate nella storia dell’arte e nei musei d’arte moderna. La volontà di allora di dare alla città una architettura d’avanguardia, destinata all’arte cremonese e non, liutaria e figurativa, con un centro espositivo costruito in perfetta coerenza formale con le opere dell’epoca passate alla storia, e la disponibilità di gran numero di opere d’arte di quel periodo presso i depositi dei nostri musei cittadini, e di capolavori della liuteria cremonese, rendono possibile la realizzazione di una meravigliosa galleria dell’arte moderna del Novecento a Cremona: così si chiuderebbe il cerchio della storia di 70 anni di palazzo dell’arte, restituendo il ruolo suo proprio pensato dal grande Cocchia, dotando anche Cremona di quel museo che, a differenza di altre città a noi vicine, ancora le manca. Questa è l’iniziativa di politica culturale più prestigiosa che ci aspettiamo dalla nuova Amministrazione Comunale: restituire a Palazzo dell’Arte la sua funzione originaria per la quale è stato pensato, coi suoi marmi, i tessuti di cotto, le grandi sale espositive, le loro luci ed ombre, il “ Salone delle sculture e delle adunate”, con le lesene in cotto e capitelli in marmo, il peristilio di prospetto, le piazzette all’aperto, i suoi serramenti ed arredi fissi, come si addice ad una Galleria d’Arte Moderna Cremonese che la storia, o meglio, il nostro patrimonio di cremonesi, ci serve su un piatto d’argento. Vittorio Foderaro, dilettante cremonese -------- Le immagini: si confronti il rigore e la qualità di questi progetti originali con le idee di altre proposte d'attualità negli scorsi giorni e che si volevano imporre all'opera di Carlo Cocchia. Anche un incompetente potrebbe inorridire. Ma non spaventavano i nostri amministratori di ieri (per questo tace la sinistra che con Bodini propose insieme al centro destra il museo del calcio ) e di oggi.(a.l.)Italia Nostra : un'opera di architettura di interesse europeo
 |  | Cremona è un museo diffuso del violino e deve rafforzarsi in questa identità: si insegue invece una concezione museologica obsoletaE per l'orrenda sovrastruttura non ci sono neppure garanzie di stabilitàPremesso che è riduttivo pensare ad un museo "unico contenitore" in quanto la Città, con le botteghe dei liutai e con le testimonianze storiche (si pensi alla casa di Stradivari), è essa stessa museo del violino, la concezione di un solo luogo che raccolga ogni testimonianza risentirebbe di una concezione museologica ormai obsoleta che ha avuto un tempo significato, ma che ora fallirebbe il suo compito in quanto decontestualizzerebbe quanto si vuol metter in mostra. L'aura è condizione stessa della fruibilità e della leggibilità.Si tratta allora, al fine di rendere le testimonianze della liuteria oggetto (oggetto non solo di fruizione e di lettura per i visitatori occasionali, ma di studio per gli studenti della Scuola Internazionale di Liuteria A. Stradivari, di Musicologia e degli studiosi) di realizzare un progetto che tenga conto della complessità delle funzioni d'uso. La stessa Cremona che è "museo diffuso" del violino va pensata in quest'ottica progettuale al fine di contemperare le differenti esigenze e di darle anche visibilmente quell'identità che da tempo si auspica: Città della Musica (....) Cremona deve divenire il crocevia di ogni realtà della liuteria. Inoltre, quanto non è ancora oggetto di studio deve trovare qui la sua sede o il luogo ottimale per realizzare quel doveroso confronto fra studiosi che è la base di ogni seria ricerca.In questo senso il "museo diffuso" sarà referente per gli studi dei ricercatori degli studenti che frequentano la Scuola di Liuteria. Non va ignorato infatti che si tratta di una popolazione scolastica che proviene da tutte le parti del mondo e che qui cerca l'optimum della liuteria.Al contempo, la Città ne avrà una ricaduta, non solo in prestigio, ma anche economicamente. Saranno in questo secondo caso le strategie messe in essere dagli Amministratori a potenziare questo aspetto.
Il progetto recentemente approvato dalla Giunta Comunale si propone di adattare il Palazzo dell'Arte a Museo del Violino e dei prodotti tipici cremonesi.Il progetto, dovuto a due professionisti locali, è la riedizione di quel progetto di Museo del Calcio che aveva a suo tempo fatto scalpore e che, pur approvato con entusiasmo dalla Giunta dell'epoca, non era mai giunto né ad essere finanziato, né ad essere approvato dalla competente Sopraintendenza di Brescia, producendo come effetto indotto l'abbandono frettoloso del Palazzo dalle funzioni che ancora vi erano ospitate e la conseguente accelerazione del degrado, tipica malattia delle costruzioni inutilizzate.Come il precedente, anche il nuovo progetto si caratterizza per la brutalità con la quale il contenitore storico viene attraversato, integrato, e sopraelevato con strutture metalliche dichiaratamente pensate in contrasto con l'edificio ed il contesto.Elemento fondamentale del progetto è il grande sopralzo che si intenderebbe operare sulla parte centrale dell'edificio. Una struttura in vetro e titanio conformata a colossale onda si innalzerebbe arditamente sulla prospettiva del centro monumentale cittadino. Nel progetto originale avrebbe dovuto ospitare un ristorante panoramico, nel nuovo progetto dovrebbe ospitare un auditorium.Del tutto non affrontate risultano le soluzioni strutturali (di necessità antisismiche) alle quali tale colossale superfetazione dovrebbe appoggiarsi per potersi elevare oltre il livello medio dei tetti del centro storico cittadino. |
Palazzo dell’arte è espressione, per altro come lo è ogni edificio, del modo d’intendere l’architettura.. L’architetto Carlo Cocchia, nel progettarlo declina razionalismo con gigantismo, simbolismo locale con attenzione all’uso del cotto. Basterebbe questa semplice nota per chiedere la sua salvaguardia ed evitare che un intervento, inteso a snaturarlo, ne modifichi la leggibilità. A ciò si aggiunga che il Palazzo partecipa all’identità ambientale e culturale del centro storico di Cremona. La salvaguardia dei centri storici, come testimonianza della vita cittadina è tema che è oggetto puntuale di studio da più di mezzo secolo. La conservazione e la tutela non riguardano solo il singolo manufatto, ma l’ambiente. Come non è pensabile piazza del Duomo senza piazza Piccola, non è neppure pensabile l’intero centro storico della nostra Città senza piazza Marconi di cui il Palazzo dell’Arte è l’edificio più rimarchevole. E’ doverosa una chiarificazione a glossa di quanto detto. A partire dal XIX secolo s’impone la coscienza “storicista” che afferma l’unicità di ogni periodo storico, il valore testimoniale di ciascun documento ed il riconoscimento che l’architettura costituisce memoria inalienabile per l’identità di una città, pena la sua “amnesia culturale”. Il Palazzo, mentre testimonia la “volontà d’arte” propria del momento in cui è stato edificato (kunstwollen), fa memoria della tante attività culturali di cui è stato contenitore sino ad arrivare alla funzione di edificio scolastico. Ciò comporta che l’unico intervento corretto debba individuarsi in un restauro conservativo. Il Palazzo chiede di non essere consegnato a dei progettisti, ma a dei restauratori. Questi ultimi partono da una conoscenza puntuale del manufatto e non lo ritengono una mera occasione per dar sfogo alla propria creatività. Questa, per altro, realizza sull’edificato delle superfetazioni che lo rendono illeggibile falsandone il valore documentale. I progettisti lascino il loro “segno forte” sui lotti non ancora edificati, sugli edifici s’intervenga con un restauro “timido” che non cancella il passato. A corollario di quanto sostenuto vi è da una parte il riconoscimento che ogni testimonianza, a qualsiasi epoca appartenga, va salvaguardata. Essa documenta l’unicità di ogni momento della storia in quanto questo è determinato dalla personalità di ciascun soggetto umano che ne è stato partecipe. Dall’altra, vi è la convinzione che l’architettura sia un documento storico privilegiato: l’uomo in essa testimonia il suo modo di “abitare la terra”. Palazzo dell’arte fa memoria di più di sessantacinque anni della storia di Cremona. Si deve inoltre precisare che il museo del violino non può essere una mera esposizione mediatica, ma deve essere principalmente un luogo di studio per chi s’interessa di liuteria. Un museo non ha solo finalità turistiche! Non può neppure sorgere dislocato rispetto alla Scuola Internazionale di Liuteria e neppure rispetto alla Facoltà di Musicologia. Pertanto, mentre andrebbe realizzato uno studio puntuale del museo (avendone chiari gli scopi e gli obiettivi), al contempo si dovrebbe ripensare alla sua collocazione. Sulla scorta di un rilievo storico del Palazzo, della consapevolezza del suo valore testimoniale e conseguentemente della necessità di un intervento di restauro (non di riprogettazione!), della funzione di un museo del violino (più correttamente di un museo della musica!), si ritiene che quanto attualmente proposto per Palazzo dell’Arte dall’attuale Amministrazione Comunale debba essere oggetto di una seria riflessione. Un ripensamento s’impone ove evitare risultati irreversibilmente nefasti. Le adesioni all’appello possono essere inviate: - per posta a Italia Nostra, casella postale 73, 26100 Cremona - per e-mail a cremona@italianostra.org PD: Progetti condivisi per il Museo in continuità col recupero degli ex MonasteriCon una mozione dei consiglieri: Bonali, Corada, Berneri e Ruggeri (primo firmatario Bonali) il PD affronta il problema Museo del Violino. A fronte di una proposta della Giunta Perri che prevede il riciclaggio di un progetto pensato per il museo del calcio, i firmatari, data la valenza strategica della proposta, ritengono che si debba innanzitutto definire un progetto serio, centrato sul violino e sulla liuteria, affidato ad un comitato scientifico qualificato che sappia valutare, in tempi rapidi, le sedi più idonee alla sua realizzazione.Chiedono che vengano definiti: costi, piano gestionale e finanziario e tempi del progetto per valutarne la reale fattibilità. Ritengono inoltre che il museo del violino debba necessariamente porsi in continuità con il progetto complessivo del recupero degli ex monasteri che non può essere abbandonato e su cui si chiede alla Giunta di esplicitare con chiarezza indirizzi ed impegni. I firmatari ritengono necessaria infine la consultazione del mondo liutario, dell’Università e di tutti i soggetti interessati. L'ex sindaco Corada interviene con una specifica proposta alternativa La soluzione per il Museo del Violino: Palazzo Soldi. Si potrebbe organizzare un percorso organizzato che investa Palazzo Dati e Palazzo Soldi, un formidabile complesso museale, di grande valore europeo che ulteriormente potrebbe arricchirsi con la destinazione alla cultura di Palazzo Stanga, pressoché di fronte: pensate che opportunità ha Cremona e può perdere insieme all'altro obiettivo: la rivitalizzazione dei millenari monasteri. C'è da chiedersi se questa città sia impazzita
La sede per il Museo del Violino secondo Corada: Palazzo Soldi e la sua relazione con il Museo in Palazzo Ugolani Dati. Foto Antonio Leoni ©
L'ex sindaco Giancarlo Corada, fervido sostenitore del Parco dei monasteri anche come presidente della Provincia afferma: «Cominciamo con il sgombrare il campo da un equivoco: non è vero che se non si fosse presentata richiesta di finanziamento alla Fondazione Cariplo per il Museo del violino, si sarebbe persa un'occasione. Una richiesta di finanziamenti c'era già. Ed è quella per il recupero di santa Monica, nell'ambito del progetto di riqualificazione degli ex monasteri. Quel progetto è pronto, potrebbe partire subito. E un progetto esecutivo, come ha insistito che fosse la Fondazione, a cui si è lavorato per mesi». Traduzione: per il Parco dei Monasteri i soldi sono stati chiesti e potrebbero essere disponibili. Quando si afferma che la Giunta Perri è andata ad acchiappare due milioni e mezzo circa che sarebbero atati persi dalla città si inganna la gente. Il progetto del Museo del violino non è esecutivo, non è cantierabile. I soldi potrebbero al contrario non essere concessi.
Prosegue Corada: "L'importanza del progetto del Parco dei monasteri è confermata dal fatto che ci sono altri due soggetti che potrebbero tirarsi indietro: la Provincia e la Fondazione Stauffer. Insisto su questo punto perché la Fondazione Stauffer è stata portata a tale scelta, c'è stata discussione». Quanto alla Provincia, aggiunge Corada: "«È stata tagliata fuori dalla decisione sul Museo del violino. Ma allo stesso tempo non c'è nulla di rotto, nulla di sconvolgente. Non si perderebbe niente nel caso i finanziamenti della Fondazione Cariplo andassero, com'è giusto che sia, al Parco dei monasteri». Corada avanza per il Museo del violino una proposta precisa, differente dalla scelta di Palazzo dell'Arte: «Palazzo Soldi, in via Ugolani Dati, contiguo al Museo civico. II suo recupero costerebbe un po' meno. Sarebbero inferiori anche i costi di gestione essendo, in questo caso, 'compatta' la gestione museale. Palazzo Soldi, di proprietà del Comune, è interamente libero». Questa scelta toglierebbe una delle maggiori remore che ostano alla collocazione di Palazzo dell'Arte per il Museo del Violino ovvero, con il distacco delle collezioni stradivariane, la perdita di interesse del turismo e degli appassionati per la Pinacoteca. Si potrebbe infatti organizzare un percorso perfetto che investa palazzo Ugolani Dati e Palazzo Soldi, con un altro contenitore destinato alla cultura e proposto dalla Provincia per il Museo del Violino, Palazzo Stanga, pressochè di fronte a Palazzo Soldi, un formidabile complesso museale di impatto europeo per dimensioni, varietà di proposte e qualità delle collezioni. Un piccolo Louvre cremonese, posto che Stradivari è il nostro Michelangelo. Corada non si sottrae nemmeno al problema Palazzo dell'Arte: «Palazzo dell'Arte è collegato a piazza Marconi, l'abbiamo detto tante volte. Bene, una parte di Palazzo dell'Arte potrebbe ospitare la ricostruzione virtuale della villa imperiale che era sotto piazza Marconi. E destinare un'altra parte all'esposizione dei reperti archeologici affiorati durante gli scavi. Sarebbe altrettanto un punto di richiamo europeo. Infine, un terzo settore di Palazzo dell'Arte, oltre a bar e ristorante (è ovunque così, sarebbe così anche nel collegamento palazzo Soldi - Ugolani Dati - ndr), potrebbe ospitare mostre d'arte contemporanea». Secondo l'idea di Cocchia e senza sconvolgere scansioni di luci e ombre el gioco dei mattoni, le loro rappresentazioni legate alla storia della città (come i drappi virtuali, in mattoni, alle finestre) , i piani, i soffitti a onda e quant'altro fa la preziosa peculiarità del palazzo ovvero la qualità della invenzione di Cocchia che hanno fatto definire in Europa (recente mostra a WVeimar, sede nientemeno che della Bauhaus di Gropius) palazzo dell'Arte un esempio della cultura razionalista novecentesca. Si ricordi in proposito anche l'intervento scandalizzato di alcuni guru della architettura europea. La scelta è dunque tra la Cultura e gli Attila cremonesi. Nel testo: il progetto dell'Auditorium alla Cavallerizza, una evidenza nel parco dei Monasteri condannata dalla operazione Palazzo dell'Arte, secondo le dichiarazioni del v/sindaco Malvezzi. .Eppure i suoi 600 posti è il numero ideale secondo il noto concertista Krylov che ha giudicato inadeguati gli spazi previsti dai due auditorium in Palazzo dell'Arte. | | aciò |

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