Tancredi Bruno di Clarafond... fotografo 






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| Un palazzo che nasce nel '500 e continua a trasformarsi fino ai giorni nostriAssente l'autrice Sonia Tassini, il volume è stato presentato da Angela Bellardi, direttrice dell'Archivio di Stato di Cremona
di Angela Bellardi É con un pizzico di orgoglio che presento questa bellissima pubblicazione. Orgoglio perché realizzata per la parte storica e architettonica con la documentazione conservata in Archivio di Stato (in particolare la serie “Ornato Pubblico e Licenze edilizie” dell’archivio del Comune di Cremona, nonché l’archivio della Provincia di Cremona, due tra i più importanti fondi archivistici conservati).Il volume, come detto nella prefazione, nasce da incontri al di fuori dell’ufficialità, in particolare la visita alla sede prefettizia dei soci dell’ANISA e del Lyceum Club resa possibile dalla disponibilità del Prefetto dott. Tancredi Bruno di Clarafond e della signora nel novembre 2009. Questo incontro ha fatto sì che fossero messe in campo passioni diverse ma convergenti: l’amore per la fotografia del Prefetto, che è l’autore delle immagini che corredano la pubblicazione, e l’interesse per la ricerca storico-artistica della prof. ssa Sonia Tassini.Giornata poi particolarmente significativa quella di oggi. Infatti 143 anni fa, il 20 luglio 1868, il prefetto comm. Giacinto Tholosano entrava con grande festa nel nuovo palazzo appositamente adattato come sede della Provincia e della Prefettura e la cui facciata era stata completata nell’autunno del 1867. Oggi quindi 143 anni dopo ci troviamo a parlare della rinascita del palazzo Tinti Pallavicino Clavello-Maffi. Dico rinascita perché ogni qualvolta ci si accinge a dare alla luce un’opera così completa (sia dal punto di vista iconografico che di ricerca storica) l’oggetto (quadro o immobile) riprende vita perché viene valorizzato e fatto conoscere ad un pubblico più vasto, ai cittadini insomma.Significativa poi la scelta temporale per la presentazione di questo pregevole volume: il 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Al nuovo governo italiano sembrò giusto e onorevole dotare la Prefettura che nasceva dalle ceneri della odiata I. R.Delegazione Provinciale austriaca (Ufficio dello stato austriaco con funzioni e attività ben diverse da quelle che vennero assunte dalla Prefettura post unitaria) di una sede più confacente al ruolo (non più prettamente poliziesco) ma di rappresentante dello Stato sul territorio provinciale, rispetto al non più adatto ai tempi palazzo di contrada Ripa d’Adda (oggi via Beltrami). La scelta cadde su un edificio che già aveva una storia, dimora di notabili cremonesi. Antonio Campi nella sua famosa pianta pubblicata nel 1583 indica in quest’area le abitazioni di Giacomo Mainoldi Gallarati e Bartolomeo Calegario. Il fatto che sulla pianta vengano indicati i nomi sta a significare, come ormai è accertato, che si trattava di personaggi di tutto rispetto nella vita cittadina.Il nuovo palazzo nasce però a metà Ottocento dall’unione appunto dei diversi stabili molto più antichi ed in parte ancora visibili. Infatti le belle fotografie ci danno la possibilità di soffermarci con più attenzione su alcuni particolari visti di sfuggita nelle varie occasioni di frequentazione del palazzo. Mi riferisco al bel cortile cinquecentesco (unica rimanenza dell’antico splendore). Di pregio le bianche colonne su cui si appoggia la muratura in caldo cotto cremonese. Osservando i disegni conservati appunto nell’archivio del Comune si nota la notevole differenza dei vari immobili presenti allora rispetto al palazzo attuale. Le case vennero acquistate nel 1830 dall’avv. Maffino Maffi, personaggio di spicco del Risorgimento cremonese. Il Maffi fu decisamente un antesignano delle rinnovazioni architettoniche cittadine sostenendo a sue spese il rettifilo dell’allora contrada Ariberti (il nostro corso Vittorio Emanuele) rinunciando infatti ad alcune parti delle case appena acquistate per inserirsi nel più vasto progetto di rettifilo dell’importante strada che conduceva al Po. Il grande architetto cremonese Carlo Vsioli fu l’autore dell’ammodernamento e dell’unione in un unico edificio delle varie antiche case.Per breve tempo proprietario (1862) del palazzo fu anche il Comune di Cremona che era alla ricerca di locali per il Tribunale e per altri Uffici (la scelta poi cadde su palazzo Persichelli). Finalmente nel 1865 la Deputazione Provinciale entra in possesso dell’immobile la cui destinazione viene subito assegnata a sede della Provincia e della Prefettura.Curiosamente poi Sonia Tassini riflette anche sulla toponomastica introdotta nel secondo Ottocento in questa zona che richiama chiaramente le vicende italiche che si erano appena concluse (corso Vittorio Emanuele, piazza Cavour, poi via Ponchielli, via Verdi).Ancora una volta il palazzo subì impegnativi lavori di trasformazione per renderlo idoneo ad ospitare due istituzioni fondamentali e non più quindi ad uso prettamente abitativo. Una pregevole collezione di cartoline donate all’Archivio di Stato e qui riprodotte ci mostrano la situazione del palazzo diversa rispetto a quella attuale risultante dai lavori degli anni Trenta e poi ultimamente negli anni Sessanta del Novecento. Sono queste due tappe fondamentali non solo per la storia dell’immobile ma per la storia artistica cremonese. Infatti in particolare la sede prefettizia con gli ambienti di rappresentanza vennero resi degni, mediante impegnativi interventi decorativi, di accogliere le alte cariche dello Stato e gli illustri ospiti. A tali interventi si dedicarono i migliori artisti cremonesi del tempo: l’arch. Vito Rastelli per lo scalone elicoidale, il pittore Mario Busini, gli scultori Dante Ruffini (per il grande camino) e Piero Ferrarono, il grande artigiano del ferro battuto Piero Roffi e molti altri. Le ricerche poi hanno permesso il ritrovamento di fotografie (qui riprodotte) di Ernesto Fazioli che documentano le trasformazioni dell’appartamento prefettizio nel 1931.Il volume si chiude con una bella carrellata di immagini delle sale di rappresentanza in cui spicca un’importante quadreria, testimonianza ancora una volta dell’arte cremonese. E se non vi è più il quadro di Vincenzo Campi (ritornato in Museo Civico) vi sono tuttavia (sempre provenienti dal Museo) i migliori artisti cremonesi: Antonio Rizzi, Massimiliano Galelli, Francesco Colombi Borde), Mario Busini. Come già ho accennato la pur interessante storia sarebbe a volte incomprensibile senza un corredo iconografico: ecco quindi le numerose fotografie che ci permettono di cogliere aspetti e particolarità su cui forse si è sorvolato. |