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ARRETRATI


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La giunta sempre in visita pastorale: l'assenza di programma e l'accatto di popolarità elettorale hanno già provocato enormi danni, altri ne avremo

Prima conta dei danni
già
subiti da Cremona

Il problema è indicato nell'editoriale a destra. Perchè non si dica che si cammina sull'acqua ecco la dimostrazione. Sta provocando già adesso danni enormi e concreti il raccattare, oltre tutto con clamorose gaffe e bizzarie autentiche, ogni proposta e ogni idea per la strada, operazione di ascolto sacrosanta ma che sta diventando, in mancanza del quadro generale, semplicemente accatto di consenso elettorale . Citiamo i casi più evidenti, il conto sarebbe più lungo. Aggiungiamo che il nostro intervento non è di carattere ideologico. Abbiamo bastonato a dovere la giunta di sinistra. Molto ha anche radici lontane. Però una serietà di governo e una adeguata prommazione avrebbe evitato tutti questi guai. Il nostro è il dovere del pater familias.

* La rincorsa del finanziamento della Fondazione Comunitaria per Palazzo dell'Arte in concorrenza con la richiesta per il Parco dei Monasteri, sostanzialmente affossato, ha cancellato, nella incertezza delle prospettive e nella vaghezza del progetto presentato in extremis, un pressoché sicuro finanziamento di oltre 7 milioni e mezzo di euro.

* L'abbandono del Parco dei Monasteri a sporadiche iniziative per la salvezza del monastero di Santa Monaca dove doveva installarsi una bella fetta della Facolta di Letteratura e della Facoltà di Musicologia non sostiene di certo le azioni della Università di Pavia presso il ministro Gelmini per la salvaguardia della indipendenza di una presenza essenziale nella acclamata città della Musica, appunto la Facolta di musicologia che di conseguenza minaccia di essere ridotta e accorpata.

* La fuga da una grande evidenza turistica oltre che da una grande opportunità culturale (e commerciale) come il Parco dei Monasteri, la bocciatura di ogni possibilità di integrazione in un progetto del centro storico della Caserma Vecchi e , prossimamente, della Caserma Manfredini, l'assenza di proposte di governo regolatore sul destino della ex Banca d'Italia privano nei fatti la possibilità di organizzare la parte più nobile della città, e renderebbero necessaria una nuova revisione, a pochissima distanza di anni, del PRG.

* In compenso arriva l'enorme affare (che non si ferma al megastore) dell'area commerciale nella Cittadella dello Sport che non è prevista nel PRG di cui sopra e della quale non si parla neppure nel programma elettorale di questa giunta.

* L'accattonaggio di una soluzione comunque (forse collegata all'insorgente progetto della Cittadella dello Sport) sia per Piazza Marconi sia, temiamo, per Palazzo dell'Arte (fatta salva la struttura esterna) carica la chiusura del "Buco"di costi ancora indefinibili, ma enormi, con la concessione ai reclami di SABA e al comodato di una quantità di posti auto a pagamento. Con quale risultato per la organizzazione dell'isola pedonale, anche questa ancora tutta da definire? il "Buco" dopo 8 anni di sofferenze è ridotto a "garage condominiale" (come lo definiscono i commercianti, ieri ferventi sostenitori di questa Giunta) in pratica con nessun vantaggio per la collocazione delle auto al centro storico, alle quali si sono peraltro stati concessi 250 metri di inutile e del tutto improbabile inserimento in andata e ritorno, operazione completamente fallita come dimostra la diminuzione del numero di auto presenti e anche delle multe, segno inequivocabile della fuga dal centro storico degli automobilisti , il cui richiamo (per lo shopping) era l'obiettivo primario ancorché deprecabile di questa operazione.

* L'abbandono dell'ostello di via Del Sale provocherà una perdita di almeno mezzo milione di euro , propabilmente molti di più cosiderati i costi aggiunti, mentre ci si domanda che prospettive avrà il camping previsto nella zona.Su questo ostello che per ora si riduce a una reception e sul timore dello spreco, è intervenuto lo studio progettista, lo studio Arienti e Ori che sul nostro giornale propone da tempo ai lettori tutte le soluzioni ed il rendering della realizzazione abiurata. In compenso si prospetta un ostello "privato" in via Brescia, annullando la fondamentale attrazione dell'ostello cancellato, l'uso del parco del Po e delle Colonia Padane,a loro volta di fronte a un futuro imprevedibile posto che tutto l'interesse va alla Cittadella dello Sport


*Ci fermiamo qui ma altro sarebbe da aggiungere all'elenco.

* In compenso Perri promette l'eliminazione del calcestro dai Giardini pubblici con la terza revisione in una decina d'anni che al momento si potrebbe perlomeno sospendere, l'assessore de Bona si batte per il noleggio degli Stradivari che si ridurrà a una perdita di attrazione considerati i costi già in atto per la mobilità degli strumenti, che pare non siano stati presi in considerazione, l'assessore Zagni mette la ciliegina sulla torta delle assurdità chiedendo di relegare in spazi appositi l'esibizione dei buskers che peraltro anticipano l'idea di Perri di installare impianti HI-FI in tutta la città, con un formidabile sollazzo dei residenti che si lamentano dei buskers occasionali e con il completo rispetto del loro diritto alla quiete.

(A.L.) - Attendiamo con ansia sempre maggiore un completo programma di attività, il quadro, il perchè e il per come degli obiettivi complessivi della nuova giunta al Comune di Cremona. Manca la rotta e la meta. Prosegue la visita pastorale alle evidenze pubbliche del Comune conquistato sette mesi fa. Stupiscono alcuni commenti dei nostri reggitori che pongono in evidenza quanto poco conoscano le realtà del patrimonio pubblico cremonese dopo venti anni di opposizione nei quali hanno parlato e appunto opposto le loro idee in proposito. Ma non è questo il punto. L'importante è studiare e imparare.

L'ultima visita a San Francesco ha visto affermata la grande chiesa come priorità. "Altro che parco dei monasteri.... ".

Il tutto ci sembra, dolorosamente, un modo di trattare la città alla maniera della famosa canzone di Gino Paoli. Non si capisce la contrapposizione tra problemi che sono tutti sul tavolo.

"Le priorità": si dirà. E' lo slogan di questa giunta. Ma le priorità nascono da un progetto di città, non dall'abbondono di una problematica comunque presente e sulla quale sono stati effettuati investimenti milionari. Pare che nessuno si preoccupi del fatto che se le opere in corso sono abbondonate o si rimandano a futura memoria (bel modo di affrontare i problemi) per privilegiare altri e nuovi investimenti, il tutto si trasforma in enormi buchi nei quali affonderà una città sempre più indistinta. Non ci piace il modo con cui si va alla soluzione del problema Piazza Marconi e palazzo dell'Arte. Non ci sembra corretto progettare piazza Stradivari senza avere una idea del isola pedonale sulla quale si è già provveduto con un intervento inutile e parziale, fatto che conferma la forte tendenza all'improvvisazione.

Parliamo dell'ostello, potremmo dire altrettanto dei lavori alla caserma Goito - monastero di San Salvatore del Mondo e di tanti altri monumenti cittadini, la caserma Vecchi, la Banca d'Italia per quanto non siano nel patrimonio comunale; vorremmo avere qualche indicazione di fronte alla futura dismissione della caserma Manfredini, altro problema imminente, non ancora aperto, ma certamente da considerare in una illuminata gestione a lungo termine del centro storico: e così via....

L'impressione è che furbescamente questa Giunta confermi Leo Longanesi quando constata che in Italia non si fa la ordinaria gestione del buon padre di famiglia perché non offre nastri tricolore da tagliare e voti da raccattare.

Negli interventi della Giunta Malvezzi / Perri emergono confusamente due linee di comportamento. La prima è il disprezzo per ogni gesto compiuto dalla Giunta precedente, una feroce volontà di punirla (salvo acchiappare qualche progetto ...nemico, - la Cittadella dello Sport - gradito ai grandi sponsor come Giovanni Arvedi) il che è la autentica negazione della saggezza del grande amministratore. La seconda linea di comportamento è una feroce quasi spasmodica ambizione di installare le proprie bandiere in cima a altri monumenti da trasformare in simboli del neo potere , quasi si trattasse di colline conquistate al termine della guerra con il Giappone (giusta la famosa fotografia dei marines che piantano la loro bandiera sulla cima del Suribachi a Jwo Jima il 23 febbraio 1945: la proponiamo qui a destra, per ora vale anche come simbolo di questa Giunta e per la prossima copertina della relazione di governo della città).

Ma qui non servono i ragazzoni vitaminici dei reggimenti marines. Se il governo è muscolare, allora è caos. Cremona attende un grande e definito programma di città. Con queste idee opportunistiche si va al disastro, allo spreco, alla costruzione di una città con mille campanili incompiuti. Qualcuno vuole il processo di Norimberga a Cremona o ha scelto proprio il centro destra perché pretende che le tasse si paghino per una città che proceda armonicamente e con ogni risorsa, non importa se di destra o di finta sinistra? Invitiamo la giunta ad abbassare i toni ed a procedere con calma, con visione illuminata, a 360°, senza lasciarsi prendere dal panico perché i denari mancano.

Il progetto, il progetto di città va invocato a gran voce. Non c'è. E' dentro questo cerchio , nel rispetto di ogni impresa, nella salvaguardia dei denari impiegati che si manifesta la grande amministrazione. Altrimenti si torna a Garini e alla vendetta contro Zaffanella con il disastroso rifiuto del palazzetto dello sport.

La città è un coro, se no è rissa. Rissa prima con i nemici di ieri, presto con gli amici di oggi. La ribellione dei commercianti al megastore è un sintomo. Il colpo di coda della Lega sulla medesima Cittadella è un notevole preannuncio di future tempeste, un chiaro sintomo di presa di distanza da Perri /Malvezzi. Con una motivazione in più: la Cittadella non era nel programma. Perchè è saltata fuori? Chi ha premuto sulla Giunta? Chi ci guadagna? Dov'è la condivisione? D'accordo o no, ripetiamo, la città è un coro, la strategia attuale porta soltanto alla rissa. E la città dissociata non fa bene a nessuno.

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Reazioni: sette mesi che non suscitano buone speranze - Caro direttore, sottoscrivo in pieno il suo editoriale sull'improvvisazione nella gestione della città. Noi de "Il Vascello" affermiamo da anni che non esiste una visione, un obiettivo e una strategia di ampio respiro sull'utilizzo dei vari ambienti della città. E i 7 mesi dell'attuale amministrazione non suscitano buone speranze (segue). L.M.

Il dovere ed il vantaggio del disegno urbanistico

 Meno male che i commercianti finalmente scoprono, accettano e reclamano l’idea di città


Cartolina di Piazza Cavour nel 1920. Sullo sfondo lo stabile che sarà abbattuto per la Camera delle Corporazioni, oggi Camera di Commercio.


di Massimo Terzi (ex assessore all'urbanistica)


La discesa in campo con uno spirito critico nuovo di una categoria, quella dei commercianti, che di fatto presidia capillarmente la città,  che contribuisce a creare l’effetto città, che  vive della  sua “qualità” e della sua “vivacità,”non può che rinnovare la speranza di avere un alleato in più per una urgente riqualificazione degli ambienti urbani, che ci potrebbe permettere il recupero dei grossi ritardi accumulati in questa direzione.

Ritengo ,tra l’altro, che questa posizione più avanzata, insieme ad una diversa qualificazione del commercio al dettaglio ed a una logica di acquisto e vendita più competitiva, potrebbe essere l’unica mossa possibile della categoria per confrontarsi con successo con la grande distribuzione.

Occorre prendere atto che la struttura commerciale urbana  esistente ( come già sostenevo su un articolo del 18.8.2006) è , di fatto, un grande centro commerciale all’aperto (basterebbe studiare degli appositi e specifici carrelli per trasferire le merci fino al più vicino parcheggio)  un centro commerciale che, riorganizzato nel suo insieme da mutui accordi e liberato dalle autovetture, può offrire un’ampia varietà merceologica. 

Avrebbe il grande vantaggio di non essere uno spazio anonimo ed asettico, potrebbe usufruire della piacevolezza dei  luoghi e soddisfare la rassicurante abitudine degli spostamenti quotidiani . 

 Sull’argomento specifico sono costretto a ripetermi ed a rimandare a quanto ho a suo tempo segnalato sulle pagine dei quotidiani locali  ed a quanto più puntualmente riportato sul quaderno di pianificazione del Comune n.5 del 1999 ( dal titolo” Struttura e sistema urbano”).

 Peraltro sono felicemente sorpreso dell’inatteso cambiamento di linea assunto dall’ASCOM e dalle BOTTEGHE del CENTRO e  su quanto trapela sulla loro disponibilità all’allargamento dell’isola pedonale, per la verità già annunciato nell’ agosto del 2006 e poi evidentemente passato nel dimenticatoio.  

Se  avessero dichiarato ai miei tempi quanto  hanno dichiarato ora ed avessero affiancato, allora, quanto predicavo e quanto di buono era stato prodotto negli uffici per ricercare la qualità urbana e  difeso  quanto era stato fatto  con pochissime risorse, probabilmente  ci saremmo evitati il degrado strisciante che pervade la città e … probabilmente si sarebbe potuto evitare la stessa operazione piazza Marconi. Infatti molti dei richiami e delle proposte contenute nel documento dei Commercianti  confermano, a posteriori,  le varie ipotesi caldeggiate allora (durante il mio mandato nella Giunta Bodini)  con alcune ricerche e studi,  tentativi e prove concretamente messi in atto con piccoli passi per riqualificare la città, culminati con la collocazione del gazebo per la musica ai giardini,  la sistemazione di una porzione di piazza S.Agata, di piazza Antonella e della discussa piazza Stradivari per citare alcuni esempi.

 Verso la fine del ’95, infatti, fu creato l’ufficio per la “qualità urbana”, di fatto retto dall’arch.Cristina Tonoli, con L.Macchi, E.Martorana,e C.Rivaroli, che si adoperò  per l’unificazione dei vari elementi  di arredo, il rinnovo delle tinteggiature, tramite il piano del colore ed il concorso “Cremona più bella”, la ripavimentazione di strade, sagrati e  piazze, e dei vari regolamenti che dovevano sovraintendere a tali operazioni e che di fatto furono considerati, insieme all’ufficio che li aveva prodotti,  un inutile intralcio. Quanto è stato fatto è facilmente documentabile consultando il n°32/2001 della collana dell’Istituto Nazionale di Urbanistica (I.N.U.)a pag.186 (“Qualità urbana:analisi e progetti”),oppure il sito del Comune alla voce “Arredo urbano”,  oppure ancora  il contenuto della  Delibera C.n°39/27377 del 18.5.2001 che prevedeva il Regolamento per i colori delle facciate, l’occupazione temporanea del suolo pubblico , quello per le insegne, le targhe, le vetrine e le tende.

Sempre sullo stesso  sito del Comune credo sia  significativo andarsi a leggere le motivazioni con cui, a Lucca, per tale attività il Comune di Cremona fu riconosciuto meritevole (15.6.2001) del” Premio nazionale Torre di Guinigi per la riqualificazione urbana”.  ualità urbana:analisi e progettiQQ QQqqq

Si era operato per creare una nuova mentalità (negli uffici e negli utenti), costituendo un ufficio adibito a quei compiti, realizzando una normativa apposita per gli interventi negli spazi pubblici, favorendo una maggior attenzione verso alcuni dettagli normalmente trascurati. 

Per qualità urbana però non si intendevano solo “fioriere, panchine, lampioni,portabiciclette,..ma tutto ciò che concorreva a creare un intorno armonico di riferimenti visuali e rappresentava l’immagine stessa della città”.

Il concetto comprendeva manutenzione delle strade, delle facciate,luci, colori ,segnaletica, insegne,la creazione di percorsi accessibili, protetti, l’eliminazione dell’inquinamento acustico ed olfattivo….       

Ma attenzione, questi obbiettivi erano diretta conseguenza di una precisa e dichiarata” idea di città”, che si  conformava secondo definiti  assi di sviluppo e secondo un disegno che stava prendendo corpo con la stesura del Piano Regolatore Generale e che comportava un progetto complessivo intersettoriale,  gestito con criteri organici e coordinati. 

Pensavo che l’ Urbanistica e l’ Architettura avrebbero potuto dare un contributo consistente alla rinascita della città.  Ero convinto, come del resto lo sono ancora, che si dovesse capitalizzare il patrimonio di immagini che il centro storico ed una città ordinata poteva offrire.

Ritenevo che questa operazione potesse favorire non solo l’accoglienza, ma anche promuovere ed attrarre indirettamente nuove iniziative ed investimenti. Lo scopo, allora, era quello di riportare gente nel centro storico, consolidandone e rilanciandone l’immagine in armonia con le sue particolarità.        

Se ora è giunto il momento di far finalmente assumere al tema dello” spazio pubblico urbano”un ruolo che esprima chiaramente il benessere dei cittadini e l’identità della città che si vuol perseguire, allora senza contraddizioni, è necessario mettere chiaramente in atto tutti i provvedimenti tesi a conciliare la coabitazione di automezzi e pedoni nel rispetto di questi ultimi.

In tal caso il tema assume un respiro che va oltre la semplice “apertura/chiusura al traffico di qualche strada”, ma include il progetto di una trasformazione tesa a modificarne non solo l’aspetto ,ma anche il modo di usarlo e viverlo.

In sintesi il meccanismo di fruizione della città. E in questo senso la consistenza e la qualità degli spazi pubblici devono chiamare in causa la mobilità urbana, che risulta al tempo stesso responsabile del degrado visivo, acustico e  (come succede in questi giorni) respiratorio, ed altrettanto imputata delle oggettive difficoltà di circolazione e parcheggio.

StradivaricheFare: Ecco una domanda, fondamentale e obbligatoria...

L’ex piazza Cavour è sempre stata mercato stracittadino
Quali tendenze si stanno sviluppando nel commercio?

I numeri tragici di Unioncamere e la conferma che dal 2010 s’accentuerà la fuga dal negozio tradizionale - Crescerà la scelta di fare la spesa una volta alla settimana o via internet, si preferirà il canale dal produttore al consumatore - Già dilagano i farmer - market, l’e-commerce di massa, i negozi a tempo, i gruppi di acquisto solidale (in Lombardia sono ormai 120), le cooperative sociali - Parliamo anche del destino della Banca d’Italia


Centro cittadino,piazza Cavour ovvero Piazza Stradivari che è da sempre mercato. Qui sopra c’è la bellissima foto di Ernesto Fazioli.


Durante la Festa del torrone molti avranno notato un piccolo stand, all’angolo di Via Gramsci con Piazza Roma. Grafica con arcate a sesto acuto , un nome immediatamente evocativo, “Al Chiostro”. Apre un negozio in corso Mazzini 60 ed è espressione di una cooperativa “San Benedetto” che evoca l’operosità delle abbazie. “Al Chiostro” si vendono prodotti monastici di ogni tipo, da quelli alimentari, a libri, supporti multimediali e oggetti di arte sacra.

Non è che una delle espressione di un commercio che lentamente ma inesorabilmente si sta presentando anche a Cremona e che in fondo si può ridurre a una espressione con la quale è conosciuto in tutto il mondo, “farmers” (sarebbe meglio dire da noi “fattorie”, da fattore, l'effector latino, parola dalla quale deriva anche l’espressione britannica. Ma va così... purtroppo. Ci stiamo vendendo anche la brache).
Fattorie, ovvero dal produttore al consumatore, senza passaggi intermedi. I monaci si sono accorti che gli antichi laboratori non sono morti, quelli che li hanno chiusi rimpiangono, si rallegrano le abbazie ancora attive che intuiscono sbocchi nuovi e virtuosi.
Farmers a varia tipologia.
Cooperative sociali, fattorie più o meno tali in diversi luoghi della città, in via Massarotti, in via Matteotti e altrove, poi i mercatini della Coldiretti e dei prodotti biologici alla domenica in piazza Stradivari. “Il Chiostro” è solo l’ultimo nato.

Da considerare in “StradivaricheFare”, allora, sono sicuramente le nuove tendenze del commercio, cosa che pare assolutamente al di fuori di ogni interesse dell’Ascom locale. Tutto qui si riduce a un problema di parcheggi. Giusto ma... il mondo fuori sta marciando a grandissimi passi e nel giro di pochi anni si intuisce con poche incertezze che le scelte dei cittadini muteranno radicalmente.
La piazza e il commercio.
C’è una bella serie di dati da mettere ulteriormente sul tavolo. Prendiamo le statistiche nazionali che valgono anche più di quelle pur drammatiche locali perché è nell’ampiezza dei numeri che si configurano tendenze davvero attendibili.
Unioncamere Movimprese ci ha informato che in quattro anni in Italia abbiamo 4475 salumerie in meno, 3706 macellerie che hanno chiuso, 2821 negozi di elettrodomestici a serrande abbassate, 2683 fruttivendoli con la bandiera ammainata, 1271 panifici che nonostante l’alto prezzo del pane e i lauti guadagni delle imprese familiari, si sono arresi. In compenso contiamo ben 22.145 ambulanti itineranti in più.
Che significa?
Che si delinea una tripla tendenza. Al progressivo abbandono del negozio tradizionale scarsamente esclusivo, alla scelta della spesa una volta alla settimana, alla preferenza non solo economica per la merce direttamente dal produttore al consumatore.

I nuovi attori del commercio sono i farmers' markets, l’e-commerce di massa, i negozi a tempo, l’evoluzione dei gruppi di acquisto solidale (in Lombardia sono già 120). Tornano di moda persino le vendite porta a porta o per corrispondenza, grazie alla diffusione di internet. Afferma un noto sociologo, Giampaolo Fabris: “Si va già in America verso supermercati che vendono prodotti a chilometri zero. Ovvero prodotti di vicinanza. Con evidenti vantaggi sullo scontrino del prezzo”.
Purtroppo non se ne parla nelle nostre associazioni e tra i nostri politici. E’ difficile guardare oltre la punta del naso, ma sarebbe oltre modo necessario perché i commercianti italiani non siano un’altra volta assolutamente impreparati ad affrontare la nuova onda d’urto, come avvenne al fiorire degli Ipermercati. Allora Mondo Padano, che io dirigevo, e qualche architetto con responsabilità in Comune dichiarò con una frase ad effetto: “É un colpo alla nuca del centro storico cittadino". Ma l’Ascom non battè ciglio. Anzi, benedì l’Iper di Gadesco. Temo che il fenomeno si stia ripetendo, con altre modalità, ovviamente.
Il contadino si sta riprendendo il mercato. La saldatura tra un'importante organizzazione di produttori agricoli come la Coldiretti (un milione e mezzo di aziende associate, prima organizzazione agricola europea) e il Ministro dell'agricoltura Zaia su un progetto specifico teso a indirizzare l'intera filiera produttiva è una novità da seguire con attenzione.

Si tratta di questo: le aziende agricole associate indirizzano il prodotto da trasformare alle cooperative che aderiscono al progetto, mentre il prodotto fresco viene distribuito dai farmers' markets. Una filiera "chiusa" che vuole avere come elementi distintivi la tipicità, la tracciabilità, il Km 0, l'origine nazionale. Il progetto prevede lo sviluppo di 20.000 punti vendita in Italia. Sono qualità che inducono il consumatore persino a considerare in secondo piano il problema del prezzo che non sempre è più conveniente, ma che è un problema destinato inevitabilmente ad essere superato.

C’è poi un altro fenomeno già in atto e che lentamente si espande anche sotto il Torrazzo: secondo Mivimpresa si è registrato un boom stratosferico degli stranieri che lavorano nel commercio e che sono quasi tutti titolari di ditte individuali. Sono già 106 mila, nel 2003 non raggiungevano i ventimila. Adottano orari di lavoro più flessibili, abbattono i costi impiegando tutti i famigliari, praticano prezzi estremamente competitivi, in qualche caso persino aggressivi”.
C’è poi da tener in conto il commercio outlet, ovvero la vendita di prodotti di marca di medio livello a prezzo ribassato.

E qui ecco la notizia: si ha conferma che per la Banca d’Italia in piazza Stradivari un grande marchio straniero specializzato in queste operazioni sta valutando se ci sono condizioni economiche e vincoli architettonici non troppo sfavorevoli per trasformare lo stabile in un outlet, sempre a patto che si apra il grande parcheggio sotterraneo in piazza Marconi. L’outlet si presenterebbe di grandi dimensioni, aperto a varie tipologie di prodotti e sarebbe organizzato a torre sul tipo di analoghe strutture che si incontrano soprattutto fuori d’Italia,

il bacino non è, ovviamente, locale ma gode - secondo i tecnici che stanno valutando l’operazione - di un vantaggio che aveva a suo tempo fatto la fortuna dell’Iper di Gadesco (prima che la concorrenza diventasse inesorabile con lo spuntare di altre grandi strutture), ovvero della relativa equidistanza di Cremona da Mantova, Pavia, Parma, Brescia e naturalmente Piacenza. Sarebbe anche considerata favorevolmente la disponibilità che già mostra questa Giunta all’apertura della ZTL.

Per il commercio tradizionale in vista altra concorrenza? In questi giorni abbiamo un’altro supermercato. La apertura di Famila nell’area dell’ex Consorzio Agrario. Non ci siamo ancora con la Banca d'Italia. Ma se l’assegnazione alla famiglia Braga di Casalmaggiore l’intenzione di acquistare la Banca d’Italia sembra proprio una bufala, non del tutto infondata è la voce che le acque intorno a questo stabile sono mosse, anche se la Giunta non sa nulla e non batte ciglio, nonostante le numerose sollecitazioni ad occuparsi di una questione urbanistica così significativa.
StradivaricheFare? La risposta non è certo nelle carte degli ottomila urbanisti , più o meno qualificati che partecipano al giochetto “Comunquiz”.
Ma una presa di coscienza deve esserci. Questa sì. (fine).

Nella foto dentro il testo. Torniamo al mercato diretto? Ecco qui, a Porta Romana, il mercato dei polli, dai contadini al consumatore negli anni 1920. La foto è naturalmente di Ernesto Fazioli.

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• Discorsi correlati che i nostri lettori hanno già affrontato: il concorso di idee sulla sistemazione di piazza Stradivari sollazzo populista, la città occasionale, deregolata, una sciagura che apre la strada ai poteri più o meno forti, ma di sicuro invadenti ed arroganti.


Dibattito sul domani

Umanismo o robotismo?

Il dogma
della chincaglieria


da Bruce E. Levine*

In un negozio Ikea gigante in Arabia Saudita, nel 2004 tre persone sono state uccise da una mandria di clienti in lotta per accaparrarsi un buono sconto da 150 dollari (seguono altri esempi simili... ndr). I media tradizionali si sono concentrati sulla ressa di clienti impazziti e, in misura minore, sulla mancanza di senso di responsabilità da parte dei dirigenti che non avevano garantito la sicurezza. Comunque, nella stampa delle corporation era completamente assente qualsiasi riferimento ad una cultura del consumo e una società folle in cui i responsabili del marketing, i pubblicitari e i mezzi di informazione promuovono il culto della chincaglieria.
Anche i miei colleghi nel settore della salute mentale hanno occultato la follia sociale. Un’eccezione è rappresentata dallo psicoanalista socialdemocratico Erich Fromm (1900-1980). Fromm, in Psicoanalisi della Società Contemporanea (1955 – N.d.T.: il titolo originale dell’opera è, letteralmente, La società sana di mente), scrisse: "Eppure molti psichiatri e psicologi rifiutano di prendere in considerazione l’idea che la società nel suo complesso possa mancare di sanità mentale. Essi sostengono che il problema della sanità mentale in una società si riduca al numero di individui ‘disadattati’ e non in un possibile disadattamento della cultura in sé”.
Gli esseri umani sono – ogni giorno e in molti modi – assaliti da una cultura che psicologicamente, socialmente e spiritualmente: 1) crea crescenti aspettative materiali; 2) toglie valore all’interconnessione tra esseri umani ; 3) adatta le persone alla socialità in modo che siano egocentriche; 4) distrugge l’autonomia, aliena gli individui dalle normali reazioni emotive umane; 5) vende false speranze che creano maggiore sofferenza
Crescenti aspettative materiali. Spesso queste aspettative finiscono con l’essere insoddisfatte creando sofferenza che, a sua volta, alimenta difficoltà emotive e comportamenti distruttivi. In uno studio ora classico del 1998 che prendeva in esame i mutamenti nella sanità mentale degli immigrati messicani giunti negli Stati Uniti, Willian Vega, ricercatore nel campo dell’ordine pubblico, scoprì che, tra tali immigrati, l’assimilazione alla società statunitense comportava un tasso tre volte maggiore di episodi depressivi. Molti di questi immigrati soffrivano per le maggiori aspettative materiali che non venivano soddisfatte e riferivano, inoltre, di patire per il ridotto sostegno sociale.
La valutazione dell’interconnessione umana. Uno studio del 2006 pubblicato su American Sociological Review ha sottolineato che la percentuale di Americani che riferiva di non avere neppure un amico intimo con cui confidarsi è aumentata, negli ultimi 20 anni, dal 10% a quasi il 25%.L’isolamento sociale è altamente correlato a depressione e altri problemi emotivi.
La crescente solitudine, comunque, è una buona notizia per un’economia del consumo che prospera sul numero crescente di “unità di acquisto”: più persone sole vuol dire vendere più televisori, più DVD, più psicofarmaci ecc.
La promozione dell’egoismo. L’essere presi da se stessi è una delle molte cause dei tassi stellari di depressione e altre difficoltà emotive riscontrati negli U.S.A., ed è esattamente ciò che una cultura del consumo esige. Duemilacinquecento anni fa, il Buddha aveva riconosciuto il rapporto esistente tra appetizione egoistica e difficoltà emotive, e molti studiosi dell’essere umano, da Spinoza a Erich Fromm, sono giunti a conclusioni simili.
La distruzione dell’autonomia. La perdita di autonomia può creare un penoso stato di ansietà che alimenta depressione ed altri comportamenti problematici. Nella società moderna, un numero crescente di persone — sia donne che uomini — non è capace di prepararsi un semplice pasto. Queste persone non conosceranno mai gli effetti ansiolitici dell’essere sicuri delle proprie capacità di cucinare, coltivare le verdure, cacciare, pescare o raccogliere cibo per sopravvivere. In una società del consumo, una tale autonomia non ha alcun senso. Ad un qualche livello, la gente sa che se dovesse perdere il proprio reddito – cosa non impossibile di questi tempi – non avrebbe le capacità per sopravvivere.
L’alienazione dall’umanità. I sacerdoti della cultura del consumo — pubblicitari ed esperti di marketing — sanno che i consumatori fondamentalisti comprano di più se sono alienati dalle reazioni normali come la noia, la frustrazione, la tristezza e l’ansia. Se questi sacerdoti riescono a convincerci che un certo stato emotivo è un motivo di vergogna o il sintomo di una malattia, allora avremo più probabilità di comprare non solo psicofarmici, ma anche ogni genere di prodotto che ci faccia sentire meglio. Quando ci spaventiamo e alieniamo da una naturale reazione umana, questa “sofferenza sopra la sofferenza” genera ulteriore carburante per depressione ed altri comportamenti autodistruttivi ed azioni dannose.
La sofferenza delle false speranze. Le false speranze del consumismo fondamentalista risiedono nella scoperta, un giorno, di un prodotto che possa manipolare l’umore in maniera prevedibile senza alcuna ripercussione negativa. La moderna psichiatria è un membro a pieno titolo della cultura del consumo. Il suo "Sacro Graal" è la ricerca dell’antidepressivo capace di rimuovere il dolore della disperazione senza distruggere la vita. Alla fine del XIX secolo, Freud credeva di averlo trovato nella cocaina. Alla metà del XX secolo, gli psichiatri pensavano di averlo trovato nelle anfetamine e, successivamente, negli antidepressivi triciclici come il Tofranil e l’Elavil. Alla fine del XX secolo, ci sono stati gli SSRI (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina), come il Prozac, il Paxil, e lo Zoloft, di cui però si scoprì la tendenza a creare dipendenza e dolorose crisi di astinenza, oltre ad un’efficacia non superiore a quella del placebo. Ogni farmaco antidepressivo, non importa quale, viene presentato come capace di eliminare la depressione senza distruggere la vita. Ma, ogni volta, si scopre che quando si armeggia con i neurotrasmettitori, si arreca un danno alla vita, proprio come con l’elettroshock e la psicochirurgia.
Le manovre fondamentali del consumismo -
1. Convincere le persone che se non comprano l’ultimo prodotto figo non valgono niente.“Stai guardando questo programma su una vecchia TV da pochi soldi? Solo gli impianti digitali offrono la chiarezza di immagine e suono necessari a distruggere la tua immaginazione!”.
2. Distruggere i sindacati in modo che i salari ristagnino e scendano.
3. Elargire credito facile a fiumi.
4. Quando tutto va in pezzi, dare la colpa alla debolezza di carattere.
I fondamentalisti rifiutano tanto la ragione quanto l’esperienza. I fondamentalisti sono attaccati a un dogma e, se il loro dogma fallisce, non si danno per vinti. Al contrario, decidono di intensificare la propria fede e rafforzare il proprio dogma.
Cinquantaquattro anni fa, Erich Fromm concluse: "L’uomo [sic] oggi deve affrontare la scelta più fondamentale; non quella tra Capitalismo e Comunismo, ma quella tra robotismo (tanto del tipo capitalista quanto del tipo comunista) e Sistema Umanistico Comunitario. La maggior parte dei fatti sembra indicare che optando per il robotismo , a lungo termine,si va verso follia e distruzione. Ma la forza di tutti questi fatti non è sufficiente per distruggere la fede nella ragione, nella buona volontà e nella sanità mentale dell’uomo. Fino a quando saremo in grado di concepire delle alternative, non saremo perduti".
Liberarsi dal consumismo fondamentalista significa concepire delle alternative e comporta anche una sfida attiva: scegliere di sperimentare le diverse dimensioni della vita che sono state escluse dal dogma.
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Bruce E. Levine è uno psicologo clinico e l’autore di Surviving America's Depression Epidemic: How to Find Morale, Energy, and Community in a World Gone Crazy (‘Sopravvivere all’epidemia di depressione dell’America: Come trovare l’etica, l’energia e la comunità in un mondo impazzito’), Chelsea Green Publishing, 2007.

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ORIANA BONAN

L'astensione e la democrazia
Ma quale sovranità del popolo?

Uno dei maggiori intellettuali francesi sostiene che il clamoroso astensionismo denuncia una crisi della democrazia di impronta liberale dopo oltre un secolo nel quale sotto questa bandiera si sono potuti , ammettendone tutte le condizioni, quelle appunto sottolineate dall'autore, che hanno figliato anche i peggiori totalitarismi. Bisogna dunque ripensare a un modello diverso di democrazia, riportandola alla sua purezza, il che impone un obbligo di doveri morali che è in contraddizione con le forme post democratiche del liberalismo resuscitato negli anni '70


di Alain de Benoist


L'astensione viene considerata un brutto segno per la democrazia. Ma per quale democrazia? Democrazia d’opinione, televisiva, di mercato? Studiate nella dimensione della crisi o valutate nella dinamica postmoderna, le patologie delle democrazie contemporanee attraggono vieppiù l’attenzione degli osservatori. È opinione generale che esse non ineriscano alla democrazia come tale, ma derivino dalla corruzione dei suoi principi. Gli osservatori più superficiali l’attribuiscono a fattori e fenomeni esterni (rituali le denunce del fondamentalismo, del populismo, del comunitarismo, della globalizzazione, ecc.), che riguardano solo evoluzione dei costumi e mutamenti sociali. Spesso, insomma, si scambia la causa per l’effetto, mentre gli osservatori più seri vanno oltre le osservazioni immediate e s’interrogano sull’evoluzione della democrazia, parlando allora di distacco più o meno netto fra ciò che la democrazia è e ciò che dovrebbe essere secondo i suoi principi fondatori.
Certuni parlano già di "post-democrazia", non per dire che la democrazia è al termine, ma per suggerire che ha spontanemente adottato forme post-democratiche, da definire e classificare. Altri suggeriscono che siamo in una situazione paragonabile a quella di pochi anni prima della rivoluzione francese. I toni più comuni sono inquieti e disillusi.
Per le democrazie europee la crisi attuale non è la prima. In materia Marcel Gauchet pubblica La révolution moderne e La crise du libéralisme, 1880-1914 (entrambi Gallimard), primi due - di quattro - volumi su L’avènement de la démocratie. La prima crisi della democrazia si profila in Francia dal 1880, s’afferma con lo «choc 1900», ma esplode solo dopo la Grande guerra, culminando negli anni Trenta. A quell’epoca - scrive Gauchet - «il regime parlamentare si rivela tanto ingannatore quanto impotente; minato dalla divisione del lavoro e dall’antagonismo fra classi, la società pare crollare; generalizzandosi, il cambiamento storico accelera, cresce, sfugge ai controlli». Si entra nell’era delle masse e la società è lacerata dalla lotta di classe. Inoltre cadono le solidarietà organiche e si svuotano le campagne. Conseguenza diretta di tale crisi è innanzitutto l’ascesa delle prime ideologie (pianismo, tecnocrazia) che vogliono dare il potere politico a «esperti», poi, e soprattutto, lo scatenarsi dei regimi totalitari, che tenteranno - come hanno dimostrato Louis Dumont e, in misura minore, Claude Lefort - di compensare gli effetti dissolventi dell’individualismo e la destrutturazione culturale della società con un olismo tanto artificioso quanto brutale, legato alla mobilitazione delle masse e all’instaurazione d’un regime da caserma nella società globale, su un fondo d’appelli a concetti prepolitici come la «comunità razziale». In realtà, per Gauchet, «tornano o tentano di tornare, in un linguaggio laico, alla società religiosa, alla sua coerenza e alla convergenza delle sue parti».
Da questo punto di vista, i totalitarismi del XX secolo sono incontestabilmente figli (illegittimi) del liberalismo.La fine della II guerra mondiale segna il grande ritorno della democrazia liberale. In un primo tempo, però, per evitare la ricaduta negli errori prebellici, la democrazia liberale si veste da Stato-Provvidenza.
Nel contesto del fordismo trionfante, in realtà si forma un regime misto, che al classico Stato di diritto associa elementi d’essenza più democratica, ma dove la democrazia è vista innanzitutto come «democrazia sociale». Per Gauchet le caratteristiche di questa «sintesi liberal-democratica» sono: rivalutazione del potere esecutivo in seno al sistema rappresentativo, adozione - dove ancora mancavano - di assicurazioni sociali contro la malattia, la disoccupazione, la vecchiaia e l’indigenza, infine costituzione di un apparato che rimedi all’anarchia derivante dal libero sviluppo degli scambi sui mercati.
Più o meno normalmente il sistema funzionò fino a metà degli anni Settanta. Dal 1975-80 nuove tendenze portano a una crisi diversa. Ideata come società d’assicurazioni e come organizzazione benefica, la democrazia sociale comincia ad ansimare e il liberalismo puro torna a prevalere. Privilegiata senza ritegno, la società civile diventa il motore di una nuova fase dell’organizzazione autonoma della vita sociale. È il grande ritorno del liberalismo economico, mentre a poco a poco il capitalismo si libera degli ostacoli, processo culminante nella globalizzazione seguita alla disgregazione del sistema sovietico. A lungo relegata nel ruolo simbolico e decorativo delle venerabili astrazioni d’epoca, l’ideologia dei diritti dell’uomo diventa la religione dei tempi nuovi e, insieme, la cultura dei buoni sentimenti, l’unica capace di realizzare il consenso sulle rovine delle ideologie precedenti.
Nello stesso tempo lo Stato-nazione si rivela sempre più impotente contro le sfide del momento, perdendo progressivamente tutti i «valori di maestà», mentre si assiste, ovunque, al massiccio rilancio del processo d’individualizzazione, che si traduce nella scomparsa, in pratica, dei grandi progetti collettivi fondatori d’un «noi». Mentre in passato «era questione solo di masse e classi, perché l’individuo era considerato per il suo gruppo, la società di massa è stata sovvertita dall’interno dall’individualismo di massa, che sottrae l’individuo al suo appartenere». È anche l’epoca della quasi scomparsa delle società rurali occidentali, rivoluzione silenziosa i cui effetti profondi saranno più o meno inavvertiti, e dalla generalizzazione delle società multietniche, nate dall’immigrazione di massa.
Per capire quest’evoluzione va colta la distinzione fra democrazia antica e moderna. La prima, già insita nell’idea di un’autocostituzione delle comunità umane, può definirsi come la formazione politica dei mezzi dell’autonomia grazie alla partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica.
La democrazia moderna è intrinseca alla modernità, ma solo attraverso un legame col liberalismo che tende a snaturarla. La causa profonda della crisi è l’alliage contronatura della democrazia col liberalismo, che Gauchet ha potuto presentare come «la dottrina stessa del mondo moderno».
L’espressione «democrazia liberale» associa come complementari termini contraddittori. Oggi, rivelandosi del tutto, il liberalismo minaccia le basi della democrazia.
Giustamente Chantal Mouffe (The Democratic Paradox, Verso) osserva: «Da una parte c’è la tradizione liberale costituita dal regno della legge, dalla difesa dei diritti dell’uomo e dal rispetto della libertà individuale; dall’altra la tradizione democratica, con idee principali come eguaglianza, identità fra governo e governati, sovranità popolare.
Fra queste due diverse tradizioni non c’è una relazione necessaria, ma solo un’articolazione storica contingente». Senza cogliere questa distinzione non si capisce la crisi attuale della democrazia, crisi di sistema di questa «articolazione storica contingente». Democrazia e liberalismo non sono sinonimi. Su punti importanti sono perfino concetti opposti. Ci possono essere democrazie non liberali (democrazie e basta) e liberali non democratici. Per Carl Schmitt, più una democrazia è liberale, meno è democratica.

(Traduzione di Maurizio Cabona) - Fonte: Arianna Editrice.

Il problema visto dalla sponda liberale: la post democrazia secondo il sociologo tedesco Ralf Dahrendorf, spentosi lo scorso 19 giugno

Che con la crisi mondiale ed i provvedimenti che sono stati adottati la democrazia ultraliberale sia giunta al suo capolinea non occorre dimostrarlo. Ma il rifiuto del voto, un fenomeno generalizzato, riconfermato dalle elezioni europee e poi, persino dalle elezioni locali ha dato ancor più vigore al dibattito che infiamma davvero l'Europa più sensibile.
Purtroppo non avviene altrettanto in Italia: nessuno dei due grandi partiti ha interesse ad alimentarlo, ma altrove, in Francia, in Germania ed Inghilterra è aperto il confronto sul dopo. In questo senso Il Vascello pubblica, qui sopra il prezioso intervento di Alain de Benoist e poco prima della sua morte (avvenuta lo scorso 19 giugno, all'età di 80 anni), si è nuovamente espresso il filosofo e sociologo tedesco Ralf Gustav Dahrendorf, del quale si ha traccia- persino da noi - in una intervista di di Antonio Polito pubblicata da Laterza con un titolo significativo "Dopo la democrazia".
La fine del secolo breve sembrava avere segnato il definitivo trionfo dell'economia di mercato e della democrazia liberale. Dopo il crollo del muro di Berlino e l'implosione dell'Unione sovietica, il modello democratico-rappresentativo è stato adottato dagli ex paesi socialisti ed è stato celebrato come fonte e garanzia di libertà, pluralità e progresso. Tuttavia, proprio nel momento in cui la democrazia liberale viene esaltata, la sovranità degli Stati-nazione, base delle moderne democrazie rappresentative, è sottoposta -secondo Dahrendorf - alle tensioni erosive dai processi di globalizzazione e glocalizzazione e dal crollo della grande finanza come intriseca garanzia di pluralità attraverso una diffusione generalizzata della ricchezza.
Ma se la democrazia ultraliberale che pare il nerbo del mondo occidentale ed il suo vangelo per tutti i popoli del mondo implode perchè i cittadini non la riconoscono e se ne allontanano, è doveroso che una sempre più cospicua letteratura critica si interroghi oggi sul futuro della democrazia.
Al suo interno, schematicamente, è possibile distinguere due diverse correnti di pensiero: quella dei globalisti, da un lato, e quella degli scettici, dall'altro. I primi, i globalisti, sostengono la crisi irreversibile dello Stato-nazione a seguito dei processi di compressione spazio-temporale, di accelerazione dell'interdipendenza economica delle diverse società nazionali e di contrazione del mondo che caratterizzano le dinamiche della globalizzazione. Gli scettici, invece, denunciandone gli aspetti ideologico-mistificatori, respingono il concetto di globalizzazione, preferendo parlare di internazionalizzazione, per sottolineare la perdurante centralità degli Stati-nazione anche in una fase storica in cui i legami economici tra le diverse società nazionali si accrescono e diventano sempre più forti.

Ed ecco Ralf Dahrendorf interrogarsi sulla post-democrazia. Contraltare alle tesi di Alain de Benoist, ma alla fine assai vicino nelle conclusioni, l'autore della Libertà che cambia si professa ancora un grande sostenitore ed uno strenuo difensore della democrazia classica, ma dichiara anche di essere consapevole della necessità di ripensare gli assetti costituzionali attraverso i quali la democrazia funziona, alla luce dei cambiamenti fondamentali che sono avvenuti e continuano a verificarsi.
La democrazia classica a cui Dahrendorf fa riferimento è la democrazia rappresentativa, da lui stesso definita come un insieme di istituzioni finalizzate a dare legittimità all'esercizio del potere politico .
Secondo Dahrendorf, i principi costitutivi del modello democratico-rappresentativo sono essenzialmente tre: 1) la possibilità di produrre cambiamenti politici senza ricorrere alla violenza; 2) la possibilità, attraverso un sistema di chek and balance, di controllare coloro che detengono il potere, in modo tale che non ne abusino; 3) la possibilità da parte del demos di avere voce in capitolo nell'esercizio del potere.
Se i principi costitutivi della democrazia classica rimangono per Dahrendorf ancora fondamentali ed attuali, di contro, secondo il sociologo tedesco, è difficile comprendere come essi possano funzionare in una dimensione diversa da quella dello stato-nazione, oggi in crisi.
La crisi della democrazia è, dunque, strettamente legata per Dahrendorf alla crisi dello stato-nazione, una crisi che egli riconduce alle dinamiche della globalizzazione e della glocalizzazione; ossia al duplice processo di erosione e frammentazione della sovranità nazionale da un lato verso l'esterno degli ordinamenti nazionali, dall'altro verso il loro interno.
Nel caso della globalizzazione, i poteri, prima esercitati dalle democrazie rappresentative, stanno emigrando progressivamente verso organizzazioni sovranazionali ed internazionali, sia politiche sia economiche, nei confronti delle quali i cittadini non possono esercitare nessuna forma di controllo e rispetto alle quali, sottolinea Dahrendorf, i tre requesiti fondamentali del paradigma democratico-liberale non trovano più nessuna risposta.
Per quanto concerne i processi inerenti la glocalizzazione, il sociologo tedesco ne sottolinea gli aspetti positivi, riscontrabili nel rafforzamento dei poteri di comuni, province e regioni, ai fini di una riformulazioni degli assetti democratici su scala locale. Evidenzia, tuttavia, anche gli aspetti negativi del localismo quando esso si trasforma in regionalismo; ossia nella tendenza alla creazione di regioni omogenee da un punto di vista etnico, che divengono intolleranti al proprio interno ed aggressive verso i paesi confinanti.

Il duplice processo di erosione diventa evidente allorquando si analizzano le istituzioni tradizionali della democrazia rappresentativa. I Parlamenti stanno oggi progressivamente perdendo la loro centralità legislativa e la loro funzione di rappresentanza. I governi sono trascinati verso spinte populistiche da nuovi leaders demagogici. I partiti sono oramai divenuti delle semplici macchine elettorali, avendo abdicato alla loro funzione di intermediari. Le elezioni, infine, non sembrano più consentire ai cittadini di incidere fattivamente sui cambiamenti delle linee di governo.
Tuttavia, pur evidenziando la crisi attraversata dagli attuali ordinamenti politico-istituzionali democratici, Dahrendorf non la enfatizza e prende le distanze dalle tesi estreme sulla globalizzazione. L'indebolimento della democrazia causato dall'emigrazione delle decisioni verso altri spazi non significa che gli Stati-nazione non abbiano più alcuna possibilità di prendere decisioni cruciali, e spesso differenti da paese a paese.
Dahrendorf esemplifica i problemi inerenti all'applicazione delle istituzioni tradizionali della democrazia rappresentativa ad organizzazioni sovranazionali, soffermandosi sull'Unione europea. Per il sociologo tedesco l'Unione europea rappresenta una realtà istituzionale intrinsicamente non democratica, il cui carattere non democratico affonda in qualche misura già nelle sue stesse origini.
Si assiste, così, prosegue Dahrendorf alla costruzione di un'entità politica sovranazionale che non solo legifera in segreto, ma che risulta anche essere priva della conditio sine qua non per la realizzazione di una democrazia rappresentativa: un demos europeo per una democrazia europea.
A differenza degli Stati Uniti d'America, infatti, l'Europa è composta da un alto numero di Paesi con un inadeguato livello di coesione culturale.
E comunque, vengono a galla gli estremi difetti della democrazia americana, ravvisabili sia nella rilevanza che le risorse economiche, dirette o indirette, ricoprono nella selezione e nella formazione della classe dirigente politica, sia nella cultura esasperatamente produttivistica del capitalismo americano, di cui spesso il ceto politico, come nel caso dell'amministrazione Bush, diventa il pedissequo ed acritico portavoce. Da questa cultura stenta a liberarsi, nei fatti, Barack Obama, che ha introdotto interventi contradditori rispetto al libero mercato ma graditi dal neo liberismo corrotto, confermando nella opposizione dei termini la crisi della acclamata democrazia liberale.

Per quanto concerne i media tradizionali - stampa, radio, televisione - Dahrendorf precisa che essi non soltanto riflettono, ma anche deviano in una direzione o in un'altra gli orientamenti della gente. E' dunque estremamente importante ai fini della democrazia, anche più che nel passato, che ci sia una pluralità di media, che non si creino cioè né monopoli né cartelli. Ed è altrettanto importante che i media siano criticabili, che ci sia cioè una dialettica in cui altri media, ma anche istituzioni e organizzazioni, possono giudicare, obiettare, contestare.
Soffermandosi sulle nuove tecnologie della comunicazione, e in modo specifico su Internet, il sociologo tedesco ne riconosce le potenzialità. Osserva, tuttavia, anche che, pur garantendo una maggiore partecipazione, il dibattito che si svolge sulla Rete non possiede i caratteri di un dibattito politico informato, in quanto di esso non si conosce mai precisamente quale sia lo stato e quali siano gli esiti, chi siano i partecipanti e chi i destinatari.
Infine, per quanto riguarda la piazza, intesa come luogo fisico e simbolico in cui i cittadini manifestano il proprio dissenso ed esprimono i propri interessi, le proprie istanze ed i propri desideri, il sociologo tedesco, pur criticandone gli eccessi e le violenze, ne evidenzia l'attuale importanza, in quanto (...) finché non troviamo un altro modo per riempire questo vuoto, finché coloro che sono eletti non scopriranno altre vie per mettere in condizione il popolo di avere voce in decisioni sempre più prese in sede remote ed irraggiungibili, quelle manifestazioni restano comunque un buon segno. Perciò ci dicono qualcosa di importante: che la gente non accetta questo stato di cose
Dahrendorf si sofferma anche sulle sfide poste alla democrazia dai nascenti problemi relativi alle questioni bioetiche. A suo avviso, data la loro estrema complessità sia sul piano scientifico, sia su quello etico, tali tematiche non possono essere sottoposte al processo democratico di decisione, basato sul principio di maggioranza, non possono cioè essere valutate adeguatamente dal senso comune dei cittadini. Per questo, secondo il sociologo tedesco, la soluzione migliore sarebbe l'istituzione di Senati etici rigorosamente non elettivi, composti da eminenti personalità, esperte di questioni bioetiche, che godano della fiducia del pubblico e prendano decisioni meditate e non partigiane.
Nel complesso Dahrendorf ritiene che la crisi dei vigenti ordinamenti democratici segni una nuova fase storico-politica: quella della post-democrazia. Una fase critica che richiede uno sforzo di creatività, in modo da ripensare le istituzioni democratico-rappresentative alla luce dei nuovi processi in atto.
I democratici - conclude Dahrendorf - non devono chiudere gli occhi davanti alla realtà e ai cambiamenti che sono avvenuti, ma devono piuttosto cercare di applicare i loro principi ad una situazione profondamente mutata. Dopo la democrazia, noi dobbiamo e possiamo costruire una nuova democrazia.

Osservatorio: idee, firme di ieri e oggi de il Vascello

Il secondo settimanale economico tedesco mette in discussione l’undici settembre

di Pino Cabras ( 11/01/2010 - Fonte: megachip )


La rivista economica tedesca «Focus Money» (N. 2 / 2010), affronta una narrazione dettagliata sull’11/9 e mette radicalmente in discussione la versione ufficiale. Stiamo parlando del secondo settimanale economico della nazione economicamente più forte dell’Europa, un magazine edito da un colosso dell’editoria tedesca, il gruppo di Hubert Burda.
Il signor Burda è un insigne esponente della superclasse globale, un editore-intellettuale di primissimo piano nell’establishment germanico: è leader della VDZ, la “confindustria degli editori”, nonché cofondatore dell’analogo sindacato su scala europea, ma è anche membro del Consiglio del World Economic Forum e ha partecipato perfino a riunioni dell’esclusivo Club Bilderberg.
L’uscita di questo articolo è dunque degna di attenzione: è la prima volta che un giornale così ben inserito nel mainstream occidentale si cimenta nel raccontare in modo talmente critico i lati più scomodi dell’evento che ha dato l’impronta al secolo, l’11 settembre,
«Focus Money», espone la maggior parte degli argomenti e delle contraddizioni cruciali in cinque pagine patinate. Tra le altre questioni affrontate, l’articolo suppone che il crollo del World Trade Center possa essere stata una demolizione intenzionale.
Inoltre, l’articolo solleva seri dubbi circa la “follia” attribuita alle personalità critiche, che di solito vengono stigmatizzate come “teorici del complotto”. La rivista ricorda che «non si tratta solo di politici seri che non vogliono più credere alla versione ufficiale», bensì anche, «di migliaia di scienziati che mettono in discussione l’11/9».
L’autore dell’articolo è Oliver Janich. Lavora come giornalista d’inchiesta freelance per «Financial Times Deutschland», «Sueddeutsche Zeitung», «Euro&Finance» e ha una rubrica fissa per «Focus Money».
Nel suo blog Janich spiega che ha lottato molti anni per convincere la redazione della necessità di pubblicare queste cinque pagine. Si chiede sommessamente perché il mainstream resista, e prova a rispondere: non è necessaria una grande congiura dei media per impedire che si pubblichi questo tipo di storie, soprattutto per i grandi eventi. Ogni redattore, secondo Janich, ha il timore di incappare nella vergogna di ripetere l’infortunio dei falsi diari di Hitler, che nel 1983 danneggiò enormemente il settimanale «Stern». Janich descrive questa riluttanza dei colleghi, dovuta proprio alla grandezza dell’evento, finché, guardando ai fatti, i colleghi ammettono che è sbagliato non porsi dubbi. E così nasce anche l’articolo sull’11/9.
La prima pagina dell’articolo mostra le foto di personalità scettiche sull’«11/9 “ufficiale”», tra cui Charlie Sheen, Sharon Stone, Rosie O’Donnell, William Rodriguez (accanto a George W. Bush), l’ex governatore Jesse Ventura, Richard Gage, il giudice federale tedesco Dieter Deiseroth e molti altri.
Il resto dell’articolo è denso di accenni a molte informazioni. La prova di una demolizione controllata degli edifici, la critica della teoria dell’incendio, le domande sugli intercettori, sull’Edificio 7 del WTC e sul Pentagono. Si parla delle “manovre di volo impossibili,” delle dimissioni del senatore Max Cleland, che viene citato nel dire «È una truffa, uno scandalo nazionale», sdegnato dalla marea di menzogne alla Commissione, che hanno ostacolato le indagini. Si fa anche cenno alla misteriosa morte di Barry Jennings, un alto funzionario del Dipartimento dei Servizi di emergenza della città di New York. Era un testimone chiave dei fatti accaduti all’Edificio 7. Ancora ricoperto di polvere, Jennings aveva rilasciato un’intervista in diretta alla ABC e poi più avanti nel tempo per il documentario “Loose Change Final Cut” diretto da Dylan Avery.
Appena pochi mesi fa, ai primi di settembre, c’era stato già un articolo corretto e bilanciato sull’11/9 in un settimanale TV tedesco.
Le ragioni della pubblicazione dell’articolo di «Focus Money» sono da comprendere. Può darsi che la redazione abbia autonomamente deciso di pubblicare una storia in sé interessante, che ormai anche per una testata giornalistica di quella dimensione risulta difficile “regalare” ai media “alternativi”. E quindi potrebbe essere un caso legato a scelte commerciali contingenti.
Non si può ignorare però che la pubblicazione ricade in un momento in cui ha ripreso vigore tutta la retorica legata ad al-Qa’ida, sull’onda dello strano pseudo-attentato di Mutanda Boom sul volo Amsterdam-Detroit. Quella retorica è usata a piene mani dall’Amministrazione USA per sostenere un rinnovato sforzo bellico in Afghanistan. La Germania, troppo militarmente coinvolta in quell’area e assai riluttante a esporsi con ulteriori soldati, potrebbe essere interessata a iniziare a screditare il racconto di fondo, a partire proprio dall’11/9. Qualcosa di simile è accaduta in Giappone con il cambio della guardia nel governo, laddove il Partito Democratico giapponese sfida apertamente la versione ufficiale del governo USA sui fatti dell’11/9 e ne mette in discussione la capacità di giustificare l’intervento in Afghanistan.
Può quindi accadere che le redazioni si sentano più libere di riportare i dubbi che non avevano mai osato pubblicare prima, perché temevano la catena di domande radicali che si trascinavano con sé sulla struttura del potere. Anche in seno alle classi dirigenti forse si apre qualche dibattito sul destino del mondo e sulle soluzioni non solo militari

L'OGM viene da Bruxelles

Sembrava fatta. Al testo avevano lavorato a lungo un gruppo tecnico interregionale e due Comitati: quello degli assessori regionali all'agricoltura e quello degli assessori regionali all'ambiente. Era risultato un documento complicato, che per la prima volta in Italia avrebbe dato comunque, con tutte le cautele e le farraginosità del caso, via libera alle coltivazioni ogm. Titolo: "Linee guida per le normative regionali di coesistenza tra colture convenzionali, biologiche e geneticamente modificate".

La Conferenza Stato-Regioni lo avrebbe dovuto approvare già la settimana prossima come decreto da inviare per il "via libera" a Bruxelles da dove sarebbe stato recapitato alle 20 Regioni italiane per le disposizioni applicative. Una fuga di notizie. E la pausa di riflessione si è imposta da sola. Rinvio, dunque, come proposto giovedì 21 gennaio dall'assessore dell'Emilia-Romagna Tiberio Rabboni. E apertura di un'ampia consultazione.

Le prime reazioni sono piuttosto sconcertanti: per motivi a volte opposti, quell'ipotesi di decreto non piace più nessuno. Non ai sostenitori degli ogm (Confagricoltura in testa). E gli stessi promotori avanzano dubbi sulla sua applicabilità, riconoscendone le implicite difficoltà operative, organizzative, finanziarie. La Coldiretti lo boccia senza attenuanti. Contrario anche il ministro Zaia.

A questo punto, se non fossimo italiani, ci potremmo chiedere perché quei poveretti dei comitati hanno lavorato, su mandato di chi, eccetera.

Purtroppo, lo sappiamo. L'Europa di Barroso ha una politica ambigua in tema di ogm. Ma, alla fine, non li vuole escludere. L'esecutivo europeo chiamato Barroso 1 ha avuto per cinque anni all'Agricoltura una dura come Mariann Fischer Boel, dura con gli ogm, favorevole alle produzioni biologiche. Ma MFB non c'è nel Barroso 2, è stata silurata (anche per le spinte della potente lobby degli ogm?) e al suo posto c'è il romeno Dacian Ciolos, che non ha detto molto, per ora, sul tema specifico.

Dunque, cari amici, a Bruxelles ci vuole chi sostenga in modo forte il biologico, qualcuno che dia una visione ampia, ecologista e ambientalista, a un progetto che riconosca al settore biologico il suo ruolo all'interno dell'agricoltura e che dia prospettive crescenti all'interno dell'intera economia agricola europea. Fare lobby a Bruxelles significa evitare brutte sorprese nelle regioni italiane.

Antonio Felice ( fonte: Green Planet)

Il colonialismo economico ha strangolato l'Africa

di Massimo Fini


Sui fattacci di Rosarno anche la stampa più bieca e razzista è stata costretta a prendere le parti degli immigrati ("Hanno ragione i negri", ha titolato il Giornale, 9/1), sfruttati fino all'osso per i famosi lavori che "gli italiani non vogliono più fare", costretti a vivere in case di cartone e, come se non bastasse, presi anche a pallettoni. Quando però si analizzano le cause di queste migrazioni ormai bibliche, che portano a situazioni tipo Rosarno in Europa e negli Stati Uniti, la stampa occidentale resta sempre, e non innocentemente, in superficie.
Si dice che costoro sono attratti dalle bellurie del nostro modello di sviluppo. Ora, non c'è immigrato che non possegga almeno un cellulare e che non sia in grado di avvertire chi è rimasto a casa di che "lacrime grondi e di che sangue" questo modello.
Si dice allora che costoro sono costretti a venire qui a fare una vita da schiavi a causa della povertà e della fame che strazia i loro Paesi. E questo è vero. Ma non si spiega come mai queste migrazioni di massa sono cominciate solo da qualche decennio e vanno aumentando in modo esponenziale. In fondo le navi esistevano anche prima e pure i gommoni.
Il fatto che gli immigrati di Rosarno siano prevalentemente provenienti dall'Africa nera ci dà l'opportunità di spiegarlo.
L'opinione pubblica occidentale, anche a causa della disinformatia sistematica dei suoi media, è convinta che la fame in Africa sia endemica, che esista da sempre. Non è così. Ai primi del Novecento l'Africa nera era alimentarmente autosufficiente. Lo era ancora, in buona sostanza (al 98%), nel 1961. Ma da quando ha cominciato ad essere aggredita dalla pervasività del modello di sviluppo industriale alla ricerca di sempre nuovi mercati, per quanto poveri, perché i suoi sono saturi, la situazione è precipitata.
L'autosufficienza è scesa all'89% nel 1971, al 78% nel 1978.
Cos'è successo? L'integrazione nel mercato mondiale ha distrutto le economie di sussistenza (autoproduzione e autoconsumo) su cui quelle popolazioni avevano vissuto, e a volte prosperato, per secoli e millenni, oltre al tessuto sociale che teneva in equilibrio quel mondo (come è avvenuto in Europa agli albori della Rivoluzione industriale quando il regime parlamentare di Cromwell, preludio della democrazia, decretò la fine del regime dei "campi aperti" (open fields), cosa a cui le case regnanti dei Tudor e degli Stuart si erano opposte per un secolo e mezzo, buttando così milioni di contadini alla fame pronti per andare a farsi massacrare nelle filande e nelle fabbriche così ben descritte da Marx ed Engels).
Oggi, nell'integrazione mondiale del mercato, nella globalizzazione, i Paesi africani esportano qualcosa ma queste esportazioni sono ben lontane dal colmare il deficit alimentare che si è venuto così a creare. E quindi la fame.
Senza per questo volerlo giustificare il colonialismo classico è stato molto meno devastante dell'attuale colonialismo economico. Fra i due c'è una differenza sostanziale, di qualità. Il colonialismo classico si limitava a conquistare territori e a rapinare materie prime di cui spesso gli indigeni non sapevano che farsi, ma poiché le due comunità rimanevano separate e distinte poco cambiava per i colonizzati che, a parte il fatto di avere sulla testa quegli stronzi, continuavano a vivere come avevano sempre vissuto, secondo la loro storia, tradizioni, costumi, socialità, economia.
Il colonialismo economico, invece, ha bisogno di conquistare mercati e per farlo deve omologare le popolazioni africane (come del resto le altre del cosiddetto Terzo Mondo) alla nostra way of life, ai nostri costumi, possibilmente anche alle nostre istituzioni (la creazione dello Stato, per soprammercato democratico o fintamente democratico, ha avuto un impatto disgregante sulle società tribali), per piegarle ai nostri consumi.
In Africa si vedono neri con i RayBan (con quegli occhi!) e il cellulare, che costano niente, ma manca il cibo. Perché il cibo non va dove ce n'è bisogno, va dove c'è il denaro per comprarlo. Va ai maiali dei ricchi americani e, in generale, al bestiame dei Paesi industrializzati, se è vero che il 66% della produzione mondiale di cereali è destinato alla alimentazione degli animali dei Paesi ricchi (dato Fao).
E adesso ci si è messa anche la Cina, new entry in questo gioco assassino, che compra, con la complicità dei governanti corrotti, intere regioni dell'Africa nera la cui produzione, alimentare e non, non va ai locali, sfruttati peggio degli immigrati di Rosarno, ma finisce a Pechino e dintorni.
Ma l'invasione del modello di sviluppo egemone ha anche ulteriori conseguenze, quasi altrettanto gravi della fame. Sradicati, resi eccentrici rispetto alla propria stessa cultura che è finita nell'angolo, scontano una pesantissima perdita di identità. A ciò si devono le feroci guerre intertribali cui abbiamo assistito, con ipocrita orrore, negli ultimi decenni.
Perché le guerre in Africa, sia pur con le ovvie eccezioni di una storia millenaria, avevano sempre avuto una parte minoritaria rispetto alla composizione pacifica fra le sue mille etnie (J.Reader, "Africa", Mondadori, 2001). E così fra fame, miseria, guerre, sradicamento, distruzione del loro habitat, costretti a vivere con i materiali di risulta del mondo industrializzato (si vada a Lagos, a Nairobi o in qualsiasi altra capitale africana) i neri migrano verso il centro dell'Impero cercandovi una vita migliore. O semplicemente una vita.
E i nostri "aiuti", anche quando non sono pelosi, non solo non sono riusciti a tamponare il fenomeno della fame e della miseria, in Africa e altrove, come è emerso dal recente vertice della Fao tenuto a Roma, ma l'hanno aggravato perché tendono ad integrare ulteriormente le popolazioni del Terzo Mondo nel mercato unico mondiale, stringendo così ancor di più il cappio intorno al loro collo. Alcuni Paesi e intellettuali del Terzo Mondo lo avevano capito per tempo. Una ventina di anni fa, in contemporanea con una delle periodiche riunioni del G7 (allora c'era ancora il G7), i sette Paesi più poveri del mondo, con alla testa l'africano Benin, organizzarono un polemico controsummit al grido: "Per favore non aiutateci più!". Ma non vennero ascoltati.

L'acquisto dell'Africa tra i nuovi affari del capitalismo globale: dal continente nero, intanto, rientrano i rifiuti, mentre i ferraioli bresciani tentano di sfuggire al fisco intrallazzando con San Marino: l'ha scoperto la GdF bresciana. Vai a leggere
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di Lun, 1 feb 2010

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