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ARRETRATI


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"Cerchiamo argomenti piacevoli, ma se evitiamo le notizie che qualcuno può trovare spiacevoli, non rendiamo un buon servizio alla verità"

Si sviluppa l'inchiesta su presunte tangenti a Filippo Penati: Luciano Pizzetti era segretario regionale DS quando il politico monzese era presidente della Provincia di Milano - Abbiamo chiesto al parlamentare cremonese come interpreta e vive l'attuale momento, quali intrecci eventuali ebbe al tempo, e viene fuori persino un dissenso sulla nomina di Penati a segretario provinciale di Milano - Piena fiducia nell'operato della magistratura



di Luciano Pizzetti



Nelle foto: Luciano Pizzetti durante un dibattito e, a destra, a una festa del PD svoltasi a Ombrianello, assieme a Penati e Bersani

"Il dovere di cittadinanza impegna le nostre coscienze"

Le vicende milanesi, secondo ciò che a mezzo stampa trapela dalla Procura di Monza, generano sconcerto politico e indignazione morale. Tra i cittadini e, in particolare, tra gli elettori del PD.
Tra le nostre ragioni fondative e nella storia di molti di noi, la riforma della politica e la trasparenza dell’agire politico costituiscono un bene primario irrinunciabile. Non è una categoria moralmente superiore. È un impegno pubblico assunto liberamente e responsabilmente con i cittadini. Una sorta di DOVERE DI CITTADINANZA  che ci obbliga verso la comunità, impegnando le nostre coscienze e i nostri comportamenti.
La naturale conseguenza di tale dovere è la riproposizione quotidiana non di una presunzione etica ma di una diversità politica. In cosa si sviluppa tale diversità, che in realtà preferisco definire RESPONSABILITA’ DI CITTADINANZA ? In almeno nove approcci fondamentali per qualificare una buona Politica. Tutti garantisti e dunque ben distanti dal giustizialismo. Spesso molto diversi dai proponimenti di PdL e Lega.
Non nascondere ma rispondere. Non attaccare la magistratura ma sollecitarne l’azione chiarificatrice. Non invocare leggi particolari a difesa ma accentuare il rigore erga omnes della legge. Non tutelare “castalmente” gli indagati ma pretendere l’autosospensione dal partito e le dimissioni dalle cariche pubbliche a cui sono stati nominati. Non estendere la mano pubblica ma ridurla, liberalizzando. Non legiferare in eccesso ma sburocratizzare. Ridurre i Consigli d’amministrazione ed aumentare le funzioni delle Authority di garanzia. Riformare la legge elettorale per restituire lo scettro al popolo sottraendolo al re per nulla illuminato. Regolare per legge la vita interna dei Partiti, sottoponendola alle norme del codice civile e vincolando il finanziamento pubblico al loro rispetto (per inciso ho depositato con altri una proposta di legge in tal senso).
Su questo ci siamo sempre e documentalmente spesi con convinzione e determinazione. Consapevoli che solo così la Politica potrà riprendere l’autorevolezza perduta. Solo così le tentazioni blasfeme del potere privo di controllo, che nelle logiche di sistema hanno coinvolto anche alcuni di noi, potranno essere emarginate anche se, purtroppo, non completamente debellate. Regole ben definite e trasparenti, unitamente ad una nuova coscienza pubblica e ad un più rigoroso senso civico è ciò che serve innanzitutto all’Italia per cominciare a risollevarsi.
Vengo alle vicende milanesi, su cui mi è stata chiesta un’opinione,  muovendo da tre convinzioni. La certezza sulla professionalità e il rigore dei Magistrati che indagano. La fiducia che gli esponenti del PD coinvolti possano dimostrare l’infondatezza dell’abnormità delle accuse loro rivolte. La scarsa credibilità degli accusatori, il principale dei quali è un esponente del Centrodestra di memoria tardiva, unitamente ai loro troppi “non ricordo” su questione grandi e dirimenti e alla fantasiosa ricostruzioni di tangenti prima date e poi restituite (cosa in assoluto mai vista).
Sulla vicenda ex aree Falk e Marelli di Sesto San Giovanni, non ho conoscenze particolari, essendo gli interventi generati in un tempo in cui non avevo responsabilità politiche apicali nei DS regionali.
Sulla vicenda Serravalle, ricordo una discussione politicamente seria e sensata, tra favorevoli e contrari, sull’acquisizione delle quote dal gruppo Gavio, per generare una solida maggioranza azionaria in capo alla Provincia di Milano.
In particolare, chi sosteneva le ragioni dell’acquisizione, immaginava di costituire un importante soggetto infrastrutturale, unendo le diverse realtà partecipate dalla Provincia. Per, appunto, meglio infrastrutturale, sul piano della mobilità, un territorio  molto congestionato, in cui l’assenza di fluidità penalizzava e penalizza cittadini e imprese.
Anche la Regione, sulla base di un federalismo infrastrutturale ante litteram, si muoveva in questa direzione, dando vita ad una società con caratteristiche similari e con obiettivi molto più ampi.
Stornate le manie di grandeur formigoniana e penatiana, a me pare che le ragioni fossero buone, soprattutto se poi le forze avessero concertato nei supremi interessi territoriali anziché gareggiare per la primazia.
Il valore delle azioni acquisite dal gruppo Gavio era indubbiamente elevato, ma anche l’obiettivo strategico lo era. Soprattutto la congruità di quel valore fu certificato da una società di advisor e, successivamente, dai periti nominati dalla Procura di Milano.
È vero che l’allora sindaco Albertini contrastò la scelta della Provincia a guida Penati, utilizzando anche l’argomento dell’eccesso di valore azionario. La ragione però fu tutta politica, motivata dalla marginalizzazione del Comune di Milano nel riassetto dei soggetti che avrebbero gestito le infrastrutture della mobilità.
Quanto accaduto a corredo, secondo le accuse degli inquisiti e le supposizioni emerse, fatico a considerarlo ed è totalmente estraneo alla discussione dell’epoca. Così come i DS regionali sono totalmente estranei, oltre ogni dubbio, ai fatti su cui vertono le indagini in corso.
In realtà fatico molto a considerare Filippo Penati nel ruolo che gli inquisiti intendono attribuirgli. Attendo perciò con fiducia e speranza la conclusione delle indagini. Con Penati ho avuto contrasti politici, mai sul valore della persona. Al termine della sindacatura  a Sesto San Giovanni, ad esempio, io ero contrario a che egli divenisse Segretario provinciale di Milano. Sostenevo che più adatta a quel ruolo fosse Fiorella Ghilardotti. La mia tesi non prevalse e Penati divenne Segretario per breve tempo, in attesa di candidarsi a Presidente della Provincia. Vinta la Provincia, io contrastai la vulgata del “modello Penati”, perché ritenevo che poggiasse su un’analisi sbagliata. Noi vincemmo la Provincia grazie alla tripolarizzazione, con la Lega che andò da sola, e alla guerra che Albertini fece a Ombretta Colli, candidata di Forza Italia. Le ragioni di fondo delle nostre difficoltà al nord rimanevano inalterate e l’evocare la modellistica non ci avrebbe aiutati a comprenderle e a superarle. Come le successive elezioni provinciali si sono incaricate di certificare. Ciò non mi ha fatto velo però nel suggerire un ruolo nazionale per Penati, seppur diverso da quello attribuitogli.

Insomma, le differenze politiche e di approccio non erano banali ma la considerazione per la persona non era in discussione.

Perciò confido in una rapida conclusione della vicenda, così da imporre chiarezza e riportare serenità.

Sapendo che al tema della questione morale, come grande questione di approccio alla riforma della Politica e dei rapporti tra Politica-Pubblica Amministrazione-Impresa, noi dobbiamo mantenere un’attenzione e una sensibilità elevatissime. Anche la minima disinvoltura o la banale superficialità possono generare danni immensi. Anche la sottovalutazione può generarne, com’è avvenuto sulla gestione, sbagliatissima, del caso Tedesco e chi ne è stato responsabile sarebbe bene traesse le conseguenze  dimettendosi. Anche la ricerca smisurata del consenso per promozione o autopromozione politica può produrne. Per questo, pur lavorando intensamente per cambiare la legge elettorale, la “legge porcata”, sono contrarissimo alla reintroduzione delle preferenze e favorevolissimo alla reintroduzione dei collegi.

La reazione indignata alla malapolitica non deve tradursi in antipolitica ma nel battersi per una buona Politica. Non è un appello generico rivolto ad altri ma un impegno improrogabile con noi stessi.

LUCIANO PIZZETTI


Ecco il nuovo Continental, dite voi se avete da obiettare


SOS COLONIE PADANE, L'IMPEGNO MANCATO DA ANNI DI CENTRO SINISTRA ED ORA DI CENTRODESTRA,

L'APPELLO DISPERATO DI LEGA AMBIENTE

vai a leggere

E' stata finalmente scoperta per intero la facciata del nuovo Continental a Porta Venezia dopo un paio d'anni e più di lavori, dentro e fuori. Mancano alcune rifiniture, ma l'aspetto generale si può ormai constatare. L'opera è di Palu e Bianchi , gli architetti preferiti dalla grande borghesia cremonese, Lacchini e Arvedi in particolare.

Palu e Bianchi sono gli autori della cosiddetta casa Lego in viale Trento Trieste, dell'Albergo delle Arti, dei balconcini acquarello in Via Manzoni, della baita orizzontale sempre in viale trento Trieste, del gigantesco complesso che ospita il supermercato Family nell'area dell'ex consorzio agrario e che procede con molta lentezza: qui nel progetto originario sono previsti anche alcuni giardini pensili. Mantengono accese anche forti polemiche sulla manomissione in palazzo dell'Arte di alcune caratteristiche essenziali dell'opera razionalistica di Carlo Cocchia per la realizzazione del Museo del Violino, un fatto che ha giò suscitato proteste soprattutto all'estero. Ma i due architetti hanno nella provocazione la loro anima e tutto sommato le grandi commissioni danno loro ragione. La Sovrintendenza concorda. Ad ogni modo l'albergo su una della maggiori piazze di Cremona è qui. (foto Antonio Leoni ©). E se avete qualcosa di dire sullo stato dell'architettura a Cremona, un dibattito che sarebbe certamente necessario, Il Vascello come sempre apre le sue pagine culturali e di opinione. Ecco qui sotto l'intervento dell'architetto Eugenio Bettinelli. Da meditare.


"Così come una città viva non può rinunciare all’innovazione di forme e modelli, deve però garantirsi che il nuovo non sia una rimasticata cartolina, o una gratuita violenza"

 di Eugenio Bettinelli

Caro direttore,

alcuni commenti sul Vascello fanno intuire che non è morto un profondo dibattito sulle forme della nostra città. Come ben sai, non è mio costume giudicare direttamente le opere di altri professionisti: la considero una pratica non troppo edificante e del tutto inutile rispetto ai miei interessi (culturali) personali. Purtuttavia mi pare che le emergenze che positivamente

appaiono negli ultimi anni (in effetti da tempo non mi esprimo su questi temi) meritino un alito che spiri sul fuocherello dell’interesse dei cittadini sull’argomento. E spudoratamente provo a far rotolare lungo la china qualche concetto, forse fin troppo ovvio.

Vorrei azzardare tre categorie di atteggiamenti connessi al progetto della trasformazione o edificazione urbana...

SEGUE in questa stessa pagina, oltre il commento del lettore.


Caro direttore, rivolga a mio nome i complimenti all'architetto Eugenio Bettinelli che con garbo precisione identifica il ruolo dell'architetto, non solo nella città di Cremona che alla mia "tenera" età posso frequentare sempre meno e che ho nel cuore. Capisco e ritengo sia giusto che l'architetto Bettinelli resti fuori dalla disputa diretta, ma quel che afferma è giusto vedendo nella splendida fotografia de "Il Vascello" il nuovo Continental che è, a mio modo di giudicare, un "risotto" di stili, dagli anni '50 a Jean Nouvel, manca di corpo ed anima , è una esibizione di muscoli e basta. Peccato, porta Venezia è una piazza che ho sempre amato anche dopo l'intervento selvaggio della Banca popolare di Cremona sulla quinta verso via Matteotti dove si affacciavano gemelle due splendide dimore settecentesche (esempio della cura dei nostri avi...) e mi domando perché l'architettura moderna subisca tanti equivoci e rimasticature all'ombra del Torrazzo, nuovo palazzo dell'Arte docet.
Cordiali saluti. Antonio Milanesi, novantaduenne a Milano.

La economia sa che la ricchezza non è generata dai muri, ma dalle attività che dentro i muri sono ospitate, di quella economia che sa che le qualità del nostro territorio, urbano e non, se non continuamente alimentate da ricerca, progetto, capacità di prefigurazione avvizziscono naturalmente e sempre più velocemente

(dalla apertura di pagina)


l’immobiliarismo. E’ l’atteggiamento, del tutto consapevole, del progettista, dell’imprenditore, e, perché no, dell’amministratore pubblico, che riconduce la qualità di un intervento alla sua capacità di produrre reddito: la valenza finanziaria diretta (anche e soprattutto considerata negli effetti a breve termine) è l’elemento premiante, è il parametro che discrimina quel che è da farsi dalle inutili utopie sulla scorta di una valutazione ristretta, puntuale, con nessuna relazione con il contesto spaziale e temporale se non quella delle fasce di prezzo del metro cubo o del metro quadro realizzabile.


- l’edilizia, intesa come pratica del progetto su schemi consolidati (e perciò spesso tristemente anonimi), con l’obiettivo di individuare i fruitori (che dovrebbero essere i committenti reali) nelle loro aspettative “medie”, nei comportamenti “medi”, producendo quei manufatti che si vorrebbero far andar bene per tutti. E’ un progetto di genere, di stanca ripetizione di modelli e stereotipi che lentamente uccide l’immagine, l’identità di un tessuto urbano, che avvilisce le possibili dinamiche dei comportamenti abitativi, che accetta l’innovazione, tecnica e formale, solo quando è ormai quasi obsoleta. E’ un progetto che nasce con il tarlo del futuro degrado già attivo e bene annidato dentro di sé.


- l’architettura. E’ il risultato di una disciplina: disciplina come complesso di conoscenze appropriate sia nel metodo compositivo sia nella natura dei materiali sia nell’evoluzione tecnologica;                     

ma anche disciplina come atteggiamento di rigore, quel rigore proprio di una faticosa e gioiosa ricerca come base di qualunque scelta progettuale. L’architettura è fatta di relazioni con il contesto, relazioni di continuità o di antagonismo, ma sempre mature, sempre confrontabili e apprezzabili per il mantenimento o innalzamento dei livelli di qualità esistenti. L’architettura realizzata altro non è che una sezione temporale di una ricerca continua, e come tale genera ma anche pretende rispetto nel suo ciclo di vita. L’architettura non è effimera, non è moda, non è immagine, è sempre storia, stratificata e intricata, ma proprio perché storia ricca di vita e di sapori, fonte di vita e di sapori.

Ho sempre amato le architetture minime, la cui qualità è naturalmente percepita da tutti come bene proprio, quelle che non hanno bisogno di clamore perché costruiscono le città nel quotidiano, che custodiscono le strutture di relazioni più intime, quelle della piccola socialità e convivialità.


Cremona non ha paura del nuovo vero, mai come adesso si intravvedono opportunità clamorose: ma c’è una committenza che lo richiede seriamente?


Eugenio Bettinelli: Ho sempre amato le architetture minime, la cui qualità è naturalmente percepita da tutti come bene proprio, quelle che non hanno bisogno di clamore perché costruiscono le città nel quotidiano, che custodiscono le strutture di relazioni più intime, quelle della piccola socialità e convivialità. Ma ho sempre amato anche la grande architettura...


Allestimento della mostra "Metamorfosi e Metafore in Battistero - 2008


Ma ho sempre amato anche la grande architettura, quella orgogliosa di scaturire da una profonda ricerca, quella che propone l’innovazione e con le sue forme abbraccia i cittadini del progetto in un comune sentire di futuro come storia nostra, quella che dalla

consapevolezza sapiente della tradizione trae gli stimoli per forme che sono un ulteriore tassello nell’orgoglio identitario di una comunità.

E dentro questa sapienza di progetto c’è la conservazione intelligente, che non ha bisogno di gesti distruttivi per essere innovativa: la violenza nasce sempre dalla non capacità di dialogo, dal non avere gli argomenti almeno per partecipare a un dialogo progettuale fra “intelligenti”.

La nostra Cremona ha tanto, troppo immobiliarismo, sconta decenni di edilizia: la nostra Cremona da tempo ha fame di architettura, ha fame di una identità che si sta affievolendo; ha bisogno urgente che la capacità interpretativa delle nuove realtà tipica dei giovani progettisti (nella mia attività nelle Università ne ho incontrati tanti bravissimi, anche cremonesi) non venga soffocata dall’opportunismo vischioso del “se no a Cremona non si campa”.

Non è uno spunto romantico o polemico: è una riflessione duramente economica, di quella economia che sa che la ricchezza non è generata dai muri, ma dalle attività che dentro i muri sono ospitate, di quella economia che sa che le qualità del nostro territorio, urbano e non, se non continuamente alimentate da ricerca, progetto, capacità di prefigurazione avvizziscono naturalmente e sempre più velocemente. E' la riflessione di quelli che ritengono la competitività non come una formula imposta da teorie economiche, ma come la capacità di generare risorse per noi e per i nostri figli dalla tutela, anzi esaltazione delle nostre specificità continuamente verificate e rinnovate.

E se torniamo al costruito, così come una città viva non può rinunciare all’innovazione di forme e modelli, deve però garantirsi che il nuovo non sia una rimasticata cartolina, o una gratuita violenza: gli Architetti sanno bene che lo sconvolgimento non è un buon mezzo per affermarsi; ben più importante è il grato stupore che si genera nell’apprezzamento dei contenuti che si propongono. Cremona non ha paura del nuovo vero, mai come adesso si intravvedono opportunità clamorose: ma c’è una committenza che lo richiede seriamente? La mia presunzione è nel tentare di riportare i discorsi dalle categorie di generico bene comune o di contrapposizione preferenziale (mi piace/non mi piace) a quella, ben più interessante e divertente per me, della ricerca di senso. L’opera di senso ha “dignità civile”, riconoscibile e condivisibile: ripartiamo da qui. (Eugenio Bettinelli)

Malvezzi: ... noi costruiremo dei grattacieli!

Come reagisce il vice sindaco Malvezzi a un aumento della cementificazione a Cremona che sta raggiungendo il 10% in un decennio con enorme spreco di territorio verde ed agricolo? "Costruiremo dei grattacieli". Grattacieli a Cremona? A parte una vecchia disposizione che obbligava a non superare l'altezza dei cinque piani per non guastare la visione del Torrazzo e delle torri cittadine, puntualmente smentita nel seguito e che era sortita dopo gli sgarri in piazza Roma all'ombra del duomo, una affermazione di questo genere lascia a dir poco sbalorditi. Ma dove va una elementare concezione del funzione dell' architettura nel territorio?

In proposito ecco un intervento significativo, di Massimo Terzi, ex assessore all'urbanistica a suo tempo invitato, di fatto, dal suo centrosinistra, sindaco era Bodini, a ritirarsi in studio, lasciando l'incarico a Soregaroli, dopo le posizioni di salvaguardia della città nella riforma del Piano Regolatore (ed ora pure trafitto a proposito della storia di Cremona del '900 e della architettura fascistadalle frecce del centrodestra dell'assessore De Bona come il San Sebastiano appena riqualificato in Seminario ).



La foto panoramica è di Antonio Leoni © ed è stata scattata dal grattacielo Buschini di piazza Roma.

Massimo Terzi, il dibattito continua: Cremona orizzontale o Cremona verticale?

Caro Direttore, mi rendo conto che, in questo momento, intrattenersi in considerazioni che possono sembrare accademiche è perlomeno inadeguato rispetto alle gravi problematiche in campo, ma sono pur sempre convinto che il momento vada riempito di idee e confronti costruttivi a tutto campo. Guardiamo quindi non solo all’oggi (come portare al pareggio di bilancio) ma confrontiamoci anche sul futuro (il rilancio della nostra città) e sulla posta in gioco (la crescita o il declino).

Chiedo pertanto ospitalità offrendo il mio contributo, come del resto ampiamente sollecitato nell’articolo a cui faccio riferimento, all’Assessore Carlo Malvezzi in merito all’intervista di domenica scorsa 13 u.s. sul giornale “la Provincia”, in cui si ipotizza,( tra le varie ed anche condivisibili considerazioni avviate dall’Assessore), attraverso un ridisegno del P.G.T. una moderna “città verticale” costituita da grattacieli. Vorrei soffermarmi su questa sua ipotesi che diventa molto impegnativa nel momento in cui la città ripensa se stessa.  Peraltro, mi rendo conto delle sue giuste considerazioni ( che vanno comunque commisurate a momenti in cui l’emergenza sociale di alloggi era drammatica e preponderante) poichè, guardando dall’alto del Torrazzo, dall’autostrada o dai finestrini del treno, dobbiamo iniziare a pensare che abbiamo costruito, cementificato ed asfaltato troppo e male e ,quindi, è ora di fermarsi ed invertire la marcia. (Consiglio di andare a vedere, in proposito, l’allarme contro il consumo di territorio denunciato nel filmato “Il suolo minacciato , una produzione WWF e Lega Ambiente di Parma nell’ambito “Cambio di Stile”).

Non sono tra i  teorici del “non costruire nulla”. Progettare e costruire è il mio mestiere.

Ma,  prendendo spunto da quanto sopra costatato, la città non è soltanto un immenso serbatoio di storia ,cultura e bellezza, ma rappresenta l’unica ,e forse ultima carta che si può giocare sul terreno della competizione globale.

Se è proprio necessario un nuovo P.G.T, mi sembra giusto fargli  giocare il ruolo di promotore di sviluppo.                                

 Gli indirizzi europei di politica urbana (già praticati anche in alcune realtà italiane) attribuiscono  infatti alla città il ruolo di motore di crescita dell’economia, con progetti di sviluppo centrati prevalentemente solo e solamente su una riqualificazione dell’ esistente, senza perdere di vista il suo patrimonio e capitale fisso, con recupero delle aree dismesse e ricuciture e ricomposizione delle periferie dopo aver trovato impiego con incentivazioni ( tutte da ricercare) per gli alloggi ancora vuoti in attesa di acquirenti o affittuari ( a Cremona risultano essere 1500 ).



Questa attività procurerebbe molto lavoro qualificato e soprattutto adeguato alla dimensione delle imprese locali per tutto l’articolato comparto edilizio.

Sono consapevole delle osservazioni di chi sostiene che la concentrazione di edifici alti è benefica perché risparmia territorio, ma nella valutazione dei costi e benefici  questo non è sempre vero e soprattutto non è una formula sempre applicabile specie in città con impianto storico tradizionale. Non aggiungono,infatti, molto alla vita di una cittadina di dimensioni medio piccole.

Al contrario, il prezzo che per la loro presenza la città deve subire sarebbe molto elevato: i grattacieli e gli edifici a torre condominiali concentrano flussi di traffico,nascondono sole e vista, offuscano il profilo delle emergenze storiche, isolano i loro occupanti dall’effetto urbano che si svolge a piano terra, producono problematiche tecnologiche ( sismiche ed energetiche) oggi non trascurabili.

Non è certo la formula giusta per una città che aspira a realizzarsi con criteri sostenibili. E tanto meno lo sarebbe, se fosse sostenuta dall’imitazione di grattacieli ,”impirlati”, storti, disassati, asimmetrici, di tipo metropolitano per non escludere Cremona dalla “nouvelle vague” architettonica , perchè intesi come edifici alla moda.

Un tempo, una disposizione  obbligava a tenere in considerazione l’impianto medioevale ed il paesaggio urbano senza interrompere la prospettiva del o dal Torrazzo e delle torri cittadine, anche se in piazza Roma e nelle sue vicinanze e nella prima circonvallazione molte volte questa regola è stata grossolanamente disattesa. (Vedi la clamorosa citazione in un vecchio numero di Life come esempio di deturpazione che ci presentò, allora, all’onore della cronaca internazionale) .

Inoltre , considerate le relazioni percettive che il Torrazzo intrattiene con un territorio molto ampio (con un raggio di influenza di più di10 km ), è un vero peccato che la fruizione visiva di questo nostro storico ed emblematico riferimento non sia sufficientemente tutelata.

Cremona è già stata tentata dal percorrere questa strada con risultati poco edificanti che possiamo constatare sia in centro storico che in periferia.

Non vorrei che, nel compiacimento tutto provinciale di una Cremona più moderna e nuova, si ritornasse a diffondere tipologie edilizie inadeguate.

Tutte le volte che la città ha dimenticato la sua identità, per rincorrere modelli urbani che non le appartenevano, mi sembra che abbia fatalmente commesso dei gravi errori.


Massimo Terzi, architetto

Cremona 19.3-2011


Al pettine i nodi di 30 anni di politica e di economia di parte, la città si è persa



Nel 1974 il piano regolatore Costantino prevedeva una città di oltre centomila abitanti. I centomila abitanti sono stati raggiunti e superati. Da Piacenza. Cremona aveva i primati di ricchezza e di qualità della vita, oggi affonda inesorabilmente nelle statistiche nazionali. Cede i giovani e alleva la vecchiaia. Il dominio assoluto della patitocrazia associato alla grettezza delle categorie economiche danno un unico quadro, una comunità dissociata. E non vi è cenno, neppure nel quotidiano succedersi dei fatti, di una inversione di tendenza. Anzi. Il nostro titolo viene infatti imposto dalla attualità, dall'oggi. Il conto di una settimana. Ecco le ultime notizie di un panorama sconfortante che nel persistere di questi fenomeni non promette luci, perché non sono destra o sinistra che possono cambiare ma servirebbe un grande anelito dei cremonesi a riportare Cremona al disopra di ogni interesse fazioso o personale. L'anelito non si coglie. Le ultime notizie vanno in senso opposto. Alcune sono conseguenze di scelte di ieri. Altre denunciano il persistere del suicidio nell'oggi. Citiamo le ultime, ma l'elenco è molto più lungo e imbarazzante. Non tutte queste notizie sono di pari importanza e ugualmente strategiche. Tutte però hanno una caratteristica. Sono appunte notizie di oggi o dei giorni immediatamente precedenti, sono l'esito della crisi qui sopra sommariamente descritta, tutte denunciano che non c'è inversione di tendenza. Ovvero: non siamo ancora al fondo del Vaso di Pandora. Questo grido di dolore noi e pochi altri lo abbiamo lanciato dai tempi di Mondo Padano nel 1981, (e perciò nel 1996 quel Mondo Padano ha cessato di vivere), ma ostinatamente lo abbiamo ripreso con il Vascello, ben consapevoli peraltro che prima o poi ci faranno fuori. Continueranno a negare, a non prendere atto, a farsi affari loro e pastette dentro i covi, ad inseguire le diverse massonerie del potere, a non cambiare davvero? E fino a quando?

UN ELENCO INCONTESTABILE E TERRIFICANTE, NESSUNO BATTE CIGLIA

LE NOTIZIE

- La Banca Popolare di Cremona ed anche quella di Crema si unificano pèer finire in mano al Banco Popolare con sigla Lodi. Perso l'ultimo grande strumento di controllo finanziario del territorio. Una colpa tutta dell'ingordigia del sistema finanziario cremonese.

- Il Tribunale non trova i giudici che vogliano venire a Cremona, il presidente Grillo annuncia che potrebbe dichiararlo "sede disagiata".

- Cremona diventa la Pompei della liuteria, il simbolo della città finisce sotto accusa a livello mondiale: non innova più, non forma ad alto livello, ha ceduto a Pavia un grande elemento propulsivo come il Centro di Restauro, non è più la capitale assoluta della liuteria "viva".

- Il mondo del commercio è spaccato al suo interno e al suo esterno. La crisi del centro storico dilaga, i centri commerciali sostenuti dal grande capitale non hanno cessato di affluire (Cittadella dello Sport: e qui, oltre tutto, violando la salvaguardia della qualità dell'aria si cancella la barriera ambientale rappresentata dal bosco filtro già pagato dalla Regione allo scopo e tuttora in fase vegetativa: solo la mancanza di acquirenti per l'area commerciale tiene vivo il bosco). Dunque il buco nero della città ciambella si allarga. Anche in via Bergamo e forse altrove.

- La amministrazione Provinciale si fa la sede in Santa Monica, i monasteri sono in vendita, si stronca l'unico progetto economico, turistico e culturale messo assieme dalla città nei 30 anni e più di crisi.

- E dell'eterna promessa di tutti i governi cittadini, il rilancio turistico di Cremona, cosa diciamo? Nei fatti nessuna politica turistica, nessun stanziamento appropriato, il buco dell'APIC, i numeri parlano: crollo delle presenze alla Pinacoteca e nel contempo, fatto allarmantissimo, anche di quelle alla Sala dei violini, top degli interessi del turismo straniero in città:si vedrà col Museo del violino, che peraltro promette ancora minori presenze nella pinacoteca e la cancellazioe della sede naturale del Museo scientifco, con ulteriore mortificazione delle sale espositive. Un vero scempio.

- Ci si avvia alla inaugurazione di Piazza marconi e soprattutto del museo del Violino, dopo interventi interni a Palazzo dell'Arte che hanno snaturato l'opera razionalistica di Cocchia (con la connivenza della commissione scientifica ed il disinteresse della Sovrintendenza, promettendo concorrenza anche al teatro Ponchielli) senza avere la minima idea dei costi di gestione e di chi li sopporterà nel tempo a venire.

- L'eterna lite di Arvedi in Telecolor si risolve con la vendita delle quote dell'industriale cremonese al piemontese Arturo Benasciutti che è quello col quale lo stesso Arvedi ha trattato l'acquisto di Studio 1, l'emittente televisiva in procinto di mettersi in moto. Non si può immaginare che Benasciutti favorirà la vita di Telecolor. Arvedi con la vendita sfugge al pericolo di un'accusa per concorrenza illecita. Telecolor deve limitarsi alla informazione soft.

- Tamoil crca la scappatoie per non pagare la bonfica in conflitto con i cittadini, le canottieri, gli enti, i sindacati cremonesi che in trent'anni non hanno trovato il modo di conciliare ambiente e promozione industriale.

- Si cancella la Mediateca già finanziata dal ministero e si esclude un allargamento della biblioteca al supecinema. Per installarvi, forse, un parcheggio, soffocato dalla scarsa viabilità della zona. Ed a proposito di parcheggi, si fa il possibile per mandare in sofferenza quello di via Massarotti , adesso la centro di una manovra AEM no di oltre tre milioni di euro.

- La crisi tronca lo sviluppo della Paullese, restano indifferenti le istituzioni locali ai problemi del Po e del Porto. Ma applaudivano al nucleare.

- L'amministrazione provinciale mette in vendita l'aeroporto: al miglior offerente. Non importa se non... vola (tecnicamente e psicologicamente).

- Cade l'ostello in via del Sale (spesa 600 mila euro) per ipotizzarne un altro in via Brescia.

- La sussidiarietà in nome del PIL nell'area annonaria. Intanto l'area cementificata a Cremona è salita di oltre l'1 per cento in due anni, mentre la popolazione non cresce.

- Si lamenta la carenza di risorsd finanziarie intanto in congiunzione di interessi si appprova il progetto per una inutile strada sud, cementificatrice e causo di futuro, crescente, ulteriore smog in un'area verde, con un costo prevedibile incredibile, quasi 16 milioni di euro

- Una serie di capisaldi edilizi, presenze importantissime di una antica aspirazione della città a livelli alti nel Paese e che qualsiasi amministrazione decente includerebbe in un piano accettabile di gestione urbanistica della città sono in vendita al miglior offerente, qualsiasi esso sia.

- Tanto altro ancora. Ma al cronista sono cadute le braccia.

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di Dom, 1 gen 2012