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La vecchia guardia si astiene, ma non tutti sono soddisfatti del Governo cittadino: allora?

Il cemento per cementificare il centrodestra alla guida della città e caso mai le " larghe intese" che piacciono alla ex sinistra orfana di potere

di Antonio Leoni

Come si può valutare lo stato della politica cremonese e le sue prospettive dopo il regalo del Comune di Cremona che il centro sinistra ha fatto al centrodestra oltre un anno fa? La situazione è profondamente cambiata. Se ieri il centrosinistra ha perso le elezioni per propri demeriti e dunque aveva ancora in pugno gran parte della città e poteva ridurre a un migliaio di voti (oltre tutto in gran parte di sinistra) la propria sconfitta, oggi il vallo è cresciuto ed abbiamo la certezza che- a bocce ferme, allo stato attuale - il centro destra verrebbe riconfermato. Nonostante tutto, come vedremo.
Partiamo da un piccolo dato nel quale, lo sappiamo bene, gli apparati influiscono obbligando i fedelissimi ad intervenire e che trova in questo fatto un limite peraltro non del tutto invalicabile. Ovvero partiamo dal sondaggio del nostro giornale sulla soddisfazione verso le due amministrazioni.
Per il Comune 522 elettori confermano il voto, 263 lo cambierebbero e 103 si dichiarano delusi della politica e passano alla astensione. In Provincia 449 confermerebbero il voto, 264 lo cambierebbero, 107 rinuncerebbero ad esprimersi.
Si potrebbe dire che nessuna delle due amministrazioni gode di una soddisfazione plebiscitaria ma che tutto sommato, restando principalmente a Cremona dove il nostro giornale gode della maggiore notorietà, perlomeno qui se la cava meglio la Giunta Perri della Giunta Salini. E non si può dimenticare che tra gli insoddisfatti pesa certamente il pentimento degli elettori che hanno votato a sinistra, pensiamo soprattutto a quegli elettori che si sono espressi per gli schieramenti di supporto, ma anche a parecchi fedelissimi del PD ed a quei pochi dell’ultrasinistra che comunque hanno tentato di evitare il ribaltone.
E’ ovvio che un sondaggio come questo non chiarisce tutto, proprio perché non si può discernere sulla provenienza degli insoddisfatti e dei nuovi astenuti, anche se i numeri hanno il loro peso.
Facciamoci valere, allora, da professionisti dell’informazione, ovvero riferiamo di quello che sentiamo incontrando la gente con un rapporto più immediato ed a largo raggio che, nel colloquio, consente maggiori possibilità di approfondimento.
La grande esultanza dei sostenitori del centro destra per il ribaltone si è parecchio smorzata, eppure - non è un paradosso - il centro destra si può ritenere consolidato e più forte.


La prima risposta alla apparente contraddizione è quella più semplice ed immediata. Vero il detto, famoso, di Andreotti e cioè che il potere logora chi non ce l’ha.
Il consiglio comunale - dove la sinistra, parliamo in particolar modo del PD, è dominato dai principali protagonisti della sconfitta di ieri - sta letteralmente distruggendo ogni ipotesi di recupero dal ribaltone, sempre che si pensi a un passaggio all'incontrario cioè al ritorno della sinistra al potere in Comune con la formula sconfitta oltre un anno fa. Diberso il discorso sei valori scemano e cresce la fame di poltrone.

Per ora,i Corada, i Soregaroli sono schiavi delle decisioni assunte durante il loro mandato, delle loro alleanze e di qualche intrigo di potere. Non riescono a dare autonome risposte, si sentono costretti a rincorrere progetti che in parte sono loro, temono di perdere il treno su alcune scelte importanti e nel contempo non hanno il coraggio di tagliare i cordoni ombelicali con alcuni poteri forti (Arvedi che domina anche la associazione industrial e a suon di interventi mantiene la mano sulla città per ottenere benevolenza intorno ad alcune decisioni che lo riguardano strettamente, gli agrari con il loro giornale usato come arma di pressione, gli imprenditori del cemento e quelli che girano attorno, neppure gli esponenti della sinistra riescono a recuperare l’intesa con i commercianti che sono stati -al posto loro! - i più critici, sulle manchevolezza del programma di governo, tutti schiacciati nel PD dal timore di pestare ai piedi a qualcuno che deluso potrebbe sostenerli domani). Il 25 luglio del centrosinistra.
Il centrodestra non entusiasma ma la sinistra, ieri una espressione forte ed organizzata con proprie proposte ed alternative, si è disfatta, non c’è più.

Dai sopravvissuti del passato viene un doppione scolorito dell’ultraliberismo massonico del centrodestra, una pattuglia smarrita che emette qualche flebile lamento quando il centrodestra tocca la politica sociale ma che poi, anche quando viene toccata nel vivo, non ha altra risposta che l’astensione. La gente non comprende, ovviamente, e condanna. Ma tutti i 25 luglio hanno una doppia altra faccia e un'altra speranza. Vedremo poi, perchè è inimmaginabile che questi signori del vecchio centrosinistra, irriducibili nella difesa loro poltrone al punto da perdere le elezioni, si facciano tagliare fuori così. Qualche idea in testa debbono avercela.
La città è parecchio delusa da molte decisioni del centro destra. Da qui i numeri dello smarrimento e della revisione che emergono nel sondaggio. Ed allora?

Stando all'oggi, abbiamo detto. Ma domani, se il malcontento cresce? Diamo un’occhiata al quadro nazionale che ben sappiamo ha il suo peso. Tutti i partiti si preparano al dopo Berlusconi che cede sulla legge bavaglio “temendo il peggio” e dunque punta tutto sul lodo Alfano per assicurarsi l’impunità in vista del Quirinale, Fini non perde un colpo e si sottrae al diktat del Pdl , eppure era sul punto di essere gettato fuori dal partito, il che sollecita - non sappiamo con quanto realismo - l’attivismo di Bersani e soprattutto di D’Alema i quali vedono nel governo di transizione l’occasione per rientrare in gioco.
Quanto di questo fermento si può trasferire in campo locale?
Il centrodestra ha tre anime anche a Cremona, Comunione e Liberazione di Salini e Malvezzi ultraliberistica sulla linea di Rimini che chiama Marchionna e contiene la sfilata di ministri immancabile nelle altre stagioni, la incerta azione di AN con un Perri che non si vuole ricandidare e che non ha la sicumera di Fini (ma con un Nolli che imita bene Tremonti), la Lega che ce l’ha duro e tutto sommato tiene - parliamo di prospettive nel governo della città, ovviamente - grazie alla facile presa della predica bossiana e nonostante molte contraddizioni e la povertà di diverse proposte ( tenendosi fuori, peraltro, con furbizia, dalle decisioni più discusse del governo locale, che approva senza clamore). D'altronde la Lega in questo momento può solo battere su qualche iniziativa ad effetto : deve risolvere (si parla di commissarriamento a Cremona e Pizzighettone) le proprie faide interne, la ricorrente lotta tra vecchia guardia e giovani rampanti,
Gli altri sono ciccia, diciamolo senza offesa. Stanno a guardare dove tirerà il vento al momento buono.
C’è una terza forza possibile, una forza di governo alternativa in formazione, un possibile governo delle larghe intese, pescando a destra e a manca?
Si nota in città un interessante fenomeno. La crescita dei movimenti apartititici, essenzialmente di base ambientalistica. LUCI è un esempio piuttosto concreto e in crescita di efficienza. Ma è tutta da valutare la forza e la capacità di proporsi come vero movimento alternativo di impatto elettorale. Altri gruppi sono aggressivi, ma sono isolati sul piano politico. Il governo della città risponde rispolverando i comitati di quartiere, con la speranza di poterli governare e controllare alla maniera della sinistra, con una asfaltature qui e una potatura là.
Ed ecco allora che Malvezzi gioca la partita più forte. La partita del cemento, in parallelo con Salini. Il cemento per cementificare il centrodestra alla guida della città. Ma il cemento anche come garanzia, come assicurazione per il futuro e in vista di tutte le possibili alternative. L'importante è non perdere di vista l'assioma che il cemento piace ai potenti, ai sultani, al giornale agrario, alle cooperative della più diversa estrazione, soprattutto quelle edili - ovviamente-, alla associazione industriali, a Paolo Beltrami e dunque all’ANCE, agli artigiani di destra, magari di sinistra e, parzialmente, ai commercianti, a Pasquali (destra AN ma sostanzialmente equidistante tra Pdl e vecchia AN, lui sodale con Nolli) che consolida il capitale di LGH e dunque il controllo sulla massima espressione dell’antico potere di sinistra, mentre la Centropadane punta sul ponte e sull’autostrada per garantirsi da possibili attacchi dell’ANAS e il mantenimento dell’apparato che svolta dove porta ...il cuore. Questi ed altri: potremmo allungare di molto l’elenco personale e organizzato dei meandri del potere.
Il potere del cemento mette tutti d’accordo. Si può stare fuori da questo formidabile schieramento di potere? No, risponde in coro tutta la politica cremonese. Non troviamo altra risposta logica all'astensione del PD su decisioni importanti se non nella logica del 25 luglio, la guerra persa e il tentativo di restare in ogni caso collegati ai poteri dominanti. Caso mai si profilasse, alla luce dei fatti nazionali e della caduta del berlusconismo, la possibilità di un governo di larghe intese anche qui. Il camaleontismo è una specifica della politica italiana. Poi Malvezzi e Salini e il giro di potere che nasce dalla loro politica non è strettamente legato al Pdl ed al berlusconismo, piuttosto alla Compagnia delle Opere. Poi arriva l'Expo alla quale puntano i cementificatori. Poi a cementificare e cancellare panorami cittadini non hanno avuto molti scrupoli neppure i sinistri. Guai a farsi nemici. Per via del "non si sa mai".

Il panorama non è incoraggiante, se guardiamo alla città, ormai schiacciata nella morsa degli interessi privatistici e immersa nel completo disprezzo di una crescita urbanistica orfganizzata e soprattutto super partes.

Le lobbies imperano. Chi trova gli uomini, i soldi, le ore (pur mettendoci tutto l'impegno) per contrapporsi alla loro valanga? Il 25 luglio sanziona soltanto il fatto che la guerra è finita. Il che è peggio. Noi uomini liberi e suggenti agli interessi lobbistici, dobbiamo soltanto credere nel nostro senso civico. Ovvero aver fede, pensare, operare perché anche a Cremona salti fuori la sua Giovanna d'Arco. Oggi non c'è, oggi non la si vede, ma chi ha fede ha un dono su tutti: può ancora credere ai miracoli. Il miracolo di una città che ritrova la sua anima. In una grande logica di crescita ambientalisica e umana. Che spazzi via questi signorotti dei voti ed altro, fuori dalla dittatura del cemento. Difficile, difficilissimo, l'orizzonte che si profila dice il contrario. Ma chissà mai...

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Nelle foto, altro cemento anche sulla tangenziale: il palazzo ormai terminato che, su un piano, ospiterà la sede della Associazione Artigiani, oltre a bar e negozi. Sullo sfondo a sinistra in fase i costruzione l'ipermercato Witor's. (foto Antonio Leoni ©). Nella seconda foto, di Mauro Gaimarri ©, Malvezzi, Perri e Nolli il giorno dell'insediamento del nuovo Governo Comunale

Al pettine i nodi di 30 anni di politica e di economia di parte, la città si è persa



Nel 1974 il piano regolatore Costantino prevedeva una città di oltre centomila abitanti. I centomila abitanti sono stati raggiunti e superati. Da Piacenza. Cremona aveva i primati di ricchezza e di qualità della vita, oggi affonda inesorabilmente nelle statistiche nazionali. Cede i giovani e alleva la vecchiaia. Il dominio assoluto della patitocrazia associato alla grettezza delle categorie economiche danno un unico quadro, una comunità dissociata. E non vi è cenno, neppure nel quotidiano succedersi dei fatti, di una inversione di tendenza. Anzi. Il nostro titolo viene infatti imposto dalla attualità, dall'oggi. Il conto di una settimana. Ecco le ultime notizie di un panorama sconfortante che nel persistere di questi fenomeni non promette luci, perché non sono destra o sinistra che possono cambiare ma servirebbe un grande anelito dei cremonesi a riportare Cremona al disopra di ogni interesse fazioso o personale. L'anelito non si coglie. Le ultime notizie vanno in senso opposto. Alcune sono conseguenze di scelte di ieri. Altre denunciano il persistere del suicidio nell'oggi. Citiamo le ultime, ma l'elenco è molto più lungo e imbarazzante. Non tutte queste notizie sono di pari importanza e ugualmente strategiche. Tutte però hanno una caratteristica. Sono appunte notizie di oggi o dei giorni immediatamente precedenti, sono l'esito della crisi qui sopra sommariamente descritta, tutte denunciano che non c'è inversione di tendenza. Ovvero: non siamo ancora al fondo del Vaso di Pandora. Questo grido di dolore noi e pochi altri lo abbiamo lanciato dai tempi di Mondo Padano nel 1981, (e perciò nel 1996 quel Mondo Padano ha cessato di vivere), ma ostinatamente lo abbiamo ripreso con il Vascello, ben consapevoli peraltro che prima o poi ci faranno fuori. Continueranno a negare, a non prendere atto, a farsi affari loro e pastette dentro i covi, ad inseguire le diverse massonerie del potere, a non cambiare davvero? E fino a quando?

UN ELENCO INCONTESTABILE E TERRIFICANTE, NESSUNO BATTE CIGLIO

Consenso

Caro direttore,Direttore,
ho letto l'articolo in questione e sinceramente non vi è alcunchè da aggiungere. E' tutto vero! Siamo in balia di saltimbanchi prestati alla politica che per tornaconto elettorale hanno sempre cercato, e cercano tuttora, il compromesso con i poteri forti (nella fattispecie gli Agrari) i quali hanno sempre anteposto i propri interessi a quelli della collettività. Che cosa si può sperare da queste Amministrazioni? Credo ormai poco o nulla. Cremona è destinata inevitabilmente al declino e all'emarginazione in tutti i sensi. Non abbiamo più una banca (la Cremona e Crema non erano gestite dai poteri terrieri?), la Tamoil prima o dopo chiuderà senza che si sia fatto nulla e a parte l'Acciaieria Arvedi le uniche aziende di tale dimensione saranno l'Ospedale, la Provincia e l'Amministrazione Comunale.
I giovani saranno destinati a trasferirsi altrove per trovare un lavoro e Cremona che cosa sarà? Facile profezia: un dormitorio che si animerà solo di giorno quando qualche turista del tipo mordi e fuggi si degnerà di farci visita, mentre i cremonesi passeranno le loro giornate nell'interno dei supermercati. Ormai tutte le occasioni sono state perse o volutamente tagliate dai noti poteri forti.
Comunque, caro Direttore, mi faccia una promessa: continui a mettere a fuoco le manchevolezze dei nostri governanti e dei loro compagnoni.E per finire, a Lei sono cadute le braccia, a me qualcosa d'altro.
Mario Bernardi
LE NOTIZIE DELLA SETTIMANA (O QUASI)

- La Banca Popolare di Cremona ed anche quella di Crema sono sostanzialmente sul mercato. Il problema è che non trovano un compratore, anche se la Popolare milano ha avanzato qualche timida avance.

- Il Tribunale non trova i giudici che vogliano venire a Cremona, il presidente Grillo annuncia che potrebbe dichiararlo "sede disagiata".

- La Carità di Cremona vende sette secoli di patrimonio immobiliare (e intanto finanzia gli spettacoli di tango ed altro)

- Cremona diventa la Pompei della liuteria, il simbolo della città finisce sotto accusa a livello mondiale: non innova più, non forma ad alto livello, ha ceduto a Pavia un grande elemento propulsivo come il Centro di Restauro, non è più la capitale assoluta della liuteria "viva".

- La città che trova la sua fama internazionale nella figura di Antonio Stradivari non trova neppure un posticino d'angolo per la pronipote del grande Maestro non si dice nel consiglio di amministrazione ma neppure nell'assemblea di una fondazione che porta il suo stesso cognome e dove dovrebbe siedere di diritto se non altro per un senso di gratitudine e di rispetto della città... liutaria verso la famiglia che rappresenta. La cosa suscita ovviamente scandalo all'estero. La Fondazione e tutti quelli che le girano attorno se ne fanno un baffo.

- Il mondo del commercio è spaccato al suo interno e al suo esterno. La crisi del centro storico dilaga, i centri commerciali sostenuti dal grande capitale non hanno cessato di affluire (Cittadella dello Sport: e qui, oltre tutto, violando la salvaguardia della qualità dell'aria si cancella la barriera ambientale rappresentata dal bosco filtro già pagato dalla Regione allo scopo e tuttora in fase vegetativa). Dunque il buco nero della città ciambella si allarga.

- La amministrazione Provinciale si fa la sede in Santa Monica, i monasteri sono in vendita, si stronca l'unico progetto economico, turistico e culturale messo assieme dalla città nei 30 anni e più di crisi.

- E dell'eterna promessa di tutti i governi cittadini, il rilancio turistico di Cremona, cosa diciamo? Nei fatti nessuna politica turistica, nessun stanziamento appropriato, il buco dell'APIC, i numeri parlano: crollo delle presenze alla Pinacoteca e nel contempo, fatto allarmantissimo, anche di quelle alla Sala dei violini, top degli interessi del turismo straniero in città: tremila presenze in meno complessivamente. Non solo Cremona diventa la Pompei del violino, come si è detto sopra, ma perde persino l'appeal di Stradivari e C.

- L'eterna lite di Arvedi in Telecolor si risolve con la vendita delle quote dell'industriale cremonese al piemontese Arturo Benasciutti che è quello col quale lo stesso Arvedi ha trattato l'acquisto di Studio 1, l'emittente televisiva in procinto di mettersi in moto. Non si può immaginare che Benasciutti favorirà la vita di Telecolor. Arvedi con la vendita sfugge al pericolo di un'accusa per concorrenza illecita.

- Tamoil è sul piede di partenza ed in conflitto giudiziario con gli enti e i sindacati cremonesi che in trent'anno non hanno trovato il modo di conciliare ambiente e promozione industriale.

- Tanto altro ancora. Ma al cronista sono cadute le braccia.


L'ideologia del lavoro, approfondimento di Alain de Benoist

Fonte: Opifice


L'ideologia del lavoro sembra avere origine nella Bibbia, dove l'uomo è definito, sin dal momento della creazione, dall'azione che esercita sulla
natura: «Fruttificate, moltiplicatevi, riempite la terra, sottomettetela (Gen., 1, 28). Dio ha collocato l'uomo nel giardino dell'Eden /ut operatur/,
perché lavori» (Gen., 2, 15). Questo brano precede il racconto del peccato originale; il risultato di quel peccato non è quindi il lavoro, come troppo spesso si dice, ma solamente la condizione più penosa in cui esso dovrà da quel momento in poi essere svolto. Dopo il peccato, l'uomo si guadagnerà il pane “con il sudore della fronte”.

Con la missione assegnata all'uomo di “sottomettere” la terra si inaugura già il dispiegamento planetario e incondizionato dell'essenza della
tecnica moderna, come punto d'arrivo di una metafisica che instaura tra l'uomo e la natura un rapporto puramente strumentale. L’uomo ha la vocazione al lavoro, e il lavoro ha la vocazione a trasformare il mondo; esso rappresenta pertanto una rottura con l'essere, un dominio su un mondo fatto oggetto della signoria umana. Come l'uomo è l'oggetto di Dio, così la terra diventa l'oggetto dell'uomo, che la trasforma assoggettandola alla ragione tecnica. Nel contempo, il lavoro assume un valore eminentemente morale. Dirà san Paolo: «Se qualcuno non vuole assolutamente lavorare, non mangi», frase originariamente enunciata sotto forma di constatazione ("chi non lavora non mangia") ma che ben presto diventa una formula prescrittiva: «Chi non lavora non ha il diritto di mangiare».

*Liberarsi dalla necessità*


Questa visione del mondo, che oggi ci appare cosi familiare, è segnata da una rottura totale con la concezione prevalente nella quasi totalità delle società tradizionali, dove non solo la necessità non detta legge, ma l'ambito di ciò che è specificamente umano si situa viceversa nel rifiuto di assoggettarsi al regno della necessità materiale. Marshall Sahlins, ad esempio, ha mostrato in maniera convincente che le società "primitive", sono società nelle quali non si lavora mai più di tre o quattro ore al giorno, perché i bisogni vengono volontariamente limitati e «al tempo libero, viene assegnata la priorità rispetto all'accumulazione dei beni.»[1]

Nell'Antichità europea, il lavoro viene disprezzato proprio perché è considerato il luogo per eccellenza dell'assoggettamento alla necessità. Questo disprezzo lo troviamo tanto nei Greci e nei Romani quanto nei Traci, nei Lidii, nei Persiani e negli Indiani. L’idea più comune è che, essendo per definizione deperibile tutto ciò che l'economia produce, il lavoro, motore dell'economia, non è adatto a rappresentare quel che va oltre la semplice naturalità dell'esistenza umana. In Grecia, soprattutto, il lavoro è percepito come un'attività servile che, in quanto tale, è in antagonismo con la libertà, e quindi anche con la cittadinanza.[2] «Un pastore ateniese», nota a questo proposito Alain Caillé, «è un cittadino, a differenza dei ricchi artigiani, non perché è un lavoratore, come penserebbero i moderni, ma al contrario perché è un ozioso, perché dispone di quel tempo libero (skholè) che è la sola prerogativa in grado di rendere gli uomini pienamente umani.»[3] .


«Non è possibile esercitare la virtù quando si fa la vita di un artigiano» scrive Aristotele.[4]


Sarebbe sbagliato vedere in questa svalutazione del lavoro semplicemente il riflesso di una visione gerarchica della società e la conseguenza della "comodità", rappresentata dall'esistenza di schiavi. Essa esprime in realtà un'idea molto più importante: l'idea che la libertà (come del resto anche l'eguaglianza) non può risiedere nella sfera della necessità, e che vi è autentica libertà solo nell'affrancamento da tale sfera, ovverosia al di là dell'economico. AI limite, come spiega Hannah Arendt, lo schiavo non lavora perché è schiavo, ma è schiavo perché lavora.
«Il lavoro era indegno del cittadino», aggiunge André Gorz, «non in quanto era riservato alle donne e agli schiavi; anzi, era riservato alle donne e agli schiavi perché "lavorare significava asservirsi alla necessità".
E poteva accettare quell'asservimento soltanto chi, alla maniera degli schiavi, aveva preferito la vita alla libertà e dunque dato prova di spirito servile. L’uomo libero, invece, rifiuta di sottomettersi alla necessità; padroneggia il proprio corpo onde non essere schiavo dei suoi bisogni e, se lavora, lo fa solo per non dipendere da ciò che non controlla, cioè per assicurare o accrescere la propria indipendenza». Per questo motivo, «l'idea stessa di "lavorare" era inconcepibile in quel contesto: il "lavoro", votato alla servitù e alla reclusione nella domesticità, lungi dal conferire un'"identità sociale", definiva l'esistenza privata ed escludeva dall'ambito pubblico quelle e quelli che gli erano asserviti.»[5]
Il fatto che questa contrapposizione tra regime della necessità e ambito della libertà si sovrapponga, nell'ideale antico, alla contrapposizione tra sfera /privata/ e sfera /pubblica/ è rivelatore.


Secondo Aristotele, l'economia ha a che vedere con l'ambito "familiare".


Essa si definisce, in senso proprio, come un insieme di regole di amministrazione domestica (/oikos/-/nomos/), che Aristotele distingue del resto nettamente dalla produzione di beni in vista di uno scambio mercantile, cioè dalla crematistica; in quanto tale, si contrappone alla sfera pubblica, ambito della libertà, il cui godimento e la partecipazione presuppongono l'«oziosità». La libertà è una faccenda pubblica; non può essere ottenuta nel privato o attraverso di esso.

NOTE

[1] Cfr. Marshall Sahlins, Age de pierre, age d'abondance. L'économie
des soclétés primltlves, Gallimard, Parls 1976 (tr. It. Economia dell'età della pietra, Bompiani, Milano 1980).

[2] A queslo proposito si veda sopraltutto Hannah Arendt, La condition de l'homme moderne, Calmann-Lévy, Parls 1961 (tr. it. Vita activa. La condizione umana, Bompiani, Milano 1993).

[3] Alain Caillé, Vers de nouveaux fondements symboliques. Pour une
création mondiale de revenus de citoyenneté nationaux, in «Dossier n. 3, Transversales science/culture», pag. 28.

[4] Aristotele, Politica, 111, 2, 8. Si sa anche che uno dei motivi dell'ostilità di Platone nei confronti dei sofisti (Protagora, Gorgia, Prodico) stava nel fatto che costoro accettavano di farsi pagare per il loro insegnamento filosofico.

[5] André Gorz. Métamorphoses du travail. Quete du senso Critique de la raison économique, Galilée, Paris 1991, pagg. 26-28 ttrad. it. Metamorfosi del lavoro, Bollati Boringhieri, Torino 1992).

[6] Jean-Pierre Vernant, Mythe et pensée chez les Grecs, La Découverte, Paris. Pag. 296 (tr. il. Mito e pensiero presso i greci,
Eiraudi. Torino 1981).

[7] Seneca, Ce Officiis I, 42.
[8] Questo significato è sopravvissuto in francese e in italiano nell'espressione che evoca il ..travaglio» (travai/) della donna partoriente e i dolori che lo accompagnano.

[9] André Gorz. op. cit., pagg. 28-29.

[10] Georges Bataille, La part maudite. Précédé de: La notion de dépense, Minuit, Paris 1990. pago 168 (tr. it. La parte maledetta, Bertani. Verona 1972).

[11] Adam Smith, Recherches sur la nature et les causes de la richesse
des nations. vol. I, Flammarion, Paris. p. 65 (ed. il. Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, Mondadori. Milano 1977).
[12] Ibidem. libro I, capitolo S, pag, 100.
[13] Ibidem, libro I. capitolo 6, pago 120.
[14] Ibidem. libro I, capitolo S, pag.101.
[15] Ibidem. libro I, capitolo 4, pago 91.

[16] Louis Dumont, Homo Aequalls. Genèse et épanouissement de l'idéologie économique, Gallimard, Paris 1977, pago 225 (tr. il. Homo
Aequalis, Adelphi, Milano 1984).
[17] Ibidem, pag, 122.

[18] Adam Smith. op. cit., libro I, capitolo 6, pago 119. Ibidem,libro I, capitolo 8, pago 135.

[19] David Ricardo, Sui principii dell'economia politica e della tassazione, Mondadori, Milano 1979. capitolo I.

[20] André Piettre, Pensée économique et théories contemporaines, Sa
ed., Dalloz, Paris, pag, 93. La nozione di rarità tende inoltre a fare della relazione economica un gioco a somma zero (cosa che essa non è) dal momento
che, in un universo interamente assoggettato alla rarità, non si potrebbe dare all'uno senza prendere all'altro. Simmel ha fatto osservare che dal punto di vista economico, il momento dell'utilità corrisponde alla domanda, quello della rarità all'offerta. Thorstein Veblen (Teoria della classe
agiata, Einaudi, Torino 1971) mostra inoltre che il prezzo e l'utilità di un bene non ne esauriscono il significato. nella misura in cui quel bene è anché l'esponente di uno status sociale. I’oggetto economico diventa perciò il referente dell'oggetto-segno. Cfr. anche Jean Baugrillard, Le système des
objets, Gallimard, Paris 1968.

[21] André Gorz, op. cit., pagg. 25-26.

[22] Ibidem, pagg. 36-37. [tratto dal libro di Alain de Benoist /Comunità e decrescita/, Arianna
editrice, 2006]

Non esisteva d'altronde all'epoca nessuna parola generica per designare il lavoro. I termini più correntemente utilizzati dai greci (/ponos/, /ergon/, /poiesis/) testimoniano un apprezzamento qualitativamente differenziato delle attività umane, giudicate secondo la conformità alla natura o in base al valore d'uso e alla qualità del prodotto. «Nel contesto della tecnica e dell'economia antica», sottolinea Jean-Pierre Vernant, «il lavoro appare solo [...] nel suo aspetto concreto. Ogni compito viene definito in funzione del prodotto che punta a fabbricare [...] Non si considera il lavoro nella prospettiva del produttore, come espressione di un unico sforzo umano creatore di valore sociale. Non troviamo quindi, nell'antica Grecia, una grande funzione umana, il lavoro, che copre tutti i mestieri, bensì una pluralità di mestieri diversi, ciascuno dei quali costituisce un tipo particolare di azione che produce la propria opera.»[6]
Lo stesso stato d'animo vige a Roma. A proposito del lavoro manuale, Seneca dice che è "privo d'onore e non potrebbe rivestire neppure la semplice apparenza dell'onestà". Cicerone aggiunge che il «salario è il prezzo di una servitù», che «niente di nobile potrà mai uscire da un negozio», che «il posto di un uomo libero non è in una fabbrica.»[7] La lingua latina distingue nettamente il /labor/, che evoca il lavoro penoso ed oppressivo, e l'/opus/, l'attività creativa.
"Lavorare" (/laborare/) ha spesso il significato di "soffrire": /laborare ex capite/, "soffrire di mal di testa", Viceversa, la parola /otium/ non designa affatto la pigrizia o il fatto di "non fare niente", bensì l'attività superiore orientata verso la creazione, di cui il commercio rappresenta la negazione (/negotium/, "negozio"). Quanto alla parola moderna francese /travail/, essa viene, come
è noto, da /tripalium/, che in origine era uno strumento di tortura…

Sin dai primi secoli della nostra era, il cristianesimo si è sforzato di lottare contro il disprezzo del lavoro


Gesù e i suoi apostoli erano dei lavoratori manuali. In breve tempo non si conteranno più i santi patroni dei diversi mestieri. Ciononostante, per Secoli sopravviverà l’idea che l'uomo non è fondamentalmente fatto per lavorare, che il lavoro non è altro i che una triste necessità e non qualcosa da nobilitare o lodare, e che talune attività sono incompatibili con la qualità di uomo libero. Per reagire a questa idea fortemente radicata, la borghesia, soprattutto a partire dal XVII secolo, moltiplicherà le critiche contro il carattere "improduttivo", e quindi "parassitario", del modo di vita aristocratico.
André Gorz è uno di coloro che hanno colto meglio in che misura ciò che noi oggi chiamiamo lavoro è, nella sua stessa generosità, un'invenzione della modernità. «L’idea contemporanea del lavoro», scrive, «appare in effetti solo con il capitalismo manifatturiero. Sino a quel momento, cioè sino al XVIII secolo, il termine "lavoro" (/laboul/, /arbeit/, /travai/) designava la pena dei servi e dei giornalieri che producevano beni di consumo o servizi necessari alla vita che dovevano essere rinnovati giorno dopo giorno, senza che nulla potesse essere dato per acquisito. Gli
artigiani, invece, che fabbricavano oggetti durevoli, accumulabili, che gli acquirenti di regola trasmettevano ai posteri, non "lavoravano", "operavano", e nella loro "opera" potevano utilizzare i "lavoro" di uomini di fatica chiamati a svolgere i compiti grossolani, poco qualificati.
Soltanto i giornalieri e i manovali erano pagati per il loro "lavoro"; gli artigiani facevano pagare la propria "opera" in base a un tariffario fissato da quei sindacati professionali che erano le corporazioni e le gilde, le quali proibivano severamente qualsiasi innovazione ed ogni forma di concorrenza. [...] La "produzione materiale" non era dunque, nell'insieme, retta dalla razionalità economica.»[9]
Per molto tempo infatti il lavoro, benché riabilitato, è rimasto in una certa misura al riparo da considerazioni puramente utilitarie o mercantili. Nel Medioevo, in particolare, il mestiere ha un valore di integrazione sociale. E innanzitutto un modo di vita, una maniera di stare al mondo, e, in quanto tale, rimane dipendente da un certo numero di atteggiamenti etici, che vanno al di là della sfera della sola materialità ed impregnano nel suo insieme una società nella quale si giustappongono e si incrociano modi di vita organica differenti. I mestieri hanno le proprie
regole, le proprie tradizioni. All'esercizio sono associate abitudini festive e credenze popolari che contribuiscono a limitare gli effetti della sola ragione economica.
Il lavoro speso nella costruzione delle cattedrali è tutto salvo che un lavoro che miri all'utilità, come ha rimarcato, in una pagina molto nota, Georges Bataille: «L’espressione dell'intimità nella chiesa [...] risponde al vano consumo del lavoro: sin dall'inizio la destinazione sottrae l'edificio all'utilità fisica, e questo primo movimento si esprime in una profusione di vani ornamenti. Perché la costruzione di una chiesa non è l'impiego vantaggioso del lavoro disponibile, ma il suo consumo, la distruzione della sua utilità. L’intimità è espressa in modo condizionato da
una cosa: purché questa cosa sia in fondo il contrario di una cosa, il contrario di un prodotto, di una merce: un consumo e un sacrificio.»[10]
È a questa forma di lavoro che Péguy allude quando evoca la pietà dell'«opera ben fatta», il tempo in cui si cantava mentre si lavorava e si dava nel lavoro il meglio di sé perché in quel lavoro ne andava della realizzazione di se stessi: «Abbiamo conosciuto operai che avevano voglia di lavorare [...] Lavorare era la gioia stessa, la radice profonda del loro essere [...] Esisteva un onore incredibile del lavoro [...] Bisognava che un bastone di sedia fosse ben fatto [...] Non doveva essere fatto bene per il salario o a causa del salario [...] per il padrone o per i conoscitori [...]
Bisognava che fosse fatto bene in sé [...] E lo stesso principio delle cattedrali...».
Péguy, tuttavia, respinge sia la concezione calvinista, in cui la coazione al lavoro trova la propria legittimità nell'ordine della fede (il lavoro come sottomissione necessaria all'esigenza di salvezza), sia la concezione borghese, che considera lavoro autentico solo quello che non procura alcun divertimento. Egli non fa del lavoro lo scopo supremo dell'esistenza. Pone al di sopra dei compiti necessari alla sussistenza le attività dello spirito che permettono alla personalità di fiorire. Sa che i valori etici e culturali sono superiori alla semplice produzione deg!i
oggetti. Ed è il primo a convenire che il lavoro è radicalmente cambiato da quando è governato solamente dalle leggi economiche dell'offerta e della domanda, della produzione e del mercato.


Con la Riforma la duplicità del valore lavoro, fondamentale anche in Adam Smith


Con la Riforma, e poi con l'emergere delle teorie liberali, il "valore-lavoro" diventa infatti nel contempo valore dominante e valore in sé. In Locke, ad esempio, la proprietà si fonda sul lavoro e non più sui bisogni, atteggiamento che già giustifica l'appropriazione illimitata (e che Louis Dumont giustamente definisce tipicamente moderna). Nel contempo, la giustizia viene fondata su un diritto di proprietà posto come assoluto, agli antipodi del pensiero tradizionale che rapporta la giustizia all'equità e a relazioni ordinate all'interno di un tutto. La proprietà risalirebbe allo
"stato di natura" e sarebbe il frutto del lavoro individuale, cioè dell'appropriazione da parte dell'individuo di tutto ciò che egli sottrae alla natura e prende alla terra. E la nascita di quello che Macpherson chiama "individualismo possessivo".
Il lavoro è non meno fondamentale in Adam Smith. L'introduzione de /La ricchezza delle nazioni/ si apre su queste parole: «Il lavoro annuo di una nazione è il fondo primitivo che fornisce al suo consumo annuale tutte le cose necessarie e comode della vita, e queste cose sono sempre o il prodotto immediato del lavoro, o acquistate dalle altre nazioni assieme a quel prodotto.»[11]
Smith aggiunge immediatamente l'idea concomitante che la ricchezza prodotta dal lavoro (le "cose necessarie e comode della vita") può essere accresciuta dal progresso costante dei metodi di rendimento. Sostiene inoltre che lo scambio fra le ricchezze in tal modo prodotte, scambio il cui unico motore è l'esclusiva ricerca dell'interesse egoistico, consente la diffusione ottimale di tutti i benefici risultanti dalla divisione del lavoro. Il valore si identifica quindi essenzialmente con il lavoro, che ne costituisce in un certo senso la sostanza e ne è l'unico metro di misura, ed è nello scambio mercantile che questo valore si cristallizza. «Il lavoro»,scrive Adam Smith, «è la misura reale del /valore scambiabile/ di ogni merce.»[12]

Per Smith, il giusto prezzo è dunque quello del mercato: la merce che viene scambiata sul mercato è venduta esattamente per ciò che vale («prezzo naturale»), e il suo valore espresso in denaro rimanda al lavoro che essa rappresenta: «Il lavoro misura il valore, non soltanto di quella parte del prezzo che si risolve in lavoro, ma anche di quella che si risolve in rendita, e di quella che si risolve in profitto.»[13] E ancora: «Non è con l'oro o con l'argento, ma con il lavoro che tutte le ricchezze del mondo sono state acquistate originariamente; e il loro valore per coloro che le possiedono e che cercano di scambiarle con nuove produzioni è esattamente uguale alla quantità di lavoro che esse li mettono in condizione di acquistare o di ordinare.»[14]
L’intera opera di Smith si fonda su questo legame fra lo scambio e il lavoro, in cui il primo ingloba il secondo nelle condizioni moderne dell'attività economica ma il secondo forma la pietra angolare dell'intero edificio. Luomo pertanto è così «naturalmente» commerciante che è «lavoratore»: «ln tal modo, ogni uomo vive di scambi e diventa una sorta di mercante, e la società stessa è propriamente una società commerciante.»[15]
Come scrive Louis Dumont, «insomma, ogni cosa è lavoro e il lavoro è ogni cosa, cosicché noi lavoriamo persino quando non lavoriamo e ci accontentiamo di scambiare.»[16]
In effetti, in Smith troviamo due definizioni del valore-lavoro. Nella prima, che è implicita, il valore consiste nella quantità di lavoro necessaria alla produzione di un bene. Nella seconda, che ne deriva ed è altresì la principale, il valore di un bene consiste nella quantità di lavoro che è possibile ottenere in cambio di quel bene (giacché lo scambio consente in un certo senso di "verificare" il valore-lavoro connesso alla sola produzione). In entrambi i casi, ci si trova di fronte ad un'affermazione (o ad un argomento di diritto naturale) priva di ogni valore empirico od operativo. La teoria si limita semplicemente a postulare che l'uomo crea il valore per il tramite del proprio lavoro, che lo fa padrone e sovrano trasformatore della natura. «Questa relazione naturale dell'uomo individuale con le cose», nota Louis Dumont, «si riflette in qualche modo nello scambio egoistico tra uomini che, pur essendo un succedaneo del lavoro, impone ad esso la propria legge e ne consente il progresso. Come nella proprietà di Locke, è il soggetto individuale ad essere esaltato, l'uomo egoista che scambia o lavora, che, nella pena, nell'interesse e nel profitto, lavora [...] al bene comune, alla ricchezza delle nazioni.»[17]
Adam Smith tuttavia devia quando, basandosi sulla teoria del valore-lavoro, si sforza di giustificare il sistema dei salari e il gioco del capitale. Egli afferma infatti che il lavoratore deve condividere con il datore di lavoro il prodotto del capitale. Questa affermazione sembra smentire la convinzione secondo cui il valore del prodotto si ricollega alla quantità di lavoro necessaria alla produzione, dal momento che tale quantità è stato solo il lavoratore a produrla.
Consapevole della difficoltà, Smith scrive: «La quantità di lavoro comunemente spesa per acquistare o produrre una merce non è più dunque l'unica circostanza sulla quale si deve regolare la quantità di lavoro che quella merce potrà comunemente acquistare, ordinare od ottenere in scambio. E chiaro che sarà dovuta ancora una quantità addizionale per il profitto del capitale che ha anticipato i salari di tale lavoro e ne ha fornito i materiali.»[18]
Questa «quantità addizionale» rimane però misteriosa. Smith tenta in effetti di assimilare il valore-lavoro inerente ad un prodotto al salario che il lavoratore riceve per quel prodotto, come se il valore del lavoro pagato dal salario fosse identico al valore reale creato da quel lavoro: «Quel che costituisce la ricompensa naturale o il salario del lavoro, è il prodotto del lavoro.»[19] Ma questa assimilazione è arbitraria, cosa che Marx non mancherà di rilevare. L’approccio di Smith trova il suo fondamento nell'idea che la diversità delle attività umane possa essere interamente
ricondotta a un'unica sostanza, e che sia tale sostanza, nella fattispecie il lavoro, a permettere di trasformare l'eterogeneo in omogeneo, la qualità in quantità. Nel contempo, Smith afferma che ogni lavoro deve essere "produttivo", cioè diretto verso la produzione di merci utili il cui consumo consentirà a sua volta di produrre nuove cose consumabili. Ne consegue che
l'attività non "produttiva" è un non-senso rispetto alla vita delle società.
Questa idea di un lavoro che sarebbe alla base dell'esistenza umana la si ritrova in Ricardo, per il quale «il valore di una merce dipende della quantità relativa di lavoro necessaria alla sua produzione.»[20] I successori di Smith si divideranno in seguito sull'importanza relativa da attribuire rispettivamente al lavoro e allo scambio.
La teoria neoclassica, particolarmente in Walras, cercherà di assimilare valore di scambio e valore d'uso spiegando il primo attraverso la limitazione di una quantità utile, cioè attraverso la rarità. L’idea che il valore debba essere indicizzato esclusivamente sull'utilità non è infatti sostenibile: l'acqua è più utile del diamante ma infinitamente meno costosa;
il piano del prezzo e quello dell'utilità sono irriducibili l'uno all'altro.
Gli economisti liberali si sforzeranno, quindi, di prendere contemporaneamente in considerazione l'utilità e la rarità, e i marginalisti svilupperanno un punto di vista che consisterà nel valutare non più la quantità globale di beni, bensì il valore "marginale", assunto dall'ultimo di essi, ma «senza riuscire a operare la sintesi utilità-rarità in una spiegazione coerente.»[21] Questa teoria finisce infatti con il rendere insolubile il problema della trasformazione del valore in prezzo di produzione.

Il lavoro di oggi in netta contrapposizione con l'ideale antico


Il modo in cui ai nostri giorni la parola "lavoro" viene indistintamente applicata a qualunque forma di attività o di occupazione regolare, in diretta contrapposizione con l'ideale ereditato dall'Antichità, riflette piuttosto bene le teorie di cui abbiamo or ora sinteticamente accennato. Operai, dirigenti, artisti, ricercatori, intellettuali, creatori: ormai tutti "lavorano". Anche i contadini si sono trasformati in "produttori agricoli", il che dimostra che i loro compiti quotidiani non definiscono più un modo di vita incomparabile rispetto a tutti gli altri. Nondimeno, questo onnipresente lavoro esige di essere colto e definito con precisione. «Il "lavoro", nel senso contemporaneo», scrive André Gorz, «non si confonde né con i bisogni, ripetuti giorno dopo giorno, che sono indispensabili al mantenimento e alla riproduzione della vita di ciascuno; né con la fatica, per quanto impegnativa possa essere, che un individuo fa per realizzare un compito di cui lui stesso o i suoi sono i destinatari e i beneficiari; né con quel che noi decidiamo di fare di testa nostra, senza tener conto del tempo e della fatica, per uno scopo che ha importanza soltanto ai nostri occhi e che nessuno potrebbe raggiungere al posto nostro.

Se ci capita di parlare di "lavoro" a proposito di queste attività del "lavoro domestico", del "lavoro artistico" de "lavoro di autoproduzione", lo facciamo assegnando all'espressione un significato fondamentalmente diverso da quello che ha il lavoro posto dalla metà alla base della propria esistenza, strumento cardinale e nel contempo obiettivo supremo...
La caratteristica essenziale di quel tipo di lavoro quello che noi "abbiamo", "cerchiamo", "offriamo" consiste infatti nell'essere un'attività nella sfera pubblica, richiesta, definita, riconosciuta utile da altri e, a questo titolo, da essi remunerata. Grazie al lavoro remunerato (e più in particolare attraverso il lavoro salariato) apparteniamo alla sfera pubblica, acquisiamo un'esistenza e un'identità sociali (vale a dire una "professione"), siamo inseriti in una rete di relazioni e di scambi nella quale ci misuriamo con gli altri e ci vediamo conferire dei diritti su di loro in cambio dei nostri doveri verso di loro. La società industriale viene intesa come "una società di lavoratori" e, a questo titolo, si distingue da tutte quelle che l'hanno preceduta, perché il lavoro socialmente remunerato e determinato è anche - per colui e colei che lo cerca, vi si prepara o ne manca - il fattore di gran lunga più importante di socializzazione.»[22]
Perciò, prosegue André Gorz, «la razionalizzazione economica del lavoro non è consistita semplicemente nel rendere più metodiche, e meglio adattate allo scopo, le attività produttive preesistenti. Fu una rivoluzione, una sovversione del modo di vita, dei valori, dei rapporti sociali e con la natura, l'invenzione nel senso pieno del termine di qualcosa che non era ancora mai esistito. L’attività produttiva veniva privata del suo senso, delle sue motivazioni e del suo oggetto per diventare il semplice mezzo per guadagnarsi un salario. Smetteva di far parte della vita per diventare il mezzo per "guadagnarsi da vivere". Il tempo di lavoro e il tempo di vivere venivano staccati; il lavoro, i suoi strumenti, i suoi prodotti acquistavano una realtà separata da quella del lavoratore e dipendevano da decisioni estranee. La "soddisfazione di operare" in comune e il piacere di "fare" venivano soppressi a vantaggio esclusivo delle soddisfazioni che il denaro può acquistare [...] La razionalizzazione economica del lavoro avrà pertanto ragione dell'antica idea di libertà e di autonomia esistenziale. Essa dà vita a un individuo che, alienato nel lavoro, lo sarà anche, per forza, nei consumi ed, infine, nei bisogni.»[23]

Osservatorio: idee, firme di ieri e oggi de il Vascello

Il secondo settimanale economico tedesco mette in discussione l’undici settembre

di Pino Cabras ( 11/01/2010 - Fonte: megachip )


La rivista economica tedesca «Focus Money» (N. 2 / 2010), affronta una narrazione dettagliata sull’11/9 e mette radicalmente in discussione la versione ufficiale. Stiamo parlando del secondo settimanale economico della nazione economicamente più forte dell’Europa, un magazine edito da un colosso dell’editoria tedesca, il gruppo di Hubert Burda.
Il signor Burda è un insigne esponente della superclasse globale, un editore-intellettuale di primissimo piano nell’establishment germanico: è leader della VDZ, la “confindustria degli editori”, nonché cofondatore dell’analogo sindacato su scala europea, ma è anche membro del Consiglio del World Economic Forum e ha partecipato perfino a riunioni dell’esclusivo Club Bilderberg.
L’uscita di questo articolo è dunque degna di attenzione: è la prima volta che un giornale così ben inserito nel mainstream occidentale si cimenta nel raccontare in modo talmente critico i lati più scomodi dell’evento che ha dato l’impronta al secolo, l’11 settembre,
«Focus Money», espone la maggior parte degli argomenti e delle contraddizioni cruciali in cinque pagine patinate. Tra le altre questioni affrontate, l’articolo suppone che il crollo del World Trade Center possa essere stata una demolizione intenzionale.
Inoltre, l’articolo solleva seri dubbi circa la “follia” attribuita alle personalità critiche, che di solito vengono stigmatizzate come “teorici del complotto”. La rivista ricorda che «non si tratta solo di politici seri che non vogliono più credere alla versione ufficiale», bensì anche, «di migliaia di scienziati che mettono in discussione l’11/9».
L’autore dell’articolo è Oliver Janich. Lavora come giornalista d’inchiesta freelance per «Financial Times Deutschland», «Sueddeutsche Zeitung», «Euro&Finance» e ha una rubrica fissa per «Focus Money».
Nel suo blog Janich spiega che ha lottato molti anni per convincere la redazione della necessità di pubblicare queste cinque pagine. Si chiede sommessamente perché il mainstream resista, e prova a rispondere: non è necessaria una grande congiura dei media per impedire che si pubblichi questo tipo di storie, soprattutto per i grandi eventi. Ogni redattore, secondo Janich, ha il timore di incappare nella vergogna di ripetere l’infortunio dei falsi diari di Hitler, che nel 1983 danneggiò enormemente il settimanale «Stern». Janich descrive questa riluttanza dei colleghi, dovuta proprio alla grandezza dell’evento, finché, guardando ai fatti, i colleghi ammettono che è sbagliato non porsi dubbi. E così nasce anche l’articolo sull’11/9.
La prima pagina dell’articolo mostra le foto di personalità scettiche sull’«11/9 “ufficiale”», tra cui Charlie Sheen, Sharon Stone, Rosie O’Donnell, William Rodriguez (accanto a George W. Bush), l’ex governatore Jesse Ventura, Richard Gage, il giudice federale tedesco Dieter Deiseroth e molti altri.
Il resto dell’articolo è denso di accenni a molte informazioni. La prova di una demolizione controllata degli edifici, la critica della teoria dell’incendio, le domande sugli intercettori, sull’Edificio 7 del WTC e sul Pentagono. Si parla delle “manovre di volo impossibili,” delle dimissioni del senatore Max Cleland, che viene citato nel dire «È una truffa, uno scandalo nazionale», sdegnato dalla marea di menzogne alla Commissione, che hanno ostacolato le indagini. Si fa anche cenno alla misteriosa morte di Barry Jennings, un alto funzionario del Dipartimento dei Servizi di emergenza della città di New York. Era un testimone chiave dei fatti accaduti all’Edificio 7. Ancora ricoperto di polvere, Jennings aveva rilasciato un’intervista in diretta alla ABC e poi più avanti nel tempo per il documentario “Loose Change Final Cut” diretto da Dylan Avery.
Appena pochi mesi fa, ai primi di settembre, c’era stato già un articolo corretto e bilanciato sull’11/9 in un settimanale TV tedesco.
Le ragioni della pubblicazione dell’articolo di «Focus Money» sono da comprendere. Può darsi che la redazione abbia autonomamente deciso di pubblicare una storia in sé interessante, che ormai anche per una testata giornalistica di quella dimensione risulta difficile “regalare” ai media “alternativi”. E quindi potrebbe essere un caso legato a scelte commerciali contingenti.
Non si può ignorare però che la pubblicazione ricade in un momento in cui ha ripreso vigore tutta la retorica legata ad al-Qa’ida, sull’onda dello strano pseudo-attentato di Mutanda Boom sul volo Amsterdam-Detroit. Quella retorica è usata a piene mani dall’Amministrazione USA per sostenere un rinnovato sforzo bellico in Afghanistan. La Germania, troppo militarmente coinvolta in quell’area e assai riluttante a esporsi con ulteriori soldati, potrebbe essere interessata a iniziare a screditare il racconto di fondo, a partire proprio dall’11/9. Qualcosa di simile è accaduta in Giappone con il cambio della guardia nel governo, laddove il Partito Democratico giapponese sfida apertamente la versione ufficiale del governo USA sui fatti dell’11/9 e ne mette in discussione la capacità di giustificare l’intervento in Afghanistan.
Può quindi accadere che le redazioni si sentano più libere di riportare i dubbi che non avevano mai osato pubblicare prima, perché temevano la catena di domande radicali che si trascinavano con sé sulla struttura del potere. Anche in seno alle classi dirigenti forse si apre qualche dibattito sul destino del mondo e sulle soluzioni non solo militari

Il colonialismo economico ha strangolato l'Africa

di Massimo Fini


Sui fattacci di Rosarno anche la stampa più bieca e razzista è stata costretta a prendere le parti degli immigrati ("Hanno ragione i negri", ha titolato il Giornale, 9/1), sfruttati fino all'osso per i famosi lavori che "gli italiani non vogliono più fare", costretti a vivere in case di cartone e, come se non bastasse, presi anche a pallettoni. Quando però si analizzano le cause di queste migrazioni ormai bibliche, che portano a situazioni tipo Rosarno in Europa e negli Stati Uniti, la stampa occidentale resta sempre, e non innocentemente, in superficie.
Si dice che costoro sono attratti dalle bellurie del nostro modello di sviluppo. Ora, non c'è immigrato che non possegga almeno un cellulare e che non sia in grado di avvertire chi è rimasto a casa di che "lacrime grondi e di che sangue" questo modello.
Si dice allora che costoro sono costretti a venire qui a fare una vita da schiavi a causa della povertà e della fame che strazia i loro Paesi. E questo è vero. Ma non si spiega come mai queste migrazioni di massa sono cominciate solo da qualche decennio e vanno aumentando in modo esponenziale. In fondo le navi esistevano anche prima e pure i gommoni.
Il fatto che gli immigrati di Rosarno siano prevalentemente provenienti dall'Africa nera ci dà l'opportunità di spiegarlo.
L'opinione pubblica occidentale, anche a causa della disinformatia sistematica dei suoi media, è convinta che la fame in Africa sia endemica, che esista da sempre. Non è così. Ai primi del Novecento l'Africa nera era alimentarmente autosufficiente. Lo era ancora, in buona sostanza (al 98%), nel 1961. Ma da quando ha cominciato ad essere aggredita dalla pervasività del modello di sviluppo industriale alla ricerca di sempre nuovi mercati, per quanto poveri, perché i suoi sono saturi, la situazione è precipitata.
L'autosufficienza è scesa all'89% nel 1971, al 78% nel 1978.
Cos'è successo? L'integrazione nel mercato mondiale ha distrutto le economie di sussistenza (autoproduzione e autoconsumo) su cui quelle popolazioni avevano vissuto, e a volte prosperato, per secoli e millenni, oltre al tessuto sociale che teneva in equilibrio quel mondo (come è avvenuto in Europa agli albori della Rivoluzione industriale quando il regime parlamentare di Cromwell, preludio della democrazia, decretò la fine del regime dei "campi aperti" (open fields), cosa a cui le case regnanti dei Tudor e degli Stuart si erano opposte per un secolo e mezzo, buttando così milioni di contadini alla fame pronti per andare a farsi massacrare nelle filande e nelle fabbriche così ben descritte da Marx ed Engels).
Oggi, nell'integrazione mondiale del mercato, nella globalizzazione, i Paesi africani esportano qualcosa ma queste esportazioni sono ben lontane dal colmare il deficit alimentare che si è venuto così a creare. E quindi la fame.
Senza per questo volerlo giustificare il colonialismo classico è stato molto meno devastante dell'attuale colonialismo economico. Fra i due c'è una differenza sostanziale, di qualità. Il colonialismo classico si limitava a conquistare territori e a rapinare materie prime di cui spesso gli indigeni non sapevano che farsi, ma poiché le due comunità rimanevano separate e distinte poco cambiava per i colonizzati che, a parte il fatto di avere sulla testa quegli stronzi, continuavano a vivere come avevano sempre vissuto, secondo la loro storia, tradizioni, costumi, socialità, economia.
Il colonialismo economico, invece, ha bisogno di conquistare mercati e per farlo deve omologare le popolazioni africane (come del resto le altre del cosiddetto Terzo Mondo) alla nostra way of life, ai nostri costumi, possibilmente anche alle nostre istituzioni (la creazione dello Stato, per soprammercato democratico o fintamente democratico, ha avuto un impatto disgregante sulle società tribali), per piegarle ai nostri consumi.
In Africa si vedono neri con i RayBan (con quegli occhi!) e il cellulare, che costano niente, ma manca il cibo. Perché il cibo non va dove ce n'è bisogno, va dove c'è il denaro per comprarlo. Va ai maiali dei ricchi americani e, in generale, al bestiame dei Paesi industrializzati, se è vero che il 66% della produzione mondiale di cereali è destinato alla alimentazione degli animali dei Paesi ricchi (dato Fao).
E adesso ci si è messa anche la Cina, new entry in questo gioco assassino, che compra, con la complicità dei governanti corrotti, intere regioni dell'Africa nera la cui produzione, alimentare e non, non va ai locali, sfruttati peggio degli immigrati di Rosarno, ma finisce a Pechino e dintorni.
Ma l'invasione del modello di sviluppo egemone ha anche ulteriori conseguenze, quasi altrettanto gravi della fame. Sradicati, resi eccentrici rispetto alla propria stessa cultura che è finita nell'angolo, scontano una pesantissima perdita di identità. A ciò si devono le feroci guerre intertribali cui abbiamo assistito, con ipocrita orrore, negli ultimi decenni.
Perché le guerre in Africa, sia pur con le ovvie eccezioni di una storia millenaria, avevano sempre avuto una parte minoritaria rispetto alla composizione pacifica fra le sue mille etnie (J.Reader, "Africa", Mondadori, 2001). E così fra fame, miseria, guerre, sradicamento, distruzione del loro habitat, costretti a vivere con i materiali di risulta del mondo industrializzato (si vada a Lagos, a Nairobi o in qualsiasi altra capitale africana) i neri migrano verso il centro dell'Impero cercandovi una vita migliore. O semplicemente una vita.
E i nostri "aiuti", anche quando non sono pelosi, non solo non sono riusciti a tamponare il fenomeno della fame e della miseria, in Africa e altrove, come è emerso dal recente vertice della Fao tenuto a Roma, ma l'hanno aggravato perché tendono ad integrare ulteriormente le popolazioni del Terzo Mondo nel mercato unico mondiale, stringendo così ancor di più il cappio intorno al loro collo. Alcuni Paesi e intellettuali del Terzo Mondo lo avevano capito per tempo. Una ventina di anni fa, in contemporanea con una delle periodiche riunioni del G7 (allora c'era ancora il G7), i sette Paesi più poveri del mondo, con alla testa l'africano Benin, organizzarono un polemico controsummit al grido: "Per favore non aiutateci più!". Ma non vennero ascoltati.

L'acquisto dell'Africa tra i nuovi affari del capitalismo globale: dal continente nero, intanto, rientrano i rifiuti, mentre i ferraioli bresciani tentano di sfuggire al fisco intrallazzando con San Marino: l'ha scoperto la GdF bresciana. Vai a leggere
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di Gio, 29 lug 2010

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