Incredibile gaffe ( che si risolve in un grande per quanto involontario omaggio alla pittura cremonese) di un mostro sacro della critica artistica italiana: Rossana BossagliaVALAGUSSA: questo quadro NON è di Klimt, è del nostrano MARIO BIAZZI Egregio Vascello, come vostro (saltuario) lettore vi so interessati ai problemi dell'arte cremonese, alla cui date sempre giustamente spazio nella pagina della cultura. Visto che un po' di interesse pare muoversi attorno al Novecento in città, anche dopo la pubblicazione del libro recente dedicato appunto al panorama artistico del secolo scorso, potrebbe forse interessarvi pubblicare un belllissimo dipinto di uno dei grandi di quel periodo, che ho trovato di recente illustrato su una rivista con una attribuzione completamente strampalata ed eclatante. Sarebbe un piccolo scoop ed una doverosa restituzione ad uno dei protagonisti della pittura a Cremona. Con stima, Giovanni Valagussa, Accademia Carrara, Bergamo, Conservatore responsabile della Pinacoteca
Rispondiamo a Giovanni Valagussa che, come tutti ricorderanno, se ne andò da Cremona in seguito a una diversa visione sulla gestione della pinacoteca di Cremona, la ennesima conferma di una città e di una politica così provinciali che hanno la preziosa particolarità di eliminare i migliori, in omaggio alla regola economica che la moneta cattiva scaccia la monmeta buona,come abbiamo avuto tante volte l'occasione di scrivere. (E gli effetti, a Cremona, si misurano ad ogni ora…. la città è vittima delle idee più strampalate contro le quali ci battiamo inutilmente , quando non addirittura risolve la sua inconsapevolezza con aperture che aprono tragicamente la città al rischio non sufficientemente soppesato e difficilmente evitabile, pur con tutta la passione e la buona volontà, di speculazioni immonde).
Valagussa risponde immediatamente e con grande precisione: "Gentile Antonio Leoni,grazie della immediata risposta. A mia volta rispondo subito. Si tratta di un dipinto pubblicato su una rivista di discreta diffusione, Quadri e sculture, n.36 dell'anno 2000, dove appare in copertina con un rimando ad un articolo all'interno che è firmato nientemeno che da Rossana Bossaglia, una della massima esperte di Novecento italiano. L'aspetto paradossale è che il dipinto risulta proposto come opera di Klimt ! Un assurdo verso l'ignoto proprietario. Non so se qualcuno si sia mai accorto dell'incredibile errore, ma non mi risulta. Io me ne sono reso conto un paio di settimane fa, quasi per caso. Si tratta infatti di una notevolissima, e fino a quel momento ignota, opera di Mario Biazzi, pittore cremonese ben noto, nato a Castelverde nel 1880 e morto in disgrazia a Cremona nel 1965. Il ritratto di dama è veramente di bellissima qualità, con gli occhi cerchiati dalle occhiaie livide, la bocca tesa in una smorfia amara,una posa di sofferente disagio. Tutti tratti riconoscibilissimi della pittura di questo straordinario artista di Cremona, Persino il non-finito dell'abito, steso con lunghe pennellate liquide e velocissime, è ben riconoscibile in altre sue opere. Dunque non Klimt certamente, ma un Biazzi che arriva ad un livello di qualità tale da poter essere confuso col celeberrimo maestro austriaco. Le allego le scansioni dell'articolo e delle foto. Credo che sul Vascello potrebbe ben unirsi alle altre interessanti notizie di cultura. Sperando che magari si faccia vivo il misterioso proprietario. Spero di risentirla presto e le auguro buon lavoro, cordialmente Giovanni Valagussa. ECCO LA CLAMOROSA ED ERRATA ATTRIBUZIONE

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Un riconoscimento che riempie le cronache di Ferragosto come nel 2010 la caccia alla pantera nera: ma adesso è il caso di smetterla, perciò abbiamo fatto un giro tra i maggiori studiosi... ed ecco il giudizio perentorio, spesso drasticoLa Dama dell'Ermellino in questo quadro di Tomaso Aleni? Una bufala, una ricerca dilettantistica e senza alcun fondamento, così gli esperti
 |  | Anche Alessandro Ballarin, che non abbiamo interpellato, ha in qualche modo espresso un giudizio sull'estremo provincialismo della vicenda nel suo "Leonardo a Milano", l'opera monumentale recentissima con questa riflessione, pagina 256, a conclusione del saggio sul Ritratto di Cecilia Gallerani (la Dama con l’ermellino).«Da una parte vedo una disinvoltura, che a volte si esprime con toni di tracotanza, nel mettere sul tavolo i dati storici e documentari, in qualche caso neppure completi, e senza neppure avere fatto il possibile per comprenderne il significato, e comunque sempre con la presunzione di una loro assolutezza, di una loro autosufficienza rispetto alla serie dei documenti figurativi; dall’altra si capisce che lo storico dell’arte non si ritiene più capace, partendo dal documento figurativo correttamente acquisito in campo ad un’analisi formale dell’opera iuxta propria principia ed in relazione al contesto delle altre opere di quell’autore e delle opere degli altri autori che gli stanno intorno, di interferire nella serie storico-documentaria, verificandone la completezza e la plausibilità delle informazioni, interrogando il vuoto che per solito circonda la puntualità del dato archivistico, cioè il tanto non detto perché interrogarsi sul che cosa il documento non ha detto è il modo migliore per capire il poco che ha detto -, inducendo eventualmente il ricercatore d’archivio ad un nuovo controllo della serie stessa, ed infine, se questo è il caso, procedendo autorevolmente per conto proprio, contro la stessa documentazione archivistica, nella costruzione del risultato». |
Capita ogni anno sotto Ferragosto, quando le cronache latitano ed i cronisti più agguerriti sono in ferie. Così negli anni passati abbiamo assistito alla caccia alla pantera nera che girovagava di notte, dunque invisibile, nella campagne di Casalbuttano. Si mobilitò persino il comitato per la sicurezza, appositamente convocato. E ciascuno andò a caccia non di funghi, ma di impronte. Un agricoltore smarrito dichiarò di averla incontrata, ma che dopo averlo fissato con gli occhi gialli che brillavano nella notte non lo aveva, fortunato lui, giudicato degno di pasto, e si era acquattata nel campo di melegotto. "Il Vascello" con qualche divagazione sul mostro di Lochnness giunto per ignoti corridoi vulcanici fino al boudri di Stagno Lombardo, rivelò con precisione che il ritorno della pantera nera (già, perchè la pantera era alle replica della fuga estiva) era uno scherzo architettato da alcuni buontemponi in un bar di Casalbuttano. La storia carebbe piaciuta a Dalla. Ma intanto Ferragosto era passato, i cronisti erano rientrati dalle ferie, solo qualche blog poteva ancora sopravvivere sulla notizia. Altrettanto accade quest'estate. Con una deviazione di interessi: dalla zoologia all'arte. Ed allora, considerato che sono in corso i lavori per i restauri della Villa Medici del Vascello a San Giovanni in Croce, quale occasione migliore per sparare che la Dama dell'Ermellino di Leonardo torna "invecchiata" (sic) nel dipinto che raffigura la "Madonna del Consorzio con i fedeli inginocchiati", al centro del polittico nella Chiesa parrocchiale locale? Il dipinto è stato studiato e ristudiato con il consueto rigore da Marco Tanzi (figuriamoci se non si sarebbe accorto della coincidenza) il quale lo ha infallibilmente attribuito a Tomaso Aleni, il Fadino. Molti lettori, peraltro, fidandosi del Vascello che qualche autorevole parere sulle questioni dell'arte cremonese lo ha riferito, ci hanno chiesto: "Ma perché voi non ve ne occupate?". Non ce ne siamo occupati perché abbiamo subito ritenuto che si trattasse di una bufala colossale, indegna di lettori seri. Ma i lettori hanno ragione, se ne parla, dunque la vicenda fa notizia. Ed ecco un nostro giro telefonico, con un pizzo di vergogna per la attendibilità della risposta, tre gli esperti che , come si potrà ben capire, evitano di farsi coinvolgere in una questione di nessuna rilevanza e fondamento. Ma dal tono i lettori capiranno chi siano coloro che ci hanno dichiarato... partendo dal più benevolo, " Un divertissement di dilettanti sprovveduti,", "Una identificazione indegna di qualsiasi commento e persino di disapprovazione", "Spendano 365 euro e leggano tutto dell'opera di Alessandro Ballarin, "Leonardo a Milano", quattro volumi, quasi tremila pagine, 22 chili di peso e qui troveranno anche un giudizio sulla loro presunzione" (lo pubblichiamo nel riquadro), "Non sanno neppure che si tratta di una qualsiasi fanciulla, fanciulla ripeto, nei tratti, nella moda e nelle acconciature dell'epoca, secondo il modo del tempo", per arrivare al giudizio più esplicito, tranciante e definitivo, considerata l'autorevolezza e la schiettezza di chi lo ha espresso: "Una colossale cagata". Sic et sempliciter.

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