
L'interno del monastero di San Benedetto, oggi dominato da gatti e dalle gattare. Qui si aggirarono le canonichesse di S. Carlo, dodici dame di grandel lignaggio istruite per andare alla corte di Vienna (foto Antonio Leoni ©). Ecco un aspetto del patrimonio che Cremona cede o cederà alla speculazione nella più completa indifferenza pubblica che si condede Santa Monica ma che demolisce il sogno del Parco dei Monasteri. La revisione architettonica del monastero di Santa Monica fu frutto della collaborazione nientemeno che del Piermarini con Faustino Rodi e sotto la supervisione diretta dell'imperatore d'Austria Giuseppe II.
Mentre Brescia dopo S. Giulia trova i fondi per salvare ed esaltare le altre sue evidenze artistiche, Cremona si arrende, senza preoccuparsi di bloccare in qualche modo le vendite dei suoi capolavori. La notizia del giorno è che lo Stato sta per offrire al mercato speculativo la chiesa di San Benedetto, e la Fondazione Stauffer interessata all'impresa e come tale già attiva nel progetto del Parco dei Monasteri con l'acquisto dello storico monastero, sembra sul punto di rinunciare a sua volta. Tutto si può fare perché le istituzioni pubbliche, in primo luogo il Comune e la Provincia di Cremona si tirano da parte (per mopdo di dire...).
Altro passo inevitabile e temuto dai nostri lettori come conseguenza diretta della rinuncia all'unico sogno cullato da Cremona nella speranza di diventare grande e di competere tra le città d'arte italiane con il ruolo che le sarebbe garantito dai suoi monumenti. Parliamo ovviamente del Parco dei monasteri.
Detto di Brescia che recupera, reiveste e persino guadagna, mentre Mantova allarga sempre più le sue opportunità turistiche, dunque a Cremona il demanio può vendere persino l'affresco del Massarotti in San Benedetto.
Assistiamo sotto il Torrazzo, avendo solo la voce per protestare e gli occhi per piangere, al disastro dell'ultracapitalismo favorito dalla inermità concettuale, prima che finanziaria, della ammimistrazione pubblica, arrogante nel nascondere i suoi limiti, di fatto sotto il cappello dei poteri forti.
Tutto precipita a catena come in un grande gioco di domino: cade il Parco dei monasteri con Arvedì che cancella il Centro di Restauro, si libera Palazzo Pallavicino e vi si insedia lìpiall che doveva andare in San Benedetto, la Fondazione Stauffer non sa più cosa farsene, prima o poi metterà all'incanto il monastero di sua proprietà, intanto con il trasferimento dell'Ipiall, la amministrazione provinciale si prende Santa Monica e manitene l'università di Pavia in palazzo Raimondi. Qual è la ulteriore conseguguenza? La amministrazione provinciale doveva costruire la sua sede nelle aree dismesse davanti al campo sportivo. Si liberano anche loro ed in coicidenza con l'apertura dell'area commerciale nella Cittadella dello sport, sorgono grandi appetiti impreditoriali nella contigua frazione di San Felice.
Il domino ha prodotto tutti i suoi effetti, Cremona, tutta Cremona è in vendita: pura coincidenza o un diabolico progetto che però stravolge la Città artistica, turistica, la Città Nova?
I il tutto in pochi mesi, uno dopo l'altro, i capisaldi della rinascita cittadina sono concessi agli speculatori: la grande vergogna di chi potrebbe almeno invocare uno stop di riflessione. Ma nessunop si oppone al trionfo della plutocrazia di stampo massonico e di derivazione nordamericana (profetizzato su scala mondiale dal grande Erza Pound, per questa ragione imprigionato in un manicomio e poi segregato). Il trionfo è completo, nella inadeguatezza degli arroganti e nella ignoranza dei grandi strumenti offerti dalla civiltà italiana ed europea.
Ecco, qui l' esempio di quel che Cremona consegna a un indefinito destino. Il grande affresco del Massarotti che domina la chiesa del monastero di San Benedetto. Avanti signori, il demanio statale vende . Mettete pure sul piatto i cervelli e le anime.

L'affresco fu restaurato nel 1986 dal Rotary Cremona che celebrava i suoi 60 anni di fondazione, presidente Piero Negroni.
L'impresa era l'espressione di una città che sapeva ancora sognare. E così nel 1986 descrisse l'affresco monsignor Franco Voltini, altra evidenza di una città di qualità che ambiva all'eccellenza.
"....nella volta della Chiesa delle Monache di S.Benedetto qui in Patria, avendovi egli dipinto a fresco il S. Patriarca in gloria, entro un bel Paradiso, vi si vede effigiata una gran moltitudine di Santi e Sante dell'Ordine monastico, come se fatte fossero ad olio, ma perché non v'ha sbattimenti, che formino il distacco, perciò non fan di sé quella propria veduta che far dovrebbono ".
Così lo Zaist nel profilo che dedica ad Angelo Massarotti (1654-1723); e per quanto possa sembrare strano, il riferimento offre a tutt'oggi l'informazione più diffusa, e fors'anche più criticamente attenta, che sia stata riservata áI dipinto dell'ex-chiesa monastica di S.Benedetto.
Certo a chi osservi ora il grande affresco, restituito com'é ai suoi valori originari dal diligente restauro di Marcello Bonomi, possono anche dispiacere gli appunti mossi all'opera dallo storico settecentesco; ma un minimo di senso storico aiuterà ad interpretare per il suo verso la valutazione che l'occhio dello Zaist, ormai addestrato alla più aggiornata voga degli "sbattimenti", poteva dare di una composizione ferma ancora al gusto di un barocco che s'intendeva superato.
Di fatto, se al Massarotti può essere riconosciuto il ruolo di "nesso culturale fra il seicento e il settecento cremonese" (Puerari), si dovrà pur ammettere che, nel secolo nuovo, il pittore è entrato solo anagraficamente. Siamo sempre stati convinti che settecentesco, in accezione tutta stilistica, il Massarotti non fu mai, e che pertanto la sua produzione sia da leggere in rapporto ai moduli del passato, che erano e rimasero i suoi.
La conferma é in questo affresco che finalmente, grazie alla benemerita iniziativa del Rotary Club Cremona, torna ad offrirsi al comune godimento. A quale anno esso debba esattamente datarsi non é ancora possibile determinare; ma, dopo quanto s'è detto, anche una tale precisazione é scarsamente rilevante.
E' già stato reso noto, intanto, che mentre l'opera non figurava esistente al tempo della visita del Vescovo Settala del 1689, essa è già sobriamente ma puntualmente descritta nel 1702, quando il Vescovo Croci visita a sua volta la chiesa e il monastero. Ed è appunto verso quest'ultima datazione che noi tenderemmo a collocarla, viste anche analiticamente le affinità ch'essa presenta con gli affreschi che il Massarotti eseguì in S.Sigismondo proprio nel 1702.
Certamente in S.Benedetto altre sono le proporzioni e altro è lo sviluppo da "gran teatro" consentito al pittore dalle dilatate superfici: l'artificio scenografico della finta architettura si leva dal cornicione ricco di stucchi per comporsi in una ornatissima balconata aperta sul cielo entro cui si distribuisce l'Apoteosi. La quale, affollata in ogni parte, è tuttavia equilibrata per il dosato articolarsi dei piani e il vario contrapporsi delle masse cromatiche.
La composizione si snoda dal basso, a partire dalla figura di S.Gregorio Magno, il primo e più illustre biografo di S.Benedetto, per salire secondo uno svolgimento a spirale che, andando verso sinistra, comprende altri tre papi, certo appartenenti all'Ordine benedettino; assicura ovviamente sulla destra un posto di evidenza a S.Benedetto, alla cui spalle è la sorella S.Scolastica, mentre sullo sfondo appare significativamente l'immagine di Mosè con le tavole della Legge; piega di nuovo a sinistra dove emerge la Vergine da un gruppo di Santi tra i quali si riconoscono S.Giuseppe e il Battista; si conclude al vertice con la visione di un luminoso empireo nel quale è collocata la SS.Trinità. In funzione di completamento e di legame compositivo molte altre figure di santi si accompagnano, su diversi piani, a quelle più eminenti, con il consueto corteggio d'Angeli librati tra le nubi e le improvvise aperture del cielo.
Ma il dovizioso repertorio iconografico, che abbiamo solo individuato nelle componenti di maggior rilievo, resta tutto da identificare in una ben più approfondita indagine, che tenga conto, naturalmente, dei fattori storico-religiosi caratterizzanti soprattutto l'ambiente locale nel tempo in cui la grande impresa pittorica veniva commissionata ed eseguita. (foto Giuliano Regis)
L'impresa del Rotary non si fermò all'affresco. Diede anche vita a unaiipotesi di utilizzo del Monastero, attraverso l'impegno di alcuni suoi soci, l'architetto Sergio Renzi, la figlia architetto Nayla Renzi e l'architetto Tiziano Zanisi.
Ed ecco il progetto che ne sortì.

"Il progetto di recupero funzionale del complesso di S.Benedetto prevede il completo utilizzo sia della chiesa esterna che di quella interna, cioè delle due parti (una per le monache e una per i fedeli) nelle quali era divisa secondo la regola monastica benedettina.
La sistemazione e le attrezzature indicate nel progetto prevedono, oltre alla sala principale, sale, salette, locali vari per accogliere in modo razionale manifestazioni di ogni tipo. Per il miglior funzionamento delle varie sale il progetto prevede inoltre l'aggregazione di altri spazi quali l'atrio, il bar, il guardaroba e i servizi igienici, questi ultimi agibili anche dall'attiguo chiostro utilizzato in funzione teatrale e/o concertistiche all'aperto.
Pur non figurando nella tavola riportata qui sopra, è previsto anche l'insediamento di un "Centro per il restauro di strumenti a corda e decorazioni lignee" al primo piano e la sede di alcune Associazioni culturali."
Già si parla anche qui del Centro di Restauro degli strumenti ad arco, nobilissima aspirazione di Cremona che abbiamo trovato il modo, in questi mesi funesti di distruzione dei sogni, di trasmigrare a Pavia.
Ma il Monastero di San Benedetto è stato anche al centro di una impresa storica che suscitò grande clamore non solo nella Cremona settecentesca. Il Collegio delle Canonichesse di S.Carlo. Protagonista l'Imperatore austriaco Giuseppe II, complice a quanto sostenevano alcune voci maligne la sua predilezione verso l'abbadessa, poi invitata anche a Corte a Vienna.
Le canonichesse di San Carlo altro non erano che le zitelle di famiglie decadute di altissimo lignaggio che attraverso questo istituto venivano educate a frequentare la vita di Corte. Il regolamento concedeva alle canonichesse di uscire frequentemente e con minori restrizioni di orario per assistere alle commedie, partecipare ai balli della nobiltà e a feste. Perché fu scelta proprio Cremona? Perchè si voleva limitare l'anelito autonomistico di Milano e nel contempo perché in città viveva il conte Biffi che ebbe non poche grane nel condurre il collegio.
Si può poi immaginare come la città provinciale accompagnasse le uscite in carrozza delle canonichesse.
Ebbe un gran successo anche questo sonetto:

Dodici dame in giovanil etade,
vergini ancora o tali almen credute,
da diverse città qui son venute
un collegio a formar di voluttade.
Del vil ozio ministre e vanitade
vivon fra gli agi e vivon ben pasciute,
chi fa più la civetta ha più virtute
e il lor pregio maggior è vanitade.