Legambiente: i provvedimenti da prendere contro l'attaco delle PM10Anche la Cittadella dello Sport in discussione per la deforestazioneCome facilmente prevedibile, dopo la nevicata di sabato 30 gennaio che ha smorzato il triste primato di 118 microgrammi raggiunto dopo 18 giorni di continui sforamenti, le polveri sottili il PM10 - sono tornate sopra la soglia di pericolo. Il bel tempo paradossalmente non ci ha fatto respirare. In questa situazione in cui ancor più paradossalmente l’inquinamento è percepito come un evento collegato con il tempo atmosferico, un dato invece è certo: le nostre città producono quotidianamente la gran parte degli agenti inquinanti con le attività produttive, il traffico soprattutto privato, le caldaie di nostri impianti di riscaldamento.Sono semmaii le condizioni metereologiche “favorevoli” come pioggia, neve e vento che ci possono dare qualche momento di tregua. Questo è il dato incontrovertibile: ci inquiniamo con le nostre mani coscienti di quello che stiamo facendo e continuiamo a farlo sperando nella clemenza del tempo metereologico e dell’Unione europea.L’Europa ha infatti fissato a 35 giorni annui il periodo massimo di superamento dei limiti oltre il quale la salute è in serio pericolo e si incappa in sanzioni. In alcune città italiane succede anche che i cittadini, stanchi di sorbirsi l’inquinamento quotidiano, abbiano denunciato gli amministratori, ai sensi dell’articolo 674 del Codice Penale che punisce l’emissione continuativa di gas, vapori o fumi al di la dei limiti consentiti dalla legge, per non aver adottato tutti i provvedimenti utili per abbattere le polveri sottili.I primi processi sono in corso. Cremona compare al 18° posto nella classifica di Legambiente (MAL’ARIA DI CITTA’ 2010) delle peggiori città italiane avendo superato 83 volte il limite nel 2009. E non è solo il PM10 a preoccupare: il biossido di Azoto (NO2), l’Ozono, il Benzene sono altrettanto micidiali per la nostra salute.I trasporti sono tra i principali responsabili dell’inquinamento atmosferico in città e sono anche una sostanziale fonte di produzione di CO2 che tanti guai apporta al riscaldamento globale. Ma la ricaduta del traffico non è solo inquinamento atmosferico in quanto va ad incidere molto pesantemente sulla nostra qualità della vita e sui nostri stili di vita. L’inquinamento acustico, la città assediata dalle auto sia in movimento che ferme (altro che qualità dell’arredo urbano!), il rischio di incidenti per pedoni e ciclisti, il malcostume di lasciare l’auto ovunque e anche sui marciapiedi, ecc, non ci aiuta a vivere bene gli spazi urbani e, talvolta, nemmeno quelli esterni. In questa difficile situazione quali segnali arrivano dalle Amministrazioni locali? Forse è presto per tirare conclusioni ma la situazione non è rassicurante anche per le scelte precedenti.Andiamo con ordine. | Il Piano antismog 2009_2010. Dal 15 ottobre 2009 al 15 aprile 2010, dalle 7.30 alle 19.30 del lunedì fino al venerdì, è in vigore il divieto della circolazione per i mezzi inquinanti euro 0 (diesel e benzina) e euro 1 e 2 (solo diesel). Il provvedimento riguarda la zona critica di Cremona con i Comuni confinanti. La delibera regionale prevede che i mezzi inquinanti possano accedere all’area urbana dalle strade statali e autostrade fino ai parcheggi esterni serviti da terminale bus.Il provvedimento non essendo applicato nei Comuni confinanti ed essendo derogato per la gran parte della rete stradale comunale (compreso il ring e principali parcheggi centrali) è di fatto svuotato di ogni contenuto atto a mitigare e controllare la circolazione dei veicoli più inquinanti. Provenendo da qualsiasi punto dell’Italia si è pertanto legittimati a percorrere a qualsiasi ora le strade radiali per raggiungere il ring Via Giordano o via Dante alla ricerca di un parcheggio mentre il residente, poniamo, di Via Ciria non potrà, poniamo, immettersi su Viale Po!Provvedimenti emergenziali. Il provvedimento di fermare il traffico per una domenica (una volta si chiamavano Giornate Ecologiche) potrebbe sortire qualche effetto positivo anche solo sul piano della sensibilizzazione civica se fosse applicato con realismo e coraggio. Ringraziando la nevicata di Sabato 30 il Comune ha revocato un provvedimento che come concepito localmente è del tutto inutile ed anzi può perfino risultare dannoso per le ricadute sulla periferia.A Milano il divieto è stato applicato su tutto il territorio, da noi solo sul centro storico quando il 95 per cento degli spostamenti avviene al suo esterno. Per di più era possibile accedere ai parcheggi in centro e la deroga non valeva per i residenti. Ma chi si vuole prendere in giro? E’ stato ampiamente dimostrato già in passato con il centrosinistra al governo che le “giornate ecologiche” locali alla fine producevano un maggiore inquinamento. Se stop deve essere questo deve essere esteso a Cremona e Comuni confinanti mentre su strade statali ed autostrade deve essere ridotta la velocità (serve ovviamente una legge che oggi molti richiedono) durante la durata dell’emergenza.Trasporto pubblico. E’ la cenerentola della mobilità. Mezzi ingombranti o piccoli che siano fa lo stesso in quanto viaggiano quasi sempre vuoti e non rappresentano una valida alternativa al mezzo privato. Non ci sono le corsie preferenziali e i mezzi viaggiano prigionieri del traffico privato.I passaggi sono scarsi e se devi andare in centro o prendere un treno è meglio andare a piedi o in taxi. Con i soldi spesi per il sistema Dante/Trieste quante corsie preferenziali si potevano realizzare e perchè nell’occasione della risistemazione non se ne è realizzata nemmeno una? Forse perchè si intendeva privilegiare il solo mezzo privato?Il piano delle piste ciclabili. Il piano attuato per le piste ciclabili ha privilegiato la realizzazione di piste esterne a lunga percorrenza e molto costose, e quasi del tutto inutilizzate per percorsi quotidiani, mentre ha investito pochissimo sui tracciati interni al centro urbano per migliorane l’efficienza e la sicurezza. Questi sono i percorsi davvero utili e necessari per ridurre l’uso dell’auto. Ad essi devono essere affiancati specifici luoghi di posteggio bici.Il piano della sosta Serve una politica della sosta che disincentivi l’auto come mezzo privilegiato per arrivare e muoversi in città e che impedisca al traffico parassitario di stazionare per ore in parcheggi non a pagamento (in quanto per la maggior parte sono aree di sosta realizzate per i residenti e spesso da questi pagate essendo opere di urbanizzazione) creando disagio e sottraendo gli spazi ai legittimi utilizzatori. Non si tratta di una eccentrica forma di campanilismo ma di buon senso.Occorre far capire che la città è un bene comune e non si devono stimolare utilizzi che possono arrecare danno ambientale. La questione ha anche un risvolto connesso alla qualità dello spazio urbano ed alla qualità della circolazione pedonale. Si assiste al triste spettacolo delle automobili infilate tra gli alberi, nel verde, nelle piazze, su spazi pedonali e ciclabili.Gli spazi di sosta che non sono pertinenziali alle aree residenziali o a particolari servizi pubblici devono essere tutti regolamentati: gratuiti quelli più esterni da dove è possibile utilizzare un mezzo pubblico o un taxi; tutti gli altri a pagamento con tariffe direttamente proporzionali alla centralità della sosta. Serve anche un maggiore controllo da parte della Polizia Municipale.Piano del traffico. Aver riaperto il centro alle auto certo non aiuta a migliorare la qualità della vita e dell’aria ma su questo argomento occorre molta chiarezza. Aver creato ampie ZTL da parte della precedente Giunta senza aver messo mano al traffico esterno è stato un errore di sottovalutazione che ha portato le aree a ridosso al centro ad una situazione di obiettivo intasamento in quanto il traffico aumenta ma le strade percorribili diminuiscono. I provvedimenti già presi (il sistema Dante/Trieste e il Parcheggio di Piazza Marconi) e quelli futuri (si pensi alla tangenziale sud) vanno tutti verso un aumento delle strade per le auto.Tutto questo contribuirà ad un aumento del traffico, dell’inquinamento, del rumore ed a un abbrutimento dell’ambiente e del paesaggio.Carico e scarico merci. Le nostre strade sono sempre più intasate da furgoni e camioncini che a tutte le ore e in ogni parte della città consegnano merci. Sono veramente ovunque, occupano le aree pedonali, i marciapiedi e la carreggiata, sfrecciano come bolidi, spesso sono veicoli molto inquinanti. Chi li controlla? La Polizia Municipale effettua controlli sui permessi e sugli scarichi dei motori?Non servirebbe un piano ad hoc o anche solo provvedimenti mirati, ad esempio, a concedere l’accesso in fasce orarie concordate alle aree centrali solo ai mezzi ecologici mentre a chi non possiede tali caratteristiche consentire lo scarico solo in attrezzate aree periferiche?Provvedimenti urbanistici E’ certo che la maggior parte delle famiglie che si è trasferita all’esterno del Comune di Cremona o che vive in quartieri residenziali periferici usa poi l’auto per venire in città a lavorare, portare i figli a scuola, fare compere, ecc.Questa scelta personale spesso dettata dal ritenere che fuori l’ambiente sia meno compromesso, peggiora invece certamente l’aria e l’ambiente dei cremonesi che vivono nei quartieri a ridosso del centro urbano, ponendo anche una questione etica di non secondaria importanza. La mancanza di mezzi pubblici che collegano questi quartieri esterni al capoluogo (cresciuti fuori da ogni programmazione urbanistica) è sicuramente una gravissima carenza a cui Comune e Provincia dovrebbero provvedere.Anche la politica dei transiti andrebbe rimodulata sulla base delle ricadute ambientali che il traffico stesso provoca. Attualmente molte strade che attraversano i quartieri residenziali e zone sensibili (per la presenza di scuole, spazi verdi, ecc) non presentano alcuna limitazione ne alcun tipo di mitigazione.Nuovi programmi. Può anche essere che il progetto di Città dello Sport fosse già in animo al centrosinistra. Fatto sta che se la precedente amministrazione aveva appena piantumato con soldi pubblici le aree in questione, è presumibile non pensasse di realizzarvi poi sopra un centro servizi.La forestazione di quella zona è stata quanto mai opportuna in quanto si tratta di aree che possono ben mitigare gli effetti della vicina viabilità tangenziale. Rimangiarsi questa scelta, oltre allo sperpero di denaro pubblico, non è sotto il profilo ambientale di buon auspicio.Nella situazione attuale le piante e la forestazione urbana rappresentano la nostra ancora di salvezza, assorbono CO2 e le polveri, creano barriere visive a e al rumore, realizzano nuovi ambienti e nuovi paesaggi oltre ad essere patrimonio vivente con valenza ecologica.All’interno dei nuovi programmi quali soluzioni ecologicamente corrette sono previste? E’ previsto l’uso di fonti energetiche alternative? Il parco auto pubblico (Enti locali, AEM, ASL, KM, Ospizi, ecc, viene rinnovato solo con mezzi ecologici?Abbiamo elencato solo alcuni dei principali fenomeni connessi al problema del traffico. Vorremmo appellarci con grande rispetto al Sindaco Perri e al Presidente Salini affinché valutino l’attuale situazione locale e possano/vogliano rivendicare presso il Governatore Formigoni maggiori risorse per il trasporto pubblico, per le piste ciclabili, per parcheggi corona, per le energie alternative, per le auto ecologiche, per la forestazione di ampie aree e ogni altra soluzione che riduca davvero l’utilizzo dell’automobile privata e contribuisca al miglioramento del nostro territorio e del nostro ambiente. |

Ultimo giorno di vento sulla pianura padana, gli appennini si rivelano alla curva per Bonemerse (foto di Antonio Leoni ©)
Caro Direttore,
ho mal di gola, anzi mi brucia proprio e oggi bruciano anche gli occhi….allora, torno agli anni, per me “di fuoco” quando da Assessore all’Ambiente ed alla allora Polizia Municipale, avevamo costruito un sorta gruppo per cercare di elevare, quanto meno ad un livello di attenzione più alto e generale, quasi di attualità, il problema “ambiente” ,inteso come il naturale luogo dove tutti viviamo, senza distinzione di sorta, colore politico compreso: l’ambiente di tutti!
Così facendo, si era potenziato il comparto Ecologia e la Polizia Ambientale.
Questa era l’idea di partenza, per definire una strategia e organizzare iniziative concrete accanto ad attività dimostrative o puramente a scopo didattico.
Io stesso andavo a tenere incontri con le scuole ( Istituto Agrario ed altre scuole superiori),
avevamo organizzato un convegno nell’Ospedale Maggiore, per medici e paramedici, altre iniziative come le domeniche ecologiche, vari articoli e relazioni, interventi in Sala Consiglio ( definiti poco politici e troppo tecnici); la campagna di verifica agli impianti di riscaldamento, peraltro obbligo di legge, poco popolare ma dimostratasi importante, la promozione di eventi cittadini come la maratonina di Cremona, la gara di Triathlon ai confini periferici cittadini, corse di bambini in vie centrali della città, il pomeriggio di spinning in piazza; l’iniziativa andiamo a scuola da soli, (i bambini che fin dalle elementari vanno a scuola a piedi); autobus ecologici.
Iniziative che, con la scusa di promuovere un evento sportivo o migliorare la mobilità, o prestare più attenzione a certi scarichi, migliorava e segnalava tempi e modi per differenziare la fruibilità della città e, scusi il termine, godersela di più.
Seppur singolarmente contributi modesti alla questione smog- polveri sottili, nel loro complesso, insieme all’incentivazione delle piste ciclabili ed alla sottolineatura dell’esistente, del termo riscaldamento, della alla raccolta differenziate, ci avevano portati per due anni consecutivi( mai successo) a vincere la classifica nazionale di Legambiente come città virtuosa, balzando alle cronache nazionali, con intervista del Sindaco di allora Bodini, ai Tg regionale e con premio Nazionale a Roma, quindi successivo convegno nazionale sull’ambiente tenuto a Cremona, e, cosa gratificante, ventata di energia ed entusiasmo dei collaboratori comunali.
Oggi, a distanza di 6 anni, il problema smog-polveri sottili è molto sentito, i controlli sono maggiori, le soglie di allerta-allarme più basse, le statistiche più raffinate, che parlano di sintomatologie respiratorie o altro.
Cosa si può fare e cosa è stato fatto, cosa non si può fare? Cremona, più d’ogni altra città padana è in una “bassa”, un vero catino con pochissima o nulla ventilazione naturale per settimane..Quindi ciò che vi immettiamo quasi del tutto rimane. Inoltre, le polveri sottili che di notte si ridepositano al suolo per buona parte, il traffico giornaliero le risolleva di qualche metro, aumentandole della nuova quota giornaliera.
Cosa si può fare? Evitare di aggiungerne. Dal momento che non possiamo spegnere le poche attività industriali, la raffineria o non so che altro, se non tenere tutto sotto il migliore monitoraggio, mi pare siano fondamentalmente due le possibilità di intervento: usare le auto il meno possibile e tenere ad una temperatura medio bassa (19-20°C) il riscaldamento, mantenendo in stretta attenzione il loro funzionamento. Lo dobbiamo a tutti noi ed in particolare alle aree della città in certe ore quasi gassate ( per esempio via Giordano) ed agli utenti deboli: anziani, malati, bambini. Questi ultimi , insieme ai ragazzi delle scuole medie sembrano particolarmente incapaci,nella maggior parte di andare a piedi o in bicicletta., ma “ devono” essere accompagnati e patire, specie i più piccoli e più di altri l’inquinamento, perché proprio per la loro altezza, sono quelli che rimangono più “a tiro “degli scarichi dei potenti motori con cui mammine e papà li accompagnano, costringendoli poi a zizzagare fra le auto ferme in doppia fila per attraversare la strada, uscendo da ogni dove…
Ma se invece andassero a piedi, se tutti andassero a piedi o in bicicletta, quelli che possono, in una cittadina così piccola., facendo una salutare ginnastica funzionale, osservando le vetrine dei negozi, passando da un ufficio all’altro, fermandosi a salutare i conoscenti senza ingombro…. ecc?
E se tornassero come regola le domeniche ecologiche? Poco utili è vero,ma senz’altro educative.
E se fossero messe a dimora essenze arboree lungo i viali, ( speriamo Viale Po) lungo vie importanti, anche del centro, e non solo, ovunque possibile, creando veramente una “città verde”, con l’ombra così utile dì’estate e le piante che catturano CO2 ed altro, che abbasserebbe l’uso, un po’ così ,del climatizzatore dopo una sosta al sole?
Qualche anno fa a tredici medici di base (tutori della salute di almeno 20.000 concittadini) scrissero una lettera aperta per ridurre le fonti di PM10 in città…
E che dire di una città chiusa in certi momenti della giornata per gli imbuti di via Trebbia, ( scuola), Via Giordano ( senza sbocchi) viale Trento e Trieste e via Dante ( le indianapolis cittadine) via XI febbraio ( ecc) , o di quella giovane mamma, che vedo alla mattina portare il figlio ( normodotato) a scuola con un fuori strada 3.500 cc, e che dopo pochi minuti torna a casa .
Mi sa che non scalda nemmeno la marmitta catalitica quindi, se non erro, inquina di più di quando c’era la benzina al piombo.
E del caos di Via Trebbia,Via Giordano, Via Giuseppina, nelle ore di apertura di uffici e scuole? Anni fa , dovendo uscire dalla città per lavoro ( faccio l’agronomo) impiegavo 5-7 minuti. Oggi, se non anticipo di un mezzoretta, almeno 20, tornando a 8-10 da fine giugno a settembre.
Infine, un piccolo suggerimento: se vogliamo utilizzare certi parcheggi a pieno ritmo, tipo il Massarotti, ben convenzionato:forse bisognerebbe porre un orario a pagamento nel parcheggio della Coop di Via del Sale e limitrofi, compresi una parte delle via laterali, magari fino alle 9,30, per ottenere un certo numero di posti liberi utili all’interscambio giornaliero.
Certo io sono un cittadino ciclista quindi mi considero un po’caso a parte e mi rendo conto anche che ciclare in città, col traffico caotico e “poco rispettoso” è diventato un bel rischio, ma rimango convinto che con minimi sforzi coordinati, qualche beneficio si avrebbe.
Carlo Loffi
Due giornate ventose hanno portato il fotografo a una visione della pianura padana come si ammira sempre più raramente. Ecco un libro che ci fa molto riflettere. Vivivamo in Lombardia, la regione che si pubblicizza come leader non solo in Italia. Eppure come viviamo? Respirare è vivere.
Ecco un viaggio tra i veleni d’Italia, dal catino della Pianura Padana ai petrolchimici di Gela e Marghera, tra città a misura di automobile e fiumi che riversano in mare veleni. L’ambiente può anche essere una risorsa per il nostro benessere: lo testimoniano gli sforzi di urbanisti e agricoltori biologici, delle mamme antismog e dei gruppi di ciclisti.
Perché se è vero che la salute è abbozzata nei nostri geni, è altrettanto vero che essa viene scritta dalle nostre scelte, dal cibo che mangiamo e da come decidiamo di custodire l’ecosfera in cui viviamo.
E qui proprio noi cremonesi dobbiamo guardarci intorno. Non solo le PM, non solo le falde inquinate. Cremona è al centro della Valle del Po. Che significa?
Le Edizioni Ambiente mandano in libreria nei prossimi giorni "Polveri & veleni. Viaggio tra salute e ambiente in Italia" di Luca Carra e Margherita Fronte (pp 205, Euro 12). E'una ennesima pesante denuncia, un vero grido di dolore che ci riguarda da vicino. Al centro del disastro l'avvilimento dell'agricoltura, le monocolture. Ne anticipiamo alcune riflessioni.
"Fra le aree del pianeta più inquinate c'è la Valle del Po. Uno smog, quello a base di ammoniaca, che deriva principalmente dagli scarti azotati provenienti dagli allevamenti animali (39 per cento), ma anche dalla volatilizzazione dei fertilizzanti (17) e dalle colture agricole (7). La pianura padana è la patria degli allevamenti intensivi: la carne macellata finisce sul piatto, ma i liquami del bestiame (pari a 190 mila tonnellate all'anno), per un verso o per l'altro finiscono nel Po e da lì nell'Adriatico, non a caso periodicamente foderato d'alghe.
(...) La discesa del Po fino al 'lago Adriatico" si trova a fare i conti con 6,2 milioni di bovini e 6,8 milioni di ovini, l'equivalente di una popolazione aggiuntiva di 137 milioni di persone. Nitrati, fosfati e metalli pesanti sono solo alcune delle sostanze che vengono così riversate nei fiumi. I nutrienti aumentano, le alghe e i batteri proliferano, l'ossigeno diminuisce. Gli ambienti acquatici diventano asfittici e tossici e gli organismi più sensibili non ce la fanno. La biodiversità si riduce...
Al contributo delle deiezioni animali si sommano poi fertilizzanti e pesticidi utilizzati per far crescere le monocolture agricole. In Italia si parla di 150 mila tonnellate di prodotti fitosanitari consumati ogni anno, suddivisibili in 400 principi attivi. Non stupisce quindi che l'Agenzia nazionale di protezione ambientale italiana abbia trovato nei corsi d'acqua italiani oltre 100 inquinanti tra erbicidi, insetticidi e fungicidi.
Quella che se la vede peggio è di nuovo la Val Padana: sulle mappe di rilevamento dell'Ispra, il bacino idrografico del Po è costellato di pallini rossi, uno per ogni sito in cui i livelli di contaminazione sono superiori ai limiti consentiti. Le tracce molecolari dell'inquinamento portano prima di tutto alla terbutilazina, l'erbicida più diffuso nelle acque di superficie, e all'atrazina, vietata in Italia dal 1990 ma ancora presente in grandi quantità nelle acque per la sua alta persistenza ambientale.
E La Lombardia è la regione con i livelli di contaminazione delle acque superficiali più elevati dell'intero bacino del Po.
Nelle foto :
Si chiama «Po Valley Brown Cloud», la spessa nube marrone che si stende come una «coperta» sulla Pianura Padana. Spicca addirittura nell'atlante della terra, in un raffronto con il resto del mondo.
«Incredibile ma vero: i pesci del Po stanno cambiando sesso». Non è una notizia della popolare rubrica della Settimana Enigmistica, ma l’esito di una ricerca scientifica dell’Irsa-Cnr, l’istituto di ricerca sulle acque del Consiglio nazionale delle ricerche. Una ricerca che ha evidenziato la presenza di «diversi esemplari di pesci con gonadi intersessuali», cioè contemporaneamente maschili e femminili. Il tutto, secondo la ricerca, sarebbe dovuto all’inquinamento del fiume, in particolare ai cosiddetti «interferenti endocrini» capaci di alterare il sistema dei vertebrati.L’attenzione è stata posta proprio sulla parte centrale del Po, dove sono stati ritrovati pesci con queste malformazioni, soprattutto a valle del fiume Lambro.
Una inchiesta di Antonio Leoni
Si debbono incrementare nel territorio cremonese le coltivazioni di cereali per sostituire il petrolio con l'etanolo, presentato come l'esito di energie rinnovabili, la via d'uscita dallo strangolamento dei prezzi dei prodotti fossili? Ci sono almeno due motivi per rispondere negativamente.
Per produrre un litro di etanolo servono, nell'intero ciclo di produzione, ben 4560 litri di acqua. Come la mettiamo allora con i grandi lamenti degli agrari nella ricorrenti crisi idriche? Chi resiste a sostenere che bisogna comunque utilizzare il territorio per produrre biocarburanti, regge la sua richiesta sul fatto che l'acqua non costa niente. Ma si dovranno porre limiti e costi al suo utilizzo. E quando inevitabilmente accadrà, spenderemo ancora di più e in compenso ci resterà soltanto il disastro ambientale che le colture di soia o di mais intensive avranno incrementato.
La seconda ragione di una netta opposizione, infatti, è che in contraddizione con la affermata volontà di corrispondere a un impegno ambientalista, la produzione di biocarburanti promuove l'incremento della monocoltura - con un sostanziale aiuto degli OGM di produzione prevalentemente USA - ovvero di quella forma intensiva di produzione del mais e di altre colture vegetali che negli anni hanno prodotto una progressiva desertificazione del territorio cremonese (nei fatti, anche se non si vede) . L'impoverimemento è tale che può consentire a un tecnico illuminato come Cervi Ciboldi di asserire che occorrerebbero almeno trent'anni di interventi massicci e mirati per ripristinare la fertilità di un terreno che fu tra i migliori al mondo.
Qualcuno poco interessato ai problemi del territorio e dell'umanità potrebbe infischiarsene del tutto, sostenendo che se costa meno trainare qualche bella gnocca, a lui va benissimo. Non è così. Mi sostiene il parere di uno dei massimi esponenti del CNR nel campo, Pietro Porrino che dirige l'Istituto di Genetica Vegetale.
Quanto il cittadino eventualmente risparmirebbe, si scarica su altri prezzi, quelli degli alimentari ad esempio.
Le scorte mondiali di cereali stanno calando: nel 2000 bastavano ad alimentare l’umanità per 115 giorni, nel 2008 basteranno per 53 giorni. Otto anni di calo consecutivo, e il punto più basso nel mezzo secolo precedente.Il dato è del ministero dell’Agricoltura americano (USDA).
Quanto a Darry Qualman, esperto canadese (il Canada è fra i massimi produttori di granaglie) accusa varie cause: scarsità crescente di acqua, aumento della popolazione, degrado della fertilità dei terreni, rincaro dei fertilizzanti. Il tutto è peggiorato, appunto, dalla crescente produzione di bio-carburanti, che sottraggono le granaglie al consumo come alimento.
Per esempio, l’America destina ormai un quinto dei suoi raccolti di granturco alla produzione di etanolo, contro il 4% del 2000.
I prezzi del granturco sono raddoppiati nell’ultimo anno.
L’India è tornata ad essere una importatrice di frumento, per la prima volta dal 1975.
E la Cina è diventata deficitaria dal 2008.
Tutto ciò ha ricadute a catena nel settore finanziario. Si misura nelle nostre tasche la «ag-flation» o «food inflation», il rincaro inflazionistico dei prodotti agricoli.
«L’agro-inflazione persistente indurrà le Banche Centrali europee a mantenere una politica monetaria restrittiva», dice Juergen Michels, analista economico per l’Europa al Citigroup. Come non bastasse la crisi dei mutui americani. Tutto ciò si accompagna ad un consumo esagerato di acqua che, come diremo poi, non può restare in eterno gratuita se si vuole contrastatre gi effetti della desertificazione del mondo.
Ma l'ambiente val bene un sacrificio. Allora eccoci a Pietro Porrino dell'Istituto di Genetica Vegetale del CNR. Qualcuno sostiene che si arriverà alla riduzione delle emissioni di anidride carbonica.
Porrino: “E’ una vera follia. Infatti, secondo numerosi studi, un litro di biocarburante, ottenuto, per esempio, da semi di colza (biodiesel) o da barbabietola da zucchero (bioetanolo), richiede più energia di quella fornita e il C liberato non è sensibilmente diverso da quello della benzina. I bilanci energetici ed i risparmi di C si fanno risultare positivi perché si ignorano, forse volutamente, i costi energetici e le emissioni di C relativi a: semina, fertilizzazioni, trattamenti, mietitura, trebbiatura, trasporto, conservazione, trasformazione, raffinazione, distillazione, infrastrutture e distribuzione. Attività che consumano carburanti fossili. I bilanci diventano ancora più negativi se i biocarburanti o la materia prima per produrli devono essere trasportati da un paese all’altro. E’ quanto già avviene".
"E’ chiaro, quindi, che i biocarburanti, presentati come prodotti agricoli, sono carburanti fabbricati quasi interamente con combustibili fossili.”.
Ed allora perchè gli USA hanno incrementato la produzione di biocarburanti?
“Contro queste evidenze, in effetti, George W. Bush aveva previsto per il 2050 di sostituire il 30% della benzina consumata negli USA con biocarburanti; Tony Blair prevedeva di usare biocarburanti da olio di semi di ricino e di palma importati; l’UE ammette per il 2015 di arrivare all’8% di biocarburanti e sta coltivando piante bioenergetiche, garantendo sgravi fiscali, mentre la normativa sulla messa a riposo dei terreni (set-aside), indispensabile per conservare la biodiversità, rischia di essere ritirata per favorire le piante bioenergetiche, che farebbero risparmiare lo 0,3% d’emissioni di C. Queste valutazioni pessimistiche hanno spinto le industrie a produrre biocarburanti nei paesi del Terzo Mondo, dove, ora ci viene detto, c’è molta terra per piante bioenergetiche. Quando volevano favorire le colture geneticamente modificate c’è stato detto, invece, che non c’era abbastanza terra e che queste colture erano necessarie per sfamare il mondo. Ora, le Biotech le vogliono usare come bioenergetiche, sperando in meno regole da rispettare. La pressione sulla terra da parte di colture alimentari e bioenergetiche accelererà la deforestazione, il riscaldamento globale e l’aumento dei prezzi degli alimenti. I crediti di C chiesti dai paesi ricchi che importano biocarburanti sono falsi, in quanto l’emissioni vengono caricate ai paesi produttori del Terzo Mondo. Per questi ed altri motivi, i biocarburanti ottenuti dalle colture sono insostenibili”.
Come la mettiamo con le emissioni C?
“I biocarburanti ottenuti dalle colture sono stati promossi ed erroneamente percepiti come “C neutrali”, cioè come carburanti che non aggiungono all’atmosfera alcun gas serra; secondo i sostenitori bruciarli significherebbe semplicemente emettere nell’atmosfera l’anidride carbonica che le piante hanno assorbito dall’atmosfera durante il loro ciclo vitale. Ciò è falso, in quanto ignora i costi d’emissione di C e d’energia dei fertilizzanti e pesticidi usati per l’allevamento delle colture, l’uso delle attrezzature agricole, il processamento e la raffinazione dei prodotti agricoli, il trasporto e le infrastrutture per il trasporto e la distribuzione. Questi altri costi per la produzione d’energia ed emissioni di C possono essere piuttosto consistenti, specialmente se i carburanti sono prodotti in un paese per essere esportati in un altro, oppure, peggio ancora, se la materia prima, come l’olio di seme, è prodotta in un paese per essere rifinita in un altro. In generale i biocarburanti forniscono un bilancio energetico modesto o negativo, nell’arco del ciclo vitale della pianta. Infatti, quando il bilancio energetico è correttamente calcolato è quasi sempre negativo, il che significa che l'energia contenuta nel biocarburante è inferiore alla somma dell'energia spesa per produrla. È probabile che se includiamo tutti i costi anche il risparmio di C risulta ugualmente sfavorevole”.
Alcuni Paesi hanno però già fatto, e da anni, la scelta dei biocarburanti. Con quale vantaggio?
“Le foreste tropicali rappresentano il serbatoio più ricco di C ed allo stesso tempo il più efficace bacino di raccolta di C del mondo. Le stime calcolano valori alti, tali come 418 t C/ha depositato e da 5 a 10 t C/ha sequestrato in un anno, di cui il 40 % è sotto forma di C organico. Il deposito di C durante la crescita di vecchie foreste sarebbe persino maggiore, e secondo un nuovo studio svolto nel Sud-Est della Cina, il C organico del suolo, solo nei primi 20 centimetri più superficiali del suolo di tali vecchie foreste, aumenta in media con una percentuale di 0,62 t C/ha ogni anno, in un periodo compreso tra il 1979 ed il 2003. Quando le foreste tropicali sono tagliate con una frequenza di più di 14 mila ettari all’anno, circa 5,8 Gt C (Giga: Miliardi di tonnellate) sono liberati nell'atmosfera, di cui solo una frazione viene risequestrata dalle piante.
Questa ulteriore pressione sulla terra svolta dalle colture bioenergetiche significherà ancora più deforestazione, maggiore accelerazione nel riscaldamento globale ed estinzione di specie.
Vaste estensioni della foresta Amazzonica in Brasile sono state già distrutte per coltivare soia destinata ad alimentare l'industria della carne. Aggiungere alla richiesta anche i biocarburanti di soia causerebbe la morte dell’intera foresta. Allo stesso tempo, piantagioni di canna da zucchero che alimentano l’enorme industria di bioetanolo del paese hanno invaso anche l’Amazzonia, anche se non tanto quanto la foresta Atlantica ed il Cerrado, un ecosistema di prateria molto bio-diverso, di cui due-terzi sono stati già distrutti o sono degradati.
La pressione sulle foreste in Malesia e Indonesia è ancora più devastante. Un Rapporto dell’Associazione “Amici della Terra”, Il Petrolio per un Pazzo Scandalo (The Oil for Ape Scandal) rivela che tra il 1985 ed il 2000 lo sviluppo di piantagioni di palme da olio (nel disegno) fu responsabile, secondo una stima, dell’87 % di deforestazione in Malesia. In Sumatra e Borneo, sono stati distrutti 4 milioni di ettari di foreste per coltivare palme ed è stata programmata la deforestazione di altri 6 milioni di ettari in Malesia e 16.5 milioni di ettari in Indonesia”.
"La palma da olio ora viene considerata come “diesel da deforestazione”, in quanto la produzione di palma da olio in Indonesia e Malesia è proiettata ad aumentare drammaticamente con la febbre del biocarburante. E’ stato programmato che la produzione attuale mondiale di olio da palma, superiore a 28 milioni di tonnellate per anno, deve raddoppiare entro il 2020. La Malesia, leader nella produzione ed esportazione di olio da palma, sta per rendere obbligatoria la presenza del 5 % di diesel ottenuto da palma da olio entro 2008, mentre l'Indonesia prevede di dimezzare il suo consumo nazionale di petrolio entro il 2025, da rimpiazzare con biocarburanti. La Malesia e l'Indonesia hanno annunciato un impegno comune per cui ciascuna deve produrre 6 milioni di tonnellate di olio da palma greggio per anno per aumentare la produzione di biocarburanti”.
La produzione di etanolo provoca soltanto deforestazione?
“Le colture bioenergetiche impoveriscono di minerali il suolo e riducono la sua fertilità, specialmente a lungo termine, rendendolo inadatto alla crescita di piante alimentari. Il trattamento dei rifiuti di tutti i biocarburanti ha degli impatti negativi e sostanziali sull'ambiente che devono ancora essere stimati e considerati adeguatamente. Sebbene alcuni biodiesel possano essere più puliti del diesel, altri non lo sono. La combustione del bioetanolo genera mutageni e cancerogeni e aumenta i livelli di ozono nell'atmosfera”
Nel cremonese la scelta prevalente per la produzione di biocarburanti sarebbe la coltivazione della soia....
“La soia è certamente la scelta peggiore perché dà un bassissimo bilancio energetico e risparmio di C”
Qualche richiesta perché Cremona si impegni sull'etanolo corrisponde forse inconsapevolmente a una precisa sollecitazione degli agrari non solo cremonesi ed in generale anche del mondo industriale .
“La stampa italiana riporta una serie di inesattezze, in parte dovute ad ignoranza ed in parte dovute a sponsorizzazioni da parte di imprese interessate alla costruzione di impianti di trasformazione o all’importazione o esportazione di biomasse o di prodotto finito. Imprese che guardano solo al profitto in tempi brevi. Sono biomasse le piante, i rifiuti industriali ed i rifiuti agricoli. Se si pensasse di utilizzare come fonte di energia i rifiuti industriali ed i rifiuti agricoli, escludendo le piante, allora i biocarburanti potrebbero essere i benvenuti, ma come già sottolineato le industrie sono invece interessate ad utilizzare soprattutto le piante.
Persino specialisti, uomini di cultura e soggetti politici di destra e di sinistra, male informati, incoraggiano l’uso delle piante per produrre biocarburanti, anche attraverso incentivi fiscali ad hoc. Quelli più spavaldi pensano addirittura di usare piante geneticamente modificate (GM), dimenticando tutti gli aspetti negativi delle piante transgeniche.
Ma il problema energetico è sempre più incombente...
” Lo scenario attuale mondiale offre al problema energetico diverse soluzioni alternative ai carburanti fossili e tutte rinnovabili o meno inquinanti o a basso impatto ambientale. Tra queste: l’energia idroelettrica, eolica, solare, oceanica, geotermica e l’uso di biomasse di scarto, che comprende i rifiuti organici urbani, industriali ed agricoli. L’unica soluzione intelligente al problema energetico ce la offre la natura, che suggerisce di conservare e riciclare le risorse naturali attraverso processi e ritmi accettabili. Un’altra fonte alternativa, di cui pochissimi parlano, è il risparmio. Infatti, ogni giorno assistiamo a comportamenti umani molto discutibili sull’uso delle risorse che la natura ci mette a disposizione: si tende più a sprecare che a risparmiare in un mondo spinto più a competere che a collaborare. Il futuro dell’uomo ed altre specie viventi dipende da come gestiremo quello che ci offre la natura e sino a questo momento i meccanismi biologici fondamentali ci insegnano che due sono le strategie della vita: conservare e riciclare. La ricerca dovrebbe essere indirizzata verso la produzione di biocarburanti utilizzando meglio i prodotti di scarto, tra cui quelli agricoli e specialmente la cellulosa. E’ quanto qualcuno sta pensando di fare ma al momento non trova finanziatori. I ricercatori e le imprese che hanno un codice etico dovrebbero far sentire di più la loro voce e le proprie ragioni ed opinioni”. (Nella fotografia di Antonio Leoni©: Una stazione di servizio di biocarburanti in Brasile, si noti lo stato di degrado del distributore di etanolo, i brasiliani si adeguano obtorto collo a una decisione del governo che sta distruggendo la foresta amazzonica).
Il quadro è desolante e lo diventa ancora più se si valuta che per il momento nessuno sembra prendere sul serio la necessità di andare almeno all'altro nodo del problema, quello che si può localmente affrontare. Parliamo delle spreco d’acqua. Sottoponiamo a metà di questo servizio. una tabella desolante: l’ Italia è tra i maggiori consumatori d’acqua del mondo. Paesi civilissimi dimostrano che si può e si deve fare meglio.
Eliminare lo spreco che deriva da impianti obsoleti di distribuzione, ma nel contempo occorre una corretta gestione delle acque reflue e di scarico. Solo questo provvedimento ha permesso ad una multinazionale come la Nestlè di risparmiare acqua pari a quattordicimila piscine olimpioniche.
L’agricoltura impegna gran parte dell’acqua estratta a livello mondiale, il 70 - 80%, ed il consumo è in continua crescita: occorrono 5000 tonnellate d’acqua per produrre un chilo di riso e circa 1200 per una tonnellata di grano. É indispensabile investire (e qualcuno lo ha fatto) in sistemi di irrigazione non dispersivi. Persino negli alimenti lo spreco è enorme. Due esempi tra i molti: per imbottigliare un litro di acqua minerale ne occorrono quasi due nel processo di produzione, per un litro di birra dai cinque ai sei litri. Vanno abbandonate proposte massacranti per il territorio.
Parliamo della crisi energetica. Il pianeta può risolverla? Esempi semplici.Non possiamo continuare a spostare le merci con il mezzo meno efficiente che esiste, ossia il camion! A fronte di una tonnellata spostata, la nave (fluviale e marina) consuma circa il 35% dell’energia rispetto alla strada, ed un buon 15% in meno rispetto al treno. I costi di personale, poi, sono sensibilmente minori: perché, nel Nord Europa, usano i canali? Perché risparmiano, e tanto.
Questo, in un piccolo comune dell’entroterra ligure con circa 2.000 abitanti.