Una sala tutta del Genovesino al Museo? Chi potrebbe sposare una trovata che non tien conto della realtà?Per raggiungere lo scopo si dovrebbero trasferire i due grandi quadri del Miradori dal Salone di palazzo Comunale ( un altro sgarbo dopo quello a Palazzo dell'Arte?). L'intero problema con tutta una serie di significativi approfondimenti diretti e collaterali viene affrontato da Marco Tanzi, ovvero da chi, più di altri, assieme a Lia Bellingeri, può parlare del grande pittore seicentesco, sin qui bistrattato come peggio non si può
Si parla tanto ( anche troppo) del Genovesino. Lasciamolo nelle mani di chi lo conosce, lo insegue nelle opere e ne diffonde la conoscenzadi Marco Tanzi Dov’erano solo due anni fa, nel 2007, quelli che quest’estate, più o meno a vanvera, hanno auspicato, caldeggiato, evocato lo spettro della “mostra del Genovesino”? Da Corada, che poteva farla, se proprio ci teneva tanto, quando era sindaco, a Marubbi, che l’euforia post-elettorale ha spinto alla promozione di un quadro privato da far acquistare all’istituzione per cui lavora, sbagliando soggetto e committenza del dipinto. Dov’erano questi e tutti gli altri signori, oggi così appassionati del pittore, quando facevo il giro delle sette chiese per trovare i pochi denari “istituzionali” necessari per pubblicare a Cremona un’agile e seria monografia scritta da Lia Bellingeri? Missing, tutti scomparsi. Comune, Provincia, Camera di Commercio, Apic (?): terra bruciata, nessuno in casa, abbiamo già dato...La soluzione fu di stampare il libro nella collana del mio dipartimento, con i fondi del CNR e dell’ateneo: Università del Salento, Dipartimento dei Beni delle Arti e della Storia, Mario Congedo editore, Galatina (Lecce). In buona sostanza: un libro tutto cremonese, che costava due lire, veniva snobbato dalle istituzioni cremonesi per essere pubblicato a 1004 km esatti da Cremona. Un paradosso, o meglio, vari paradossi: ma a Cremona nessuna memoria e nessuna vergogna, come sempre. Però, adesso, se uno guarda su internet, vede che il Genovesino della Bellingeri stampato a Galatina non solo è nelle principali biblioteche italiane, ma, che so, in quella del Congresso degli Stati Uniti a Washington piuttosto che in quella dell’università di Berkley, a Princeton piuttosto che a Notre Dame (Indiana) o a Monaco di Baviera; al Getty, Los Angeles, il più importante centro di ricerca storico artistica degli Stati Uniti, piuttosto che all’INHA (Institut national d’histoire de l’art) di Parigi, eccetera, eccetera, eccetera. La monografia “di servizio”, spartana, tutta in bianco e nero ha non pochi meriti: la messa a fuoco del pittore, varie precisazioni sul suo percorso cronologico, il riesame della bibliografia e del catalogo, importanti novità sul versante del collezionismo e dell’iconografia. In appendice, poi, due fondamentali documenti d’archivio inediti: il testamento e l’inventario post mortem dei beni di don Álvaro de Quiñones, governatore e castellano di Cremona, il principale committente di Luigi Miradori. Su queste basi affidabili mi è tornata la voglia di lavorarci su un po’ e ho scritto poco prima dell’estate un libricino che gioca su un triangolo di grande fascino con ai vertici Genovesino, don Álvaro de Quiñones e Pedro Calderón de la Barca: un pittore, il suo committente e uno dei più grandi geni della letteratura universale.Nessuno, mi pare, fra quelli che in questa torrida estate hanno parlato, più o meno a vanvera, di “mostra del Genovesino” si è preoccupato di sentire il parere di chi l’ha studiato, ha detto qualcosa di nuovo e ha ben presente come e quando si debba organizzare un’esposizione che non segua le claudicanti proposte cui ci ha abituato Cremona. Certo, volendo, si può sempre ricorrere alla gloria cittadina che nel 1949 ha dedicato al Miradori la sua tesi di laurea, foglia di fico indispensabile nella città degli zombi. Dimostra buon senso il nuovo assessore nelle dichiarazioni al quotidiano, ma non si può valorizzare il pittore nelle sale del museo se non si prevede la presenza dei due quadroni di palazzo comunale. Non è necessaria una “sala del Genovesino” se si hanno idee chiare su cosa sono la museologia e la storia dell’arte a Cremona (la galleria del Cinquecento dimostra l’esatto contrario): i quadri di Genovesino in museo non sono i suoi capolavori e si rischia di creare un feticcio con le opere sbagliate; meno scontato sarebbe inserire i dipinti con intelligenza, raziocinio, senso della qualità e della storia (latitanti sia nella sala del Quattrocento che nella galleria del Cinquecento) nel contesto del secolo. Di conseguenza, però, bisognerebbe ripensare ad altri feticci di cui il museo mena gran vanto…il supposto Arcimboldi…il presunto Caravaggio, perennemente “on the road”.Un preambolo fin troppo lungo: vengo al dunque. In una mostra del 2005 la protagonista di una tavoletta di Genovesino (fig. 1) era scambiata per una Maga, ma, come ha spiegato la Bellingeri, è invece il personaggio di una scena antisemita molto splatter tratta dalla Leggenda aurea, nella quale una madre ebrea cuoce e mangia il figlioletto durante l’assedio di Tito a Gerusalemme: un’iconografia rara che godette di grande fortuna proprio nella Cremona di mezzo Seicento, dove il soggetto era subito riconosciuto.Di Genovesino ne rimangono almeno due, di impostazione diversa, quella riprodotta, ora a Düsseldorf, e un’altra a Parma (di cui Marubbi proponeva l’acquisto al museo); mentre suo figlio Giacomo lascia una copia da un quadro paterno con “la madre ebrea, et il figliolo arostito sopra un bacile, et un fazoletto bianco nella mano destra et con la sinistra prende con due dita della carne del figliolo arostito” nella collezione dei fratelli Bussani.Marubbi identifica la versione di Parma nella “donna col bambino nel spedo” posseduta dal Quiñones, sbagliando però il soggetto (crede sia il mito di Procne, di gran moda quest’anno a Cremona); per ragioni che ora sarebbe troppo lungo spiegare l’ho fatto nel libretto uscito prima delle esternazioni marubbiche il quadro del castellano dovrebbe essere invece quello tedesco.Il problema è un altro: la tavoletta ha una grazia formale inedita, un’eleganza targata (semplifico in maniera un po’ brutale) classicismo e barocco, non consueta nella produzione di Genovesino; nel senso che il pittore si esprime sempre a livelli altissimi, con ricercati virtuosismi pittorici, nei quali tuttavia le istanze del classicismo non sono cogenti: il suo marchio è il radicamento alla realtà, con spunti di presa dal vivo rimarchevoli di suggestione, piuttosto, ancora caravaggesca, come in questo Sacrificio di Isacco del Figge Art Museum di Davenport nello Iowa (fig. 4). Nella nostra Madre ebrea invece la partita si gioca sull’altro versante: l’immagine femminile, raffinatissima nei suoi pizzi madreperlacei sfiorati dalla luce, dichiara la dipendenza strozziana (da Bernardo Strozzi, il principale pittore genovese del Seicento), mentre l’ambientazione è in una loggia di ariosa spazialità, in contrasto con gli interni claustrofobici e penitenziali nei quali il pittore ama inserire le figure isolate: la Suonatrice di liuto di Palazzo Rosso a Genova, la Zenobia di don Álvaro, il San Bonaventura Koelliker, la Santa Lucia che ritrovai a Castelponzone vent’anni fa.Si può fare un parallelo nella ritrattistica accostando il Ritratto di Bambino già Cook e il Monaco olivetano della famiglia Pueroni: sono entrambi capolavori autografi, ma il primo è giocosamente ribaldo in un’impaginazione di chiara e serena atmosfericità, mentre il secondo, emergendo candido dal fondo cupo, vede valorizzati gli abissi di introspezione del volto. Questo per sottolineare i due diversi registri espressivi di Genovesino: quello più noto è senza dubbio il secondo. Identico il discorso per le due Madri ebree, quella di Düsseldorf gioca su caratteristiche barocche, quella di Parma, invece, è nel solco di un naturalismo più risentito. Solo raramente il primo registro ha la prevalenza nella produzione dell’artista: a volte nella ritrattistica, quasi mai nei dipinti d’altare, talvolta invece in quelli di dimensioni ridotte e di destinazione privata, sia di soggetto sacro che profano. È il caso di una teletta con Santa Cecilia (fig. 2) passata da Christie’s a New York nel 2008, in cui, come nel quadretto di Düsseldorf, l’attenzione è tutta per il dato esteriore: la resa preziosa degli intagli dell’organetto con le arpie e i delfini, l’abilità sconcertante nel definire i panneggi, da quelli della tenda scura ai contrasti chiari delle vesti della santa, tortora, rosa e bianco, all’altro, studiatissimo, dell’angelo in primo piano sulla destra. Un dipinto, come quello con la Madre ebrea, che vuole stupire per l’esibita padronanza tecnica, ad anni luce di distanza, rimanendo nelle piccole dimensioni, dai più modesti Evangelisti della nostra pinacoteca. Nella medesima congiuntura si inserisce un tondo con il Rapimento di Psiche che, in Palazzo Reale a Genova (fig. 3), porta un riferimento a Domenico Parodi non in sintonia con i dati dello stile, a causa di una lettura a mio avviso inesatta degli inventari. La teletta fu copiata da Fragonard durante il suo viaggio in Italia tra il 1759 e il 1761 in un disegno ora al British Museum. È anche questo un Genovesino anomalo, non in linea con l’immagine che emerge dalla sua produzione chiesastica; un dipinto profano di grande fascino, elegante e malizioso, con brani di rilevante qualità pittorica, la solita tavolozza preziosa e corrusca e caratteristiche formali che ne confermano l’autografia.Quanto ci sarebbe ancora da dire su Genovesino? Tantissimo…per esempio che effigiava anche santi che più strani non si può, come sant’Elfego, arcivescovo di Canterbury; ma, per il momento, lasciamolo un po’ in pace, per favore.Dimenticavo: i quadri riprodotti non sono in vendita. DIDASCALIE
|