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Un evento di cultura: esce l'Arcigoticissimo Bembo
Un appassionato lavoro di Marco Tanzi dedicato a Bonifacio in S. Agostino e nel Duomo di Cremona - Abbiamo intervistato l'autore e presentiamo le novità di questo libro che apre parecchi scenari sul protagonista del Quattrocento lombardo

Sarà in libreria ai primi di marzo, ma l’autore ha voluto riservare l’esclusiva, ancora una volta, al Vascello: Arcigoticissimo Bembo. Bonifacio in Sant’Agostino e in Duomo a Cremona (Milano, Officina Libraria, 150 pp.; 28 tavv. a colori) è il titolo dell’ultima fatica di Marco Tanzi, professore ordinario di Storia dell’arte moderna all’Università del Salento (“da più di tre lustri, ormai”, come recita il sintetico profilo nella quarta di copertina), nostro apprezzato collaboratore e amico, fin dalla nascita della testata. Abbiamo voluto sentire dalla sua voce le ragioni e le caratteristiche di questa nuova pubblicazione su un personaggio e un momento cruciale dell’arte cremonese.

Partiamo dal titolo, che sembra uno scioglilingua...

Arcigoticissimo è un termine coniato nel 1827 da Giuseppe Grasselli, Ragioniere capo della Magistratura Dipartimentale di Cremona, compilatore di storia e arte locale: la chiesa e l’ospedale di Sant’Antonio Abate, che ora non esistono più, sono per lui “fabbriche arcigoticissime”. Un superlativo così si può accompagnare solo a qualche intimo portatore dei “più puri cromosomi lombardi”, meglio ancora se della Bassa, dove non svettano guglie vertiginose e pinnacoli di marmo candido ma i muri rossi in cotto sono solo, a volte, un po’ più alti, fradici di nebbia d’inverno o sgretolati dal caldo d’estate, con un paradosso: il Torrazzo. Con le sembianze di un arcano dei tarocchi, arcigoticissimo sta insieme all’“Arcimatto” di Gianni Brera, che leggevo da ragazzo sul “Guerin Sportivo”, e alla “follia araldica arciprofana” del gotico morente in Lombardia, rievocata da Roberto Longhi nel saggio ammaliatore del 1928.

Veniamo al libro.

Studio la famiglia Bembo da oltre vent’anni e mi è sembrato il momento di tirare le fila e dare una certa sistematicità alle mie ricerche: nella circostanza su due momenti fondamentali della vicenda di Bonifacio Bembo, relativi ai suoi lavori per Cremona. Non dimentichiamo che Bonifacio è il principale pittore tardogotico del ducato di Milano e che la sua attività, sempre per committenti di alto rango, si svolge tra le principali residenze della corte (Milano, Pavia, Vigevano e Cremona) e altri centri di non secondario interesse nella geografia artistica del Quattrocento padano (Reggio Emilia, Caravaggio, Brescia). C’è poi un risvolto privato che va messo in luce: un paio d’anni fa Mario Feraboli, industriale e raffinato collezionista cremonese, mi ha chiesto un modo non effimero per onorare il ricordo dei suoi genitori, particolarmente legati alla chiesa di Sant’Agostino. Ho pensato che un libro su uno dei momenti principali della vicenda artistica di questa chiesa potesse rappresentare la soluzione. Sono davvero grato a Mario e alla sua sensibilità, per avere concretamente contribuito, in toto, alla realizzazione del mio volume.

In primo luogo, ha una copertina molto festosa.

Ho voluto in qualche modo rifarmi a una tradizione cremonese, magari un po’ chiassosa ma che mi ha sempre dato il polso della città, dal cofanetto Sperlari alle scatoline dei torroncini Vergani, con l’oro del titolo in rilievo e le immagini giocose, con il corteo araldico dei Magi e tante bestiole, di una tavola bellissima, già pubblicata da Erwin Panofsky e da Roberto Longhi. Una dimensione molto “cortese”, “internazionale” e “fiorita” del gotico lombardo. Poi, non lo nego, volevo fare un libro come piace a me, senza alcuna costrizione editoriale e che si presentasse bene anche per la sua veste: a Cremona, e non solo, si fanno libri d’arte, anche costosi, spesso brutti e privi di gusto, con una scarsa cura tipografica o per l’apparato iconografico, con fotografie non belle e stampate male, a volte illeggibili. In questo caso le immagini (Foto Boiocchi, Brogiolo, Diotti, Pegorini, Zagni) mi sembrano belle e stampate particolarmente bene: voglio ricordare la bravura dei Tonghini: l’editore – Officina Libraria di Milano – viene a Cremona a stampare i suoi volumi, alla Monotipia Cremonese, dove si lavora a livelli d’eccellenza assoluta. E poi l’Arcigoticissimo uscirà in libreria con quello che ai miei tempi si chiamava prezzo politico (20 €), che anche i giovani si possono permettere, rinunciando a una pizza o a un cinema.

Veniamo al contenuto: il volume è nettamente suddiviso tra Sant’Agostino e il Duomo…

L’architettura è semplice: ho inquadrato i due edifici principali nei quali, a Cremona, si svolge l’attività di Bonifacio: Sant’Agostino e il Duomo. Per il Duomo riprendo il problema della pala dell’altare maggiore, affrontato per la prima volta giusto vent’anni fa, nel 1992, con Lia Bellingeri; mentre nella chiesa degli eremitani, tra gli anni quaranta e i sessanta del Quattrocento, Bembo è protagonista di tre imprese di assoluto rilievo: la decorazione della cappella Cavalcabò, la realizzazione del trittico ora diviso tra la Pinacoteca di Cremona e il Denver Art Museum, in Colorado, e l’erezione dell’altare dei Santi Crisante e Daria, di patronato sforzesco, abbattuto nel Seicento. Sono tutte opere molto studiate: non sempre bene.

Ci sembra che i tre temi agostiniani siano affrontati ognuno in maniera diversa, anche dal punto di vista della scrittura.

Sì, è vero; ho tentato un approccio diverso per ciascuno dei tre monumenti – una scheda, un saggio, un elenco ragionato di documenti – e di snaturare l’ordine cronologico: parto dal trittico ricostruito da Roberto Longhi nel 1928 perché è l’opera chiave della riscoperta novecentesca di Bonifacio Bembo, che va direttamente al cuore del problema. La forma è quella di una lunga scheda di catalogo, nella quale sono riuscito ad aggiungere qualche nuovo dato materiale sulle tavole americane e sulla loro provenienza. Sulla base delle precise scelte che improntano i dipinti, mi sono sforzato di dare una lettura iconografica nuova, in chiave marcatamente immacolista, in linea con il dibattito accesissimo degli anni successivi al Concilio di Basilea. Sulla rarità della raffigurazione dell’Incoronazione di Cristo e di Maria da parte di Dio Padre nella tavola di Cremona quasi tutti gli studiosi si sono spesi in ipotesi più o meno generiche o incomplete: in questo frangente ho cercato di affrontare senza reticenze la sua complessità dottrinaria e i risultati hanno spinto anche a una riconsiderazione della possibile collocazione originaria dei dipinti in chiesa, diversa da quelle finora prospettate su basi troppo fragili.

Sulla cappella Cavalcabò la visione diretta, durante il restauro degli anni novanta, di questa fiaba in technicolor, il riesame accurato degli affreschi, ridipintissimi nel dopoguerra, e il ripensamento più sistematico della loro cronologia anche in relazione alle opere degli altri fratelli, confermano l’autografia di Bonifacio a una data lievemente in anticipo rispetto a quanto si afferma correntemente. Il programma iconografico e le questioni dottrinarie legate alla Concezione di Maria nel trittico Cremona-Denver, mi hanno fatto riflettere sulla grande vivacità intellettuale che anima negli anni quaranta gli eremitani cremonesi. Emerge la figura di Giorgio Laccioli, in seguito beatificato, priore nel 1442, professore di sacra pagina, primo vicario generale dell’Osservanza, fondatore di Santa Maria Incoronata a Milano (il passaggio all’Osservanza del convento cremonese si concreta invece nel 1449, subito dopo che due frati hanno letteralmente ammazzato di botte il priore). L’altra protagonista è la committente degli affreschi, Giovanna Cavalcabò, figlia di Ugolino, moglie di Pietro Rossi, signore di Parma, e madre di Pier Maria: un personaggio chiave nelle vicende artistiche delle due città, il tramite della diffusione della pittura cremonese nei territori rossiani.

Il terzo pezzo è un elenco dei documenti relativi alla costruzione e alla decorazione dell’altare di patronato sforzesco intitolato ai Santi Crisante e Daria: ho messo in fila, con qualche piccola riflessione, le carte già note, perché è scomodo rincorrere ogni volta pezzi di bibliografia sparsi in varie sedi. Ci si accorge che sono i frati a sollecitare il lascito annuale, non particolarmente generoso, da parte di Francesco Sforza e non si tratta di un’iniziativa autonoma del condottiero; è significativo che ai lavori si imprima una forte accelerazione il 2 aprile 1450, solo una settimana dopo l’acclamazione di Francesco a duca di Milano.

Diverse novità, dunque…

Sintetizzando: novità scientifiche sì, scoop no, in maniera programmatica. Direi, soprattutto, un approccio serio e sistematico a una serie di problemi spesso affrontati in maniera episodica e superficiale; un’attenzione più mirata e concreta rispetto al passato per gli altri esponenti della famiglia Bembo; un’approfondita disamina di carattere iconografico e qualche affondo storico sui documenti relativi agli altari della chiesa per dare un quadro il più possibile chiaro della situazione e delle difficoltà che può incontrare la ricerca quando si interrompono le serie documentarie. Anche qualche siparietto divertente, finora ignorato dalla storiografia cremonese, come l’episodio degli eremitani che portano via il cranio del profeta Eliseo a Salimbene de Adam, al quale era stato donato dall’arcivescovo di Ravenna (con sapide osservazioni da parte del cronista parmense): la reliquia di Eliseo è venerata proprio in Sant’Agostino; ora è sotto la mensa dell’altare maggiore. Principalmente, però, ciò che mi interessava davvero era poter fare un libro onesto, con dati certi in evidenza e senza fughe in avanti spericolate o immotivate, solo per dimostrare tesi preconcette o scarsamente plausibili. Ho dato voce alle carte e all’esperienza sul campo propria dello storico dell’arte, lo ribadisco, onesto e responsabile. Vorrei emergesse chiaramente la mia volontà di pubblicare un libro di servizio, con una folta bibliografia e un indice dei nomi, anche in prospettiva futura: un libro che possa rendere più agevoli le ricerche che seguiranno.

Ci sarà una presentazione in città?

Vediamo… Senz’altro ce ne sarà una a Milano in occasione delle iniziative che affiancheranno la mostra alla quale sto lavorando – con i soliti compagni di strada, Giovanni Agosti e Jacopo Stoppa – Bramantino a Milano, che si aprirà al Castello Sforzesco nel prossimo aprile. Poi ci sarà il consueto giro di presentazioni in forma seminariale per i dottorandi di varie università; questo perché credo, e mi confortano gli amici e i colleghi che l’hanno già letto, che il libro possa risultare utile soprattutto per gli strumenti metodologici che mette in campo. La speranza è sempre quella: che nel mio lavoro i più giovani possano trovare stimoli, strumenti e materia di approfondimento per le loro ricerche.

Vorrei concludere rimarcando come, sia pure sottotraccia, i protagonisti di queste pagine sono due dipinti, due tavole, che fanno parte delle collezioni civiche del nostro museo. Mi piacerebbe che fosse ben chiaro a chi legge l’amore, la passione e il sincero patire che ho dedicato, nel corso della vita, a questa istituzione così poco grata, violentata nel corpo e, se esiste, nel cuore; destinata ormai con rassegnazione di decenni, a meno di cataclismi epocali, a restare per sempre allo stato di grande nulla. Un luogo per molti aspetti emblematico della condizione di sofferenza sconsolante in cui versa la vita culturale della città, dell’assenza di scelte forti o, più semplicemente, di una capace regia. Un magazzino dove il posizionamento di ogni oggetto, di ogni opera e di ogni dipinto sembra essere suggerito dal caso, come sganciato da una qualsivoglia meditata riflessione, critica e storica; dove non si riesce a percepire la grandezza artistica di Cremona, svilita da un allestimento confuso e da studi, anche recenti, di livello non adeguato alla reale importanza della nostra città nell’articolato panorama figurativo della valle del Po.

Nelle foto, il famoso trittico con le due opere a Denver e al centro quella al museo di Cremona, la copertina del libro , una immagine di Marco Tanzi (courtesy by alexbyrds), giunto ad una nuova importante impresa di studio che valorizza ulteriormente il patrimonio artistico cremonese analizzando un suo momento cruciale, nell'ultima riproduzione della Madonna con il Bambino in trono e due angeli di Bonifacio Bembo, al museo di Cremona (1464-1467, il manto è di Boccaccio Boccaccino).




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