
A Cremona l'acqua minerale si può bere gratis. Anche gassata. L'AEM può sfoderare i propri parametri, che possiamo leggere nella tabella pubblicitaria qui di fianco, e la distribuisce nella pagoda di sapore ottocentesco in via Persico. C'è folla con bottiglie e bottigliette da riempire. E persino i bambini se trovano qualche coetaneo, fanno della raccolta dell'acqua, come è giusto un momento di festa. Basta il tocco a un bottone, non c'è nessuna formalità da esperire.
La premessa e la foto valgono per affrontare sotto molti profili un tema caldo nel dibattito politico la privatizzazione dei servizi inerenti l'acqua. Una privatizzazione bocciata dai referendum di giugno ma che si vuole rientrare dalla finestra. I servizi , dicono i sostenitori della privatizzazione, non l'acqua, spaccando il capello in quattro con una distinzione luciferina. Ma l'acqua deve essere di tutti, senza filtri di nessun tipo, ne prima ne dopo (quando la speculazione si maschera e in certi posti anche la mafia ci mette le mani) se non quelli per renderla più limpida e gradevole. Qualsiasi attentato all'acqua pubblica ed al sistema di trasferimento da bene di Dio fino al bicchiere di casa nostra va combattuto ferocemente. Perchè in primis riduce un principio di civiltà fondamentale, la liberalità di un bene universale, perché quasi sempre provoca un aumento dei prezzi ed alla lunga anche una diminuzione dei servizi , infine perché il passaggio nelle mani privati della disponibilità dell'acqua, può trasformarsi in una vera e propria rapina del bene che appartiene alla comunità, con un profitto che tocca punte inimmaginabili. Un grande scandalo, insomma. E' il caso delle acque minerali, di gran marca e non. "Il Vascello" presenta un illuminante servizio, avvalendosi delle ricerche e della collaborazione di "Trekking & Outdoor", bellissima rivista di impronta sportivo-naturalistica, con un intervento da meditare del suo direttore e grande amico non solo de "Il Vascello" ma soprattutto della natura, Michele Dalla Palma che certamente i nostri lettori conoscono per le sue collaborazioni ai canali televisivi. Tutto da leggere, qui sotto. Le foto cremonesi sono di Antonio Leoni ©, le altre all'interno sono di Michele Dalla Palma ©.
Inchiesta di Michele Dalla Palma , direttore di Trekking & Outdoor
Crediamo che l’acqua potabile sia un bene infinito, ma questa è una tragica illusione, che ci ha portato, fino ad oggi, a sperperare in modo dissennato questa risorsa che rappresenta l’unico elemento irrinunciabile per la sopravvivenza.
La percentuale di acqua potabile presente sulla Terra è meno dello 0,5% di tutta l'acqua presente sul pianeta. Il restante 99% è acqua di mare o è congelata nei ghiacci polari.
L'acqua dolce si rinnova solo grazie al ciclo della pioggia, al ritmo di 40/50.000 chilometri cubici per anno. Il consumo globale di acqua si raddoppia ogni 20 anni, più del doppio del tasso di crescita della popolazione umana, e secondo le stime delle Nazioni Unite, già oggi più di un miliardo di persone non ha accesso all'acqua potabile. Se il trend corrente persiste, nel 2025 è probabile che la richiesta di acqua dolce sia superiore del 56% alla quantità di acqua oggi disponibile.
La trappola della privatizzazione
Più la crisi dell'acqua si intensifica, più i governi - sotto la pressione delle aziende multinazionali - stanno invocando soluzioni radicali: la mercificazione e il trasporto di grandi quantità d'acqua. Coloro che propongono la mercificazione e la conseguente privatizzazione dichiarano che questo sistema è l'unico modo per distribuire l'acqua nel mondo assetato. Ma, nei fatti, l'esperienza dimostra che vendere l'acqua nel libero mercato non risponde ai bisogni dell’umanità nel suo insieme. Al contrario l'acqua privatizzata è riservata a quelli che possono pagare per averla, vale a dire le ricche metropoli, le persone ricche e le grandi aziende consumatrici intensive di acqua come l'agricoltura e le nuove tecnologie.
La spinta ad aziendalizzare l'acqua arriva in un momento in cui gli impatti sociali, politici ed economici della scarsità di questa risorsa stanno rapidamente diventando una forza destabilizzante, con i conflitti legati all'utilizzo dell'acqua che spuntano sempre più rapidamente intorno al mondo.
La guerra dell’acqua
Nelle analisi geopolitiche, nel prossimo futuro la "guerra dell'acqua" è destinata a condizionare, sostituendo quella del petrolio, la nostra storia. Ancora una volta questo problema si fa drammaticamente evidente nello scacchiere mediorientale, una delle aree più aride del pianeta nonostante la presenza di quattro grandi fiumi: Tigri, Eufrate, Giordano e Nilo, che però non sono sufficienti a dissetare questa immensa plaga desertica.
In particolare, il Giordano è l'unica fonte di rifornimento idrico per Siria, Libano, Giordania, territori palestinesi e Israele. Più avanzati tecnologicamente rispetto agli arabi, gli ebrei hanno progettato e realizzato metodi innovativi per lo sfruttamento dell'acqua del fiume, utilizzando anche sbarramenti, canali artificiali e dighe che hanno danneggiato gli stati confinanti, nonostante il Diritto Internazionale sancisca e garantisca le stesse opportunità di sfruttamento per tutti i paesi affacciati su un fiume. Anche il rifiuto da parte di Israele di restituire le alture del Golan, conquistate militarmente durante il conflitto siriano libanese e oggetto di infinite controversie a livello internazionale, è motivato, indipendentemente da opportunità strategiche, dal fatto che almeno un terzo delle risorse idriche dello stato ebraico passa da questo altipiano.
Re Hussein di Giordania prima di morire aveva dichiarato che l'unico motivo per cui lui avrebbe combattuto un'altra guerra contro Israele sarebbe stata l'acqua, perché Israele controlla i rifornimenti d'acqua della Giordania.
Questo scenario, ampliato su scala mondiale - pensiamo al subcontinente indiano, alla Cina, sudest asiatico, Argentina, Brasile solo per citarne alcuni - lascia presupporre che, nei decenni futuri, la conquista delle fonti di approvvigionamento idrico, dai grandi fiumi dell'Himalaya alle catene andine, sarà il motivo scatenante di grandi conflitti… a meno che non si trovi nella risorsa oceano, oggi troppo costosa per essere realizzata su vasta scala, la soluzione per la sete del pianeta e dei suoi abitanti.
Qualche esempio di un conflitto già iniziato
La Malesia, che rifornisce circa la metà dell'acqua di Singapore, ha tentato nel 1997 di tagliare i rifornimenti dopo che Singapore aveva criticato la linea del governo malesiano.
In Africa la relazioni tra il Botswana e la Namibia sono state messe seriamente in crisi dai progetti della Namibia di costruire un acquedotto che devii le acque del fiume Okavango, oggi in comune, verso le zone dell'est della Namibia.
Al Congresso annuale per lo sviluppo economico mondiale che segue l'incontro annuale del F.M.I. e della Banca Mondiale le corporation e le istituzioni finanziarie si sono incontrate con le rappresentanze governative di più di 84 paesi per raggiungere accordi su temi quali "superamento degli ostacoli per gli impedimenti idrici" e "la trasparenza e le regole bancarie nei mercati di capitale emergenti".
Gli obiettivi erano chiari: l'acqua deve essere trattata come ogni altro bene commerciale ed il suo uso deve essere determinato dai principi di mercato. Nello stesso tempo, i governi stanno rinunciando al loro controllo sulle acque nazionali sottoscrivendo trattati come il NAFTA (trattato per il libero commercio del Nord America) e collaborando ad istituzioni come il W.T.O. (Organizzazione per il Commercio Mondiale).
Acqua per pochi?
Questi accordi danno effettivamente alle corporation transnazionali diritti sull'acqua dei paesi firmatari mai visti in passato. Ma già oggi, le grandi aziende hanno cominciato a fare pressioni sui governi per avere accesso alle fonti delle acque nazionali. Per esempio, l’azienda californiana Sun Belt sta facendo causa al governo del Canada utilizzando il NAFTA perché lo stato della British Columbia ha vietato le esportazioni d'acqua alcuni anni fa. L'azienda sostiene che le leggi della British Columbia stanno violando i diritti degli investitori, garantiti dal NAFTA e perciò sta richiedendo risarcimenti per mancati profitti per circa 220 milioni di dollari.
Con la protezione di questi accordi commerciali internazionali, le aziende stanno puntando i loro occhi sul trasporto di grandi quantità di acqua tramite canalizzazione o super navi cisterna. Molte compagnie stanno sviluppando la tecnologia grazie alla quale grandi quantità di acqua dolce possano essere introdotte in giganteschi contenitori e portate attraverso gli oceani per essere vendute. La U.S. Global Water Corporation, un'azienda canadese, è una di queste e potrebbe essere uno dei più grossi giocatori di questa partita. Ha siglato un contratto con l’Alaska, per esportare 18 miliardi di galloni all'anno di acqua ghiacciata in Cina dove sarà imbottigliata in una delle zone di "libero commercio" di questo paese per garantirsi i vantaggi dei bassi salari.
I depliant pubblicitari dell'azienda incitano gli investitori a "raccogliere le opportunità in accelerazione... prima che le tradizionali fonti di acqua nel mondo diventino improvvisamente scarse e degradate".
Vendere acqua ad alti prezzi renderà semplicemente più feroce il già difficile impatto della crisi mondiale dell'acqua.

I numeri delle ineguaglianze sociali
In India, alcuni proprietari di case pagano il 25% del loro reddito per acquistare l'acqua. I cittadini poveri di Lima, Perù, pagano a rivenditori privati circa 3 dollari (più di 6 mila lire) per un metro cubo di acqua spesso contaminata, mentre i più ricchi pagano un decimo della stessa cifra per utilizzare l'acqua dell'acquedotto municipale.
Nelle zone meno umide del Messico l'acqua è così scarsa che bimbi e ragazzi la sostituiscono con la Coca Cola o la Pepsi Cola.
Più di 5 milioni di persone, molti dei quali bambini, muoiono ogni anno per malattie causate da acqua contaminata.
La Cina sta affrontando una crisi alimentare dovuta alla penuria di grano causata del peggioramento della qualità dell'acqua e a una diversa distribuzione tra agricoltura, industria e città dell'acqua, risorsa molto limitata. La domanda cinese di grano causata da questa crisi potrebbe superare l'intera quantità mondiale esportabile di questa risorsa.
Durante una crisi idrica del nord del Messico nel 1995 il governo tagliò i rifornimenti d'acqua alle aziende e alle fattorie locali per assicurare i rifornimenti di emergenza alle industrie della regione controllate quasi esclusivamente da capitale straniero.
L’attacco all’ambiente
La risposta di molti paesi del mondo alla crescente richiesta di acqua è stata quella di costruire dighe ambientalmente distruttive e di deviare in modo indiscriminato i fiumi, senza preoccuparsi delle ripercussioni geoclimatiche provocate da queste opere devastanti. Il numero delle super dighe nel mondo è cresciuto dalle 5 mila del 1950 alle 38 mila di oggi.
L'80% dei più grandi fiumi cinesi sono così degradati che non consentono la vita alla fauna ittica.
Negli Stati Uniti d’America, solo il 2% dei fiumi e delle terre irrigue del paese rimane libero e non umanizzato: come risultato, il paese ha perso più della metà delle sue terre umide. In questo grande paese, epicentro della diversità delle acque del mondo, il 37% dei pesci di acqua dolce sono a rischio di estinzione, il 50% dei gamberi di fiume ed il 40% degli anfibi sono in pericolo e il 67% di mitili di acque dolci sono estinti o prossimi all'estinzione. Nel sistema dei Grandi Laghi, Nature Conservancy ha identificato 100 specie e 31 comunità ecologiche a rischio.
La resistenza è già iniziata
Numerosi ricercatori ed organizzatori ambientali stanno suonando l'allarme da più di un decennio: se l'utilizzo dell'acqua continuerà a crescere ai ritmi attuali il risultato sarà devastante per la Terra ed i suoi abitanti.
Migliaia di gruppi o comunità stanno combattendo contro la costruzione di nuove dighe, difendendo i fiumi danneggiati e le terre umide, opponendosi alle industrie che contaminano i sistemi idrici, proteggendo le balene e le altre specie acquatiche dalla caccia e dalla pesca intensiva. In molti paesi studiosi ed esperti stanno sottoponendo soluzioni nuove e creative a questi problemi. Questo lavoro è cruciale e questi sforzi hanno bisogno di essere coordinati e compresi per opporsi alla globalizzazione economica e al suo ruolo nel promuovere la privatizzazione e la mercificazione del sistema idrico.
Il business dell’acqua in Italia, una torta da 8 miliardi
«Adeguamento alla disciplina comunitaria in materia di servizi pubblici locali di rilevanza economica»… in questo titolo, che apre l’articolo 15 del decreto legge n.135, approvato a fine 2009, si nasconde una delle più grandi rapine a carico dei contribuenti italiani, che favorirà pochi grandi gruppi finanziari.
In pratica, si tratta dell'affidamento della gestione dei servizi pubblici locali, in via ordinaria, attraverso gare ad evidenza pubblica. Quali sono i servizi indicati? Diversi, gas e trasporti, tra gli altri, ma tra questi uno colpisce in particolare: l’acqua. Che con il decreto ha cambiato status. Non più bene pubblico, ma merce. Di «proprietà» dello Stato, dopo una emendamento inserito all’ultimo minuto dal Pd, ma gestita da privati. Un business colossale: attualmente in Italia la rete idrica è coperta da circa 110 gestori. Divisi tra i 91 Ato (ambito territoriale ottimale, creati nel 1994 dalla Legge Galli) esistenti, che corrispondono grosso modo ad altrettante provincie. Attualmente 64 gestori sono a totale capitale pubblico e servono oltre la metà della popolazione. Il resto è a capitale misto o privato.
Ma con la nuova legge, nel giro di un anno o al massimo entro il 2012 l'affidamento dei servizi pubblici locali passerà in mano a «imprenditori o società in qualunque forma costituite». Anche con capitale misto dunque, purché «l’attribuzione dei compiti operativi connessi alla gestione del servizio» sia nelle mani del privato che non può «avere una quota inferiore al 40%» della società.
Il pubblico può rimanere ma è il privato che decide quanto o come investire. E il privato deve fare profitti. E i profitti si fanno abbassando gli investimenti e alzando le tariffe.
In Italia dal 1994 (anno della Galli) al 2005 sono stati investiti 700 milioni di Euro l'anno nella rete. Nei dieci anni precedenti oltre 2 miliardi di euro. Nel 2008, secondo l’ultimo rapporto del Co.Vi.RI. relativo a 54 Ato, risultavano realizzati solo il 56% degli investimenti previsti, a fronte di un’impennata delle tariffe di oltre il 47% negli ultimi 10 anni.
I costi dell’acqua “pubblica”nelle mani dei privati
In Toscana, dove è più forte la presenza di privati, ogni famiglia spende in media per l’acqua 330 euro all’anno a fronte di una dispersione del 34%. I privati, se non regolamentati, non portano efficienza. Nel nostro Paese le società più importanti, per capacità e fatturato, sono sei: la romana Acea, la bolognese Hera, la ligure-piemontese Irenia, la triestina Acegas-Aps, la lombarda A2A e Acquedotto Pugliese. Le prime cinque sono quotate. Sono multiutility a capitale misto dove però è il privato che detta le regole.
L’Italia diventerà terreno fertile per le multinazionali estere, come le francesi Veolia e Suez, che tra gestione e incroci azionari, si stanno mangiando fette di territorio. Per l’acqua «si assiste - per usare le parole dell’Antitrust - alla sostituzione di monopoli pubblici con monopoli privati». Si prenda l’esempio di Acea. La società serve il Lazio, una parte della Campania, l’ Umbria, e 4 Ato su sei della Toscana. È il primo operatore nazionale del circuito idrico (ha il 10% del mercato). È controllata al 51%dal Comune di Roma, al 10% circa dalla francese GdF-Suez e al 5% dal costruttore Caltagirone. Ma presto il comune di Roma dovrà cedere a privati l’11% della società per un valore di circa 200 milioni. Lo stesso dovranno fare i comuni emiliani per Hera o quelli di Genova e Torino per la futura Irenia. In totale sul mercato finiranno oltre un miliardo di Euro in azioni. Che andranno ai privati. I quali investiranno per avere un ritorno. E se i piani industriali di 87 Ato mostrano un incremento medio dei consumi di acqua, da qui al 2023, del 17-20%, vuol dire che la privatizzazione dell' acqua la pagheremo noi.
Lo scandalo, tutto italiano, dell’acqua minerale
L’Italia è uno dei territori del pianeta più ricchi d’acqua, spesso anche di grande pregio organolettico. Nonostante questo, alcune delle nostre regioni subiscono drammmatiche carenze nell’utilizzo di questo bene indispensabile, che poco hanno a che fare con “l’emergenza idrica”; oltre alla situazione di degrado cronico degli acquedotti pugliesi, gravi irregolarità nell'erogazione si registrano sul 24% della popolazione in Molise, sul 30% in Sicilia e addirittura sul 45% in Calabria, causate non da “siccità”, ma dal cattivo sfruttamento delle falde e delle condotte colabrodo.
L'acqua, da bene primario, è diventata oggetto di ricatto da parte della criminalità organizzata e di sfruttamento da parte delle grosse multinazionali.
A parte questi casi eclatanti di “storica” malagestione politica delle reti idriche, negli ultimi anni gli acquedotti italiani, anche grazie a una normativa molto restrittiva, sono riusciti a raggiungere l’obiettivo di fornire acqua potabile di ottima - a volte eccellente - qualità alle nostre case. Anche i vecchi problemi di “clorazione” che, pur garantendo un’acqua esente da impurità e batteri, la rendevano poco attraente al gusto, sono stati superati con nuove tecnologie.
Nonostante questo, siamo i più grandi consumatori al mondo di acqua in bottiglia, e in vent’anni abbiamo triplicato il quantitativo consumato: ogni italiano beve annualmente poco meno di 200 litri di acqua in bottiglia, ben otto volte la media mondiale e il doppio che nel resto d’Europa!
Con alcune, grandi differenze: il 70% dei sardi beve acqua minerale, mentre il 91% dei trentini beve l’acqua potabile che “sgorga” dal rubinetto.
177 imprese e 287 marchi, 11 miliardi di litri all'anno bevuti da 38 milioni di italiani, quasi 5 miliardi di Euro di fatturato e il primato mondiale di produzione sono i numeri del business “acqua minerale made in Italy”. Un vero affare per un prodotto che scende spontaneamente dal cielo, passa sulla terra e deve essere semplicemente imbottigliato e... pubblicizzato.
Il raffronto dei prezzi tra acqua minerale e potabile è stupefacente: mediamente un litro di acqua minerale costa 0,40 Euro (circa 775 “vecchie Lire”) al litro contro 0,001 Euro (meno di 2 “vecchie Lire”) al litro dell'acqua potabile del rubinetto.
Tra le acque minerali commercializzate, le differenze di prezzo hanno dello sbalorditivo: tra la S. Pellegrino e la Monteverde, la differenza di prezzo è di +455%, determinata esclusivamente dal costo della promozione pubblicitaria. Per convincere i consumatori a comprare l’acqua in bottiglia, a scapito di quella quasi gratis del rubinetto, gli imbottigliatori negli ultimi anni hanno acquistato spazi pubblicitari per miliardi di Euro, risultando uno dei settori più importanti per la vendita pubblicitaria.
Si potrebbe pensare, a questo punto, che l’unico motivo per bere acqua in bottiglia possa essere la garanzia di qualità, ma anche in questo caso la verità è stupefacente: le reti idriche degli acquedotti italiani sono soggette a una quantità incredibile di controlli (a Milano si eseguono circa 70 analisi al giorno) mentre i produttori di acque minerali hanno obblighi irrisori, si parla di controlli obbligatori solo ogni 5 anni, e affidati a laboratori privati, facilmente “addomesticabili”.

Nomadi intorno a uno dei pochi pozzi del deserto nubiano
La grande truffa dell’acqua in bottiglia
Fino a qualche anno fa, le “acque minerali” dovevano comunque sgorgare da fonti certificate, monitorate, e con caratteristiche dell’acqua almeno particolari rispetto alla semplice acqua potabile.
Poco importa se, anche in questo caso, si potrebbe configurare quantomeno l’appropriazione discutibile, ancorchè tollerata dalle normative, di un bene che appartiene a tutti i cittadini, poichè le acque sotterranee fanno parte del demanio pubblico.
Le aziende private che sfruttano le falde acquifere potabili, infatti, pagano alla collettività un irrisorio “canone di coltivazione”, a fronte della concessione, spesso permanente, di un bene pubblico. In pratica, gli amministratori che dovrebbero gestire, e non svendere il patrimonio collettivo, lo hanno invece“regalato” alla speculazione delle multinazionali.
Se nella legislazione italiana “il quadro normativo stabilisce che le risorse idrominerali sono un bene pubblico, fanno parte del patrimonio indisponibile delle regioni e il loro uso deve essere improntato all'interesse pubblico”, non si capisce come sia possibile che in calce alle concessioni “regalate” ad alcuni famosi marchi di acqua minerale figuri la scritta “perpetua”: significa che alcune multinazionali accumulano miliardi vendendo l'acqua di tutti, per sempre, come la San Pellegrino (Nestlé), che fino al 2002 pagava 5 milioni e 270 mila lire all'anno per la concessione; in rapporto, quasi stupiscono i 33 milioni e 464.500 lire (sempre dati 2002) sborsati per imbottigliare la Levissima (ancora Nestlé).
Sempre Nestlè (che vende nel mondo 19 miliardi di litri d’acqua), ha in concessione lo sfruttamento delle fonti di Peio, in Trentino, da cui estrae e imbottiglia 110 milioni di litri/anno (con un ricavo di circa 35 milioni di Euro/anno), e attualmente paga al Comune di Peio una tassa di concessione di 30.000 Euro l’anno.
Sarebbe come se, facendo una media di 20.000 chilometri all’anno con la nostra autovettura, noi pagassimo al nostro benzinaio 2 Euro all’inizio dell’anno e avessimo poi il carburante gratis fino al 31 dicembre!
Oggi, almeno sulla carta, le aziende che sfruttano l’acqua sono soggette a una minima tassa di 0,0005 Euro al litro, ma solo sul prodotto imbottigliato; tanto per fare un esempio, in Lombardia (la regione più ricca di fonti e sorgenti) vengono imbottigliati 3 miliardi di litri d’acqua, ma altri 7 miliardi di prezioso liquido vengono sprecati nelle fasi di lavorazione.
La truffa, però, è ben altra, e sconvolgente: oggi, spesso, nelle bottiglie di plastica in vendita sugli scaffali dei supermercati, o sui tavoli di pizzerie e ristoranti, si trova “acqua microfiltrata”, pagata a prezzo dell’acqua minerale, ma altro non è che acqua del rubinetto, la stessa che esce da quelli delle nostre case, messa in bottiglia e ricostituita con l'aggiunta di anidride carbonica e sali minerali.
Nel mondo, l'azienda leader nella vendita di “acqua del rubinetto” è la Coca Cola, che la imbottiglia soprattutto per i paesi del terzo mondo, privati dell'acqua come bene comune.
Con risvolti curiosi, se non fossero tragici: l'acqua Dasani (Coca Cola), prelevata dall’acquedotto pubblico della contea di Kent e commercializzata in Gran Bretagna, con un aumento del prezzo di 3.166 volte rispetto al costo di origine, è stata ritirata dal mercato perchè, nonostante uscisse pura dal rubinetto, come certificato da numerose perizie, una volta imbottigliata diventava potenzialmente pericolosa perchè addizionata con una elevata percentuale di bromato, nota sostanza cancerogena.
Anche in Italia, nessuna legge vieta di imbottigliare l'acqua del rubinetto, basta sapersi organizzare. Per ora questa truffa legalizzata è limitata, si ritiene infatti che non raggiunga ancora il 4% della produzione totale di acqua minerale, con un fatturato prevedibile in circa 200 milioni di Euro. Il fenomeno però potrebbe crescere, data la tendenza generalizzata a privatizzare gli acquedotti pubblici.
Dal punto di vista sanitario, potrebbe quasi essere un vantaggio: la legislazione italiana ha parametri molto restrittivi (circa 200) per l'acqua di rubinetto, rispetto all’acqua “minerale” in bottiglia (solo 48). Un esempio su tutti: la concentrazione massima di arsenico nella minerale fino a poco tempo fa poteva ancora essere di 50 microgrammi/litro (tre anni fa arrivava a 200, quando l'Oms dal 1993 ne ha fissato il limite a 10), mentre dal rubinetto per legge non può uscire acqua con più di 10 mg/l di arsenico. Dunque l'acqua di casa è più sicura.
Le cifre dello scandalo
Con investimenti pubblicitari che non hanno uguali per nessun'altra bevanda, è facile capire come i gruppi che controllano i tre quarti della produzione totale italiana - San Pellegrino/Nestlé, San Benedetto Italaquae/Danone, Uliveto/Rocchetta, Spumador, Norda e San Gemini - costituiscano una lobby (Mineracqua, la Confindustria delle acque), in grado di pilotare le campagne pubblicitarie e “convincere” il legislatore a tutelare più il business che la salute.
Fin dal 2001, undici procure avevano messo fuorilegge, in base ai parametri europei, più di due terzi delle acque minerali italiane (200 marchi su 280) che non rispettavano gli obblighi di legge, indagando anche alcuni laboratori di analisi compiacenti con la lobby dei produttori.
Nel 2003 una serie di inchieste, di cui era titolare il procuratore aggiunto di Torino Raffaele Guariniello, riscontrarono in molte acque minerali la presenza di idrocarburi al benzene in quantità 10 volte superiore alla media; il ministro della sanità Girolamo Sirchia, per salvare il business dell’acqua minerale, varò allora un decreto che innalzava la soglia di tolleranza per molti degli inquinanti trovati nelle minerali (tra i quali tensioattivi, oli minerali, antiparassitari, idrocarburi) facendo rientrare nella legalità, come per magia, molte industrie dell'acqua imbottigliata.
Solo un anno dopo, in applicazione di una direttiva europea (la 2003/40), il ministero della sanità fu costretto a dichiarare finalmente fuori legge, a partire dal 1°gennaio 2005, tutte quelle acque minerali che superavano i limiti di quantità delle sostanze nocive previste per l'acqua potabile comune: ben 126 marchi di acque minerali risultarono non idonei.
Curiosamente, e senza che nessuno si scandalizzi, fanno però ancora bella mostra di se sugli scaffali dei supermercati, dato che nessuno (regioni, aziende sanitarie locali, ministeri) ha dato mandato ai Nas di imporne il ritiro.
Per completare il paradosso, con futili pretesti sanitari, a suo tempo il Ministro Marzano (Attività Produttive) ha sancito il divieto di vendere acqua in bicchiere nei pubblici esercizi, sostituita da acqua in confezioni sigillate mono-dose (con aumento dei costi, crescita dei rifiuti, e maggior traffico di automezzi che distribuiscono le bottiglie con aumento dell’inquinamento atmosferico).
Chi ci guadagna?
Pochi a danno di molti. I proprietari delle acque minerali pagano cifre irrisorie per le concessioni di prelievo delle acque e fanno guadagni elevatissimi. Un gigantesco, inutile mercato sostenuto dai grandi business dell'industria alimentare, ma anche dalle grandi società di autotrasporto, dai produttori di plastica, dalle principali agenzie di pubblicità.
I camion che spostano acqua da un punto all’altro della penisola rappresentano uno dei grandi “affari” dell’autotrasporto: stiamo parlando di circa 600.000 viaggi su Tir.
Ma non è tutto: miliardi di contenitori di plastica devono poi essere smaltiti, aumentando notevolmente il mostruoso giro di soldi che ruota intorno all’acqua in bottiglia.
In Lombardia si vendono oltre due miliardi e mezzo di bottiglie in plastica all’anno, e solo 600 milioni di bottiglie in vetro, riciclabili; per lo smaltimento delle bottiglie di plastica, i costi a carico della collettività lombarda nel 2001 hanno superato i 50 miliardi di Lire (26 milioni di Euro).Questo significa che, per la Lombardia, i ricavi delle concessioni per lo sfruttamento delle fonti d’acqua coprono un ventesimo dei costi per lo smaltimento dei vuoti.
Chissà poi come si comporterebbero i consumatori, se sapessero che ci sono sul mercato acque di qualità infima, confezionate e distribuite da aziende produttrici di plastica che acquistano le fonti solo per vendere le bottiglie!
Può capitare, allora, che siamo convinti di comprare acqua e invece ci hanno venduto solo una bottiglia di plastica che contiene magari sostanze anche dannose.
L'ennesimo vantaggio per le industrie delle acque in bottiglia, contro i consumatori, gli esercenti, i cittadini, l'ambiente.
Chi ci perde
La rete idrica pubblica. Il business delle acque minerali è infatti il principale responsabile del "buco nell'acqua" denunciato dalla rete nazionale in difesa dell'acqua.
Nulla si investe per migliorare e promuovere l'acqua degli acquedotti, comunque più controllata in generale e spesso qualitativamente migliore delle acque in bottiglia. In questi anni le grandi Aziende Municipalizzate, ormai tutte quotate in Borsa, sono viste solo come strumento per fare cassa, e non c'è alcun progetto per rinnovare il servizio pubblico dell'acqua.
Bisognerebbe invece uscire dal mercato delle acque minerali, valorizzando il servizio idrico pubblico, tutelando fiumi e sorgenti, risparmiando acqua per gli usi non potabili.
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