Attentati alla nostra vita: un dramma che tocca non solo il territorio cremoneseUn anno dopo Viareggio cosa è cambiato? La memoria corta del Paese e di Cremona: bombe inesplose presenti e bombe future (Dio non voglia)
Caro Direttore,è passato solo qualche giorno dal primo anniversario del tragico incidente ferroviario di Viareggio, ma quella locomotiva, quel treno con i suoi quattordici vagoni cisterna carichi di GPL continuano a bruciare nei nostri occhi, nella nostra coscienza. Brucia ancora, al solo pensiero di cosa poteva essere fatto per evitare di trasformare persone e cose in cenere e di quanto, al contrario, non è stato fatto per superficialità, per indolenza, per pressappochismo. Forse tutto accomunato nella certezza abitudinaria che il ferro e l’acciaio sferragliante del treno sulle rotaie, anche quella notte, potesse correre lontano come tante altre volte, come tante altre notti, come tanti altri treni che ogni giorno portano persone e merci al lavoro, alle fabbriche alle loro case. Quella notte di un anno fa, il vecchio acciaio di un assale di un carrocisterna tedesco si è rotto, ha trascinato nell’impatto il vagone contro uno spuntone di rotaia. Quello spuntone “marcadistanze” ha aperto una ferita nella cisterna ed a Viareggio il cielo si acceso come un sole a mezzanotte. Questa volta un sole pieno di lutti e distruzione. Difficile dimenticare quelle immagini. Ma il tempo che passa, un anno con tutti i giorni agganciati come un lungo treno merci, sembra davvero infinto se tocca dentro le persone, se l’odore di quell’incendio non passa. Ci si deve chiedere allora cosa abbiamo fatto perché quella notte di Viareggio non sia passata invano. Guardiamo, allora, alla nostra città, al fiume che lento le scorre accanto, al suo antico Torrazzo che da vecchio guardiano sorveglia la campagna perché nulla accada. Perché questo è il desiderio di chi frequenta le sue sponde nelle società canottieri, di chi vive nella città e nelle campagne vicine. Eppure, un anno dopo Viareggio, Cremona non può vivere tranquilla, non può contare sul silenzioso scorrere delle acque del Po. Quelle acque solcate da chiatte che dal mare di Marghera arrivano cariche di GPL fin dentro la pianura, passando sotto i ponti, superando le chiuse del Porto, fino alla darsena della Abibes di Cavatigozzi. Nelle acque del Po si rispecchiano le torce delle torri della Raffineria Tamoil, a monte della città di Cremona. Come possiamo dimenticare i rischi di esplosione corsi, proprio in questi anni, dai frequentatori delle società canottieri a causa dei serbatoi della raffineria e dei gas interstiziali che si trovano sotto le stesse società canottieri. Eppure i cittadini sono ancora tutti lì, a misurarsi con il rischio e l’incidente rilevante! Ecco il grande fiume Po non ha mai potuto vedere una prova di evacuazione, mai un’esercitazione della protezione civile a simulare una fuga da un incendio dei serbatoi della Raffineria Tamoil. E l’unica volta che gli addetti ai lavori hanno fatto una prova alla Abibes di Cavatigozzi, bene, quella volta la sirena che doveva annunciare l’allarme non ha suonato perchè era guasta… Fanno bene le acque del Po a scappare in fretta lontano da Cremona e sperare che il comandante della chiatta carica di GPL riesca sempre a centrare lo spazio fra i piloni dove passare di notte e con la nebbia per non sbattere contro il ponte dell’autostrada, o contro il “vecchio” ponte della statale fra Castelvetro e Cremona, oppure quello vicino della ferrovia per Piacenza e Fidenza. Come possiamo dimenticare chi abita fra l’Incrociatello, la Resca, il Dossetto, la Cava, il Riglio, il Morbasco, la Cascina Mensa Vescovile la cui storia si perde nella notte dei tempi. Ecco, queste persone che vivono lì, per me sono volti del quotidiano, ci sono gli amici, anche quelli delle partite di calcio sul campetto della antica Badia e della chiesa parrocchiale di Santa Maria Maddalena, gli affetti, sono la mia gente, lì ci sono le mie radici che riposano. Mi chiedo cosa devono fare, questi cittadini, per avere diritto ad una esistenza tranquilla. Perché non deve essere facile vivere ogni giorno nelle case vicino a 9.500 tonnellate di GPL della Abibes, o al Dossetto, di fronte alle 263 tonnellate di gas compressi vari della SOL, oppure vicino alle 663 tonnellate di GPL della Liquigas del nuovo villaggio di Cavatigozzi. Ma dopo il disastro di Campello sul Clitumno con i serbatoi “sparati”a 400 metri di distanza, neppure si può stare tranquilli vicino all’oleificio alimentare Zucchi e nemmeno vicino ai serbatoi carichi di sostanze
| chimiche dell’Acciaieria Arvedi e del nuovissimo laminatoio-zincheria che vi sorge di fronte. Chi pensava che Viareggio servisse ad aprire gli occhi agli amministratori, a coloro che sono chiamati od hanno responsabilità a gestire ed a pianificare il territorio, nel caso di Cremona e dei paesi vicini, può stare “tranquillo”: qui non è successo nulla. Anzi, Nuove case e nuove palestre sono state costruite vicino alla Raffineria Tamoil in via Eridano, nuove case e una palestra comunale sono state costruite in questi ultimi anni a Cavatigozzi sempre più vicine alla Luquigas. In questi ultimi anni SOL e Liquigas hanno ampliato le platee di carico e di sosta per i TIR carichi di bombole (alla Liquigas la piazzetta aantistante la fabbrica è stata inglobata e dalla recinzione spuntano in sosta minacciosa bombole accatastate nei contenitori pronte a partire. Vecchie e nuove attività industriali hanno quadruplicato la loro produzione senza alcuna preoccupazione per la salute dei cittadini. Se tutto questo non è sufficiente, i “direttori d’orchestra” del territorio hanno pensato bene di progettare vicino alle case, l’ampliamento dello scalo merci di Cavatigozzi. Uno scalo che già oggi manovra e accoglie treni con vagoni e ferrocisterne cariche di GPL e di prodotti infiammabili e nocivi della Raffineria Tamoil: già dimenticato il rischio corso con il deragliamento di tre vagoni carichi di GPL nel dicembre 2005? A Cava, casualmente, non c’era quel maledetto “spuntone marcadistanze” come a Viareggio: solo per questo è andata bene. Ma nel cremonese ci deve essere un personaggio oscuro e maligno che si aggira tormentato e contorto lungo gli argini del Po: infatti solo un simile personaggio può progettare un’autostrada che arriva con quattro corsie vicino alle 9.500 tonnellate di GPL della Abibes, per poi stringersi e sfiloccarsi a due corsie in sopraelevata per riuscire a passare, come nella cruna dell’ago, fra l’oleificio Zucchi e l’acciaieria Arvedi. Come vede, caro direttore, nel nostro Paese non c’è rispetto per nessuno. Non c’è rispetto per chi abitava dalle parti di Longarone, di Erto, di Casso sotto il Vajont, non c’è rispetto per chi abitava in Val di Stava, né per quelli di Cengio, né di quelli di Marghera, di chi abitava e abita vicino al Petrolchimico di Mantova, dell’inceneritore o dell’Alfa Acciai di Brescia. Ma questo è il passato. Il futuro ci riserva un megastoccaggio di un miliardo 200milioni di gas metano e 3.000 tonnellate di metanolo (immessi e tolti una volta l’anno così per i 25 anni di durata della Concessione!), sotto sedici Comuni fra le province di Cremona e Brescia senza che nessuno dei 55.000 abitanti abbia mai visto il progetto e sappia cosa fare in caso di rischio di incidente rilevante. Ma nessuno si preoccupi per il dopo. Dalle parti del Vajont c’è ancora gente che dopo oltre 40 anni deve essere ancora risarcita. Nei nostri paesi della bella e verde Val Padana, l’Eni e la Stogit, quelli che devono metterci il metano sotto i nostri piedi, non hanno ancora versato nessuna fideiussione per le nostre vite e per i nostri beni immobili. Anche se per loro ogni persona vale 50 Euro e ogni Kmq della nostra terra vale “ben” 20.700 Euro: questo è il valore che hanno concordato “una tantum” con l’allora Presidente della Provincia di Cremona, Giuseppe Torchio e con l’allora Sindaco di Bordolano, Luigi Amore. Per questo, da cittadini preoccupati, ci chiediamo quante Viareggio dobbiamo ancora vedere prima che qualcuno si decida a far vivere il nostro territorio, da Cavatigozzi, al Parco del Morbasco, all’Isola del Deserto, a Spinadesco con gli Spiaggioni, alla zona naturalistica e delle torbiere della Tencara di Pizzighettone, alla Cremona delle canottieri e dell’Incrociatello, dell’intera via Bergamo, ad Azzanello, a Bordolano, ed ai centri sulle sponde della Valle dell’Oglio, come riserve di verde e di ossigeno per gli abitanti di oggi, conservandoli per le future generazioni lontani da industrie insalubri e a rischio di incidente rilevante. Perché, parafrasando la canzone di Guccini, quel treno della notte di Viareggio sia davvero una “locomotiva lanciata contro le ingiustizie”. Tutte le ingiustizie, per un ambiente sicuro e migliore!
Ezio Corradi vicepresidente Coordinamento Comitati Ambientali |
Una notizia che rimbalza da Lodi a Cremona e scoppia come una bombaFanghi cancerogeni sparsi nei campi come concimi?
Sigilli dei carabinieri al Centro Ricerche Ecologiche di Maccastorna - Cala un terribile sospetto secondo il quotidiano lodigiano Il Cittadino: “Potrebbero essere finiti nei campi di 110 aziende agricole e forse sulle nostre tavole”. Un coinvolgimento cremonese? 44 mila tonnellate nel nostro territorio
Blitz della polizia provinciale di Lodi e dei carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico di Milano i quali hanno messo i sigilli sull’impianto di Maccastorna di CRE, acronimo di Centro Ricerche Ecologiche. Hanno indagato a piede libero l’amministratore unico Rodolfo Verpelli, il procuratore legale Debora Verpelli ed il direttore tecnico Marco Braganti. Il decreto di sequestro è stato chiesto dal pm Paolo Filippini al gip Laura Marchiondelli. Secondo alcuni accertamenti, CRE potrebbe aver raccolto da depuratori del Modenese e del Milanese fanghi provenienti da acque reflue con percentuali di idrocarburi e sostanze cancerogene ben oltre i limiti consentiti, fanghi che potrebbero essere stati smaltiti poi come concimi. E qui il quadro si allargherebbe ad eventuali complicità e collaborazioni di altri personaggi ben noti anche nel cremonese. Sarebbero tra cremonese e lodigiani almeno 110 le imprese agricole “a rischio”, per un totale di circa 5000 ettari.
 |  | Gli sversamenti nel cremonese
Nel 2008 sono state sparse sui campi della provincia complessivamente 106.887 tonnellate di fanghi da depurazione, tremila in meno rispetto all'anno precedente.Un quarto dei fanghi smaltiti nel cremonese, pari a oltre 44 mila tonnellate, viene riversato nei campi di Pizzzighettone dove nel 2008 sono finite 10.362 tonnellate, altre 6000 tonnellate sono andate a Castelleone, 4.631 a Casalbuttano, 3700 a Soresina e 3000 ad Azzanello Castelvisconti.22.500 tonnellate di fanghi sono amministrate sui campi cremonesi dalla Fertilvita srl. Ecodeco srl (peraltro non interessata alla inchiesta lodigiana) che agisce nell'impianto di bioessicazione e di raffinazione di Corteolona, capace di una produzione di fanghi da spargere in agricoltura pari a 160 mila tonnellate di rifiuti anno. 115 comuni sono quelli cremonesi, 44 sono interessati all'affare dei fanghi. |
Parlando degli Ipa cancerogeni che si sospetta siano finiti nelle colture del territorio, gli inquirenti avrebbero dichiarato al giornale di estrazione cattolica che si tratta di “ cose che noi, in qualche modo, mangeremmo o avremmo mangiato”. Alcuni campioni già esaminati di materiale in uscita da CEA non avrebbero soddisfatto soddisfatto le caratteristiche per lo spandimento nei campi, avvenuto anche pochi giorni prima della semina. Per ora non è prevista peraltro l’analisi delle coltivazioni effettuate sui campi. Si parla di un complesso di “circa 70 mila tonnellate conferite tra il 2007 ed il 2009, catalogabili come “rifiuti pericolosi" e parte dei quali sparsi previo pagamento di un indennizzo a favore degli agricoltori ricettori”. L’analisi ARPA avrebbe individuato nei fanghi controllati quantitativi di idrocarburi superiori ai limiti consentiti e tali da fare scattare i controlli sulla eventuale presenza di “marcatori cancerogeni”, portando alla identificazione di nove sostanze iscritte dal ministero nelle classi “uno e due”, quelle che possono certamente causare tumori. “Non solo - prosegue il cronista Alberto Belloni su “Il Cittadino” -I rifiuti speciali ceduti da CRE all’agricoltura avrebbero un tenore di carbonio organico troppo basso rispetto ai limiti consentiti dalla legge”. “Ma - si aggiunge- di qui a dimostrare come i campi degli agricoltori siano fatalmente contaminati il passo è ancora lungo. Gli ultimi due campionamenti datati 2009 presso presso l’impianto di Maccastorna e in un campo di Maleo avrebbero dato esito rassicurante, ma alla procura resterebbero comunque in mano tre prelievi critici risalenti al 2008”. Il CRE esprime sorpresa per il provvedimento ed offre cifre diverse sulla quantità di rifiuti (idrocarburi da Mirandola), insufficiente carbonio organico (da Milano). Il decreto di sequestro cita più precisamente le due provenienze dei fanghi: la Aimag spa di Mirandola che avrebbe conferito i fanghi del depuratore di Carpi e la Vettabbia Scarl di Milano, legata alla Milanodepur che ha in gestione il depuratore di Nosedo, il primo impianto “SalvaLambro” attivato nel 2003. Il presidente di Milanodepur afferma: “Io ritengo che il rischio vada minimizzato. Ma il mio parere è che i fanghi sia meglio bruciarli che buttarli nei campi”. Le contestazioni di CRE non hanno fermato la procura per la quale Maccastorna, ottenuto il rinnovo decennale per i fanghi non pericolosi nel 2008, non sarebbe autorizzata a trattare fanghi con le caratteristiche descritte. Molto cauto il dirigente dell’ARPA lodigiana Walter Di Rocco: “In alcuni casi abbiamo avuto dei riscontri, ma è impossibile estrapolare il quadro complessivo da un dato: anche perché la normativa in materia non è così univoca. Bisogna poi ovviamente distinguere il materiale che entra da quello che esce trattato: perché ciò che crea effetto sui campi è quest’ultimo”. “Il CRE - scrive Il Cittadino - ha un rapporto con il lodigiano fatto di polemiche e di impianti indigesti. Ha la sua sede - prosegue il quotidiano - a Milano, soci misteriosi sparsi ovunque e sostanziosi capitali lussemburghesi. Non figura solo l’impianto di trattamento e recupero di fanghi biologici in agricoltura, realizzato a Maccastorna, ma vanta anche una compartecipazione ormai decennale nell’Eal Compost, società del gruppo Eal spa che gestisce l’impianto di compostaggio di Terranova dei Passerini e che ha tra i suoi soci anche la Provincia di Lodi”. A Meleti Lombardia Ambiente, società della quale Rodolfo Verpelli è amministratore unico, vuole realizzare un impianto di trattamento fanghi. Infine è davanti al Tar la realizzazione della discarica di Senna nella cava di cascina Bellaguarda. Il CRE tra un ritocco e l’altro del progetto ha sempre sostenuto la necessità e la sicurezza dell’impianto, inizialmente previsto per contenere 2 milioni e 800 mila metri cubi di rifiuti. Dopo 3 anni di battaglie, è arrivato il no della Regione. Ma CRE si è appellata, appunto, al Tar ed è ancora atteso il verdetto del tribunale amministrativo. |